Wellwater Conspiracy in dieci canzoni

Wellwater Conspiracy in dieci canzoni

Alla scoperta dei Wellwater Conspiracy, uno dei migliori segreti nascosti di Seattle. Tra garage rock e psichedelia, il gruppo di Matt Cameron e John McBain raccontato attraverso dieci delle loro migliori canzoni.

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I Wellwater Conspiracy nel 1998

Siamo nel 1993, a Seattle, dunque l’anno dopo l’esplosione del movimento musicale della città. Giusto prima di mettersi al lavoro per quello che diventerà il disco più conosciuto della loro band madre, Matt Cameron e Ben Shepherd dei Soundgarden insieme a John McBain (che aveva da poco lasciato i Monster Magnet, band simbolo dello stoner rock) fondano due gruppi. Gli Hater, con Brian Wood, fratello del più famoso Andy (il cantante dei Mother Love Bone), e i Wellwater Conspiracy.

Nel corso dei quattro anni seguenti, i secondi pubblicano alcuni singoli, ma bisognerà attendere il 1997 per ascoltare il loro debutto. Con i suoi 14 brani in 42 minuti, Declaration of Conformity è una dichiarazione d’intenti che trae spunto dal primo garage rock per arrivare a suoni psichedelici e stoner, una miscela tanto esplosiva quanto rara (giusto gli amici Screaming Trees proporranno nell’ultima fase della loro carriera canzoni con un’ossatura simile). Tempo nemmeno due anni e i Wellwater Conspiracy, rimasti orfani di Ben Shepherd (che si tira fuori dal progetto nel 1998 per motivi ignoti) pubblicano quello che probabilmente rimane il loro capolavoro. Brotherhood of Electric: Operational Directives, questo il nome del secondo lavoro del gruppo, è un disco ambizioso e oscuro, capace di affascinare ora come all’epoca della sua pubblicazione. In diverse canzoni, probabilmente le migliori del lotto, compare alla voce l’allora chitarrista dei Trees, Joshua Homme, prima nei Kyuss e che giusto nel 1997 aveva messo in piedi il suo nuovo gruppo, i Queens of The Stone Age.

Nel 2001, i Wellwater Conspiracy (spesso abbreviati in WWC), danno alle stampe il loro disco più conosciuto – The Scroll and Its Combinations – che vanta la partecipazione di alcuni ospiti illustri come Kim Thayil dei Soundgarden, Glenn Slater dei Walkabouts (che dal 2003 entrerà in pianta stabile nel gruppo) e Wes C. Addle, conosciuto ai più come Eddie Vedder, ma che poco aggiunge a quanto già detto nei due precedenti dischi. Nel 2003 i WWC pubblicano il loro ultimo sforzo creativo, omonimo, per rimarcare che quel suono è loro solamente loro, con Matt Cameron impegnato a cantare tutte le canzoni del disco. Seguirà un tour tra l’America e l’Europa, al termine del quale McBain, da sempre il cuore pulsante del gruppo insieme a Cameron, decide di cambiare aria e di smetterla con certo garage rock. Un peccato, perché oggi come oggi manca parecchio un suono come quello che riuscirono a creare un tempo i WWC, ovvero uno dei migliori segreti nascosti di Seattle e di quel periodo così storico per la città.

Sotto potete trovare dieci delle migliori incise dal gruppo tratte dai loro primi due dischi (gli ultimi due al momento non sono presenti sulle piattaforme streaming). Buon ascolto.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.