Storie di calcio – Fideo Di Maria

Storie di calcio – Fideo Di Maria

La grande mossa di Indira Gandhi, il suo capolavoro politico: favorire, appoggiare l’indipendenza del Bangladesh e rimettere l’India al centro dell’influenza di quell’area del mondo. Il tassista pakistano ascolta in silenzio le mie sbrodolate di geopolitica, non mi contraddice solo perché il cliente ha sempre ragione, ma preferisce virare su altri temi. Prova lui, a convincermi di una cosa, un po’ più prosaica: della superiorità del gioco del baseball: “ fino all’ultima palla, niente è deciso: emozione pura.”

Controbatto un po’, poi fingo di appoggiarlo, quando vedo approssimarsi, dopo aver attraversato tutta la città di Toronto, l’Upper Canada College. La flemma dell’amico pakistano ha eliminato il vantaggio di prendere un taxi al posto dei mezzi pubblici: sono in ritardo, l’allenamento dell’Argentina under 20 è già terminato.

Come ho fatto qualche giorno prima, svicolo verso la palazzina: vorrei parlare con Hugo Tocalli, il CT dell’Albiceleste, la squadra strafavorita per la vittoria del Mondiale juniores che in quel 2007 si gioca in Canada. Tocalli è stato per molto tempo l’assistente di José Pekerman, sulla panchina dell’under 20, ma il suo appeal è decisamente inferiore a quello del Profe che oggi allena la Colombia più forte di sempre.

In tutta l’area si sono formati capannelli di gente intorno ai giocatori più noti: giornalisti ma soprattutto tifosi argentini. C’è una folla attorno al capitano Aguero, poi miglior giocatore e miglior cannoniere di quel Mondiale, c’è tanta gente anche con Ever Banega, Maurito Zarate, Maxi Moralez, Sergio Romero, Emiliano Insua, Federico Fazio, Claudio Yacob. Tutta gente che ci si immagina sia all’inizio di una carriera brillante, e poi alcune ci sono alcune chicas che apprezzano pure altri dettagli.

Io, Tocalli proprio non lo trovo. Però improvvisamente mi trovo di nuovo di fronte uno dei miei pupilli.

Nel Sudamericano sub20 che aveva preceduto il Mondiale avevo segnato il suo nome, insieme a quello di Ismael Sosa ( la tipologia di giocatore cui appartiene il Chulo, che inizia con Onorati e finisce più o meno a Chiorri, è da sempre una mia insana passione, lo riconosco).

De Maria fotografato da Carlo Pizzigoni

Di Maria fotografato di Carlo Pizzigoni

Angel Di Maria non se lo filava nessuno.

 

Quando lo incrociai la prima volta, qualche giorno prima di essere accompagnato dal pakistano, gli chiesi se qualche società italiana era interessata a lui. Decisamente più sorpreso che scocciato, scosse il capo. “Nada de nada”.

Incontratolo nuovamente, ecco che è lui a riconoscermi per primo: “ el periodista italiano!”

Un sorriso, tempo di due battute, un nuovo “ nada de nada”.

 

Nella scorsa estate il trasferimento di Angel Di Maria al Manchester United è stato il più costoso, dopo quello di Luis Suarez.

Registro quindi, come ho avuto il piacere di sperimentare in quell’estate del 2007, che, insomma,  non è che proprio tutto tutto si capisce dall’inizio, tutto si intravede da subito.

 

“Quando sono entrato al Monumental – ha detto un giorno Di Maria – ho pensato alla mia famiglia e a tutti i sacrifici che hanno fatto per farmi arrivare fin qui.”

Il padre, la maglia del River Plate avrebbe potuto indossarla, se un infortunio grave non si fosse messo in mezzo. E così per Di Maria senior non c’è nient’altro che il lavoro in “carboneria”: si taglia il carbone e lo si distribuisce nelle case di Rosario. Per le consegne lo aiuta, quando possibile, il figlio, che ha preso la stessa malattia paterna per il futbol.

Inizia a “ El Torito”; il club della lega rosarina dove ha cominciato, qualche anno prima, pure Nestor Sensini, testa calcistica apprezzata anche alle nostri latitudini. Solo che l’ex Udinese diventa presto un Lebbroso, e Angelito una Canaglia.

A Rosario il calcio è diviso in due, rossonero Newell’s o gialloblù Central, e quei nomignoli che si portano dietro da sempre per una partita amichevole saltata all’ultimo minuto, decenni fa, sono segno distintivo profondo.

Quando arriva al campo del Rosario Central, 40 minuti di bicicletta, unica unità di misura della famiglia, la malnutrizione viene notata immediatamente dal medico e dai compagni che lo ribattezzano “Fideo”, il nome dello spaghetto finissimo.

Di Maria è un viso allungato e un sinistro da favola.

Vederlo oggi appoggiare così velocemente quei primi passi, piantare scatti che lasciano inchiodati all’erba i difensori, colpire in maniera così coordinata la palla, agendo su leve non robustissime fa impressione: tutto frutto di undici anni nella gloriosa scuola del Central.

Il contropiede, lo scavino, il pallonetto che decide la finale Olimpica di Atene, nell’Argentina del Loco Bielsa, è una situazione di gioco che i più accaniti tra i tifosi canalla ricordano come marchio di fabbrica del Fideo.

E poi quella corsa, per festeggiare la rete.

Un’altra accelerata, lontano da tutti e vicino al suo mondo, con le braccia aperte, verso la sua gente.

Anche nell’ultimo Mondiale, quel gol decisivo ( as usual) nel finale contro la Svizzera: l’assist  è stato di Messi, ma l’abbraccio è stato ancora per quelli che da sempre han creduto in lui.

Abbracci ripetuti. In due anni, Angelito sale al proscenio. Debutta a 17 anni, vince Mondiale under 20 e Olimpiadi, raggiunge la nazionale maggiore. Il Benfica anticipa l’Arsenal e il Fideo deve abbandonare casa: per la prima volta i suoi genitori prendono l’aereo ed escono dal Paese.

Poi arriva il Real Madrid, la Decima, e ora lo United, perché così glamour, come li cercano nella capitale spagnola, con quella corsa e quella faccia di uno che consegnava carbone, Di Maria non è mai stato.

Gli basta giocare, e correre.

A Rosario non c’è sostanzialmente nulla, tranne un catafalco noto come Monumento alla bandiera argentina. Eppure i rosarini, di ordinario hanno davvero poco o nulla. La città, oltre che le donne più belle d’Argentina, ha regalato al mondo personaggi di sublime e superiore devianza. A cominciare da Ernesto Guevara de La Serna, un asmatico che adorava il rugby e che a fine anni Cinquanta a Cuba ribattezzeranno “Che”. Lì nasce pure il “Negro” Fontanarrosa, il miglior raccontatore di futbol del LatinoAmerica, un artista come Lucio Fontana e un allenatore che è molto più di un allenatore e che è da sempre oggetto di una fede incrollabile da parte di tutto il suo seguito: è conosciuto come il Loco, e oggi comanda la squadra di Marsiglia. A Rosario nasce anche Leo Messi.

Angel Fabian Di Maria Hernadez detto “Fideo”, è un tipo differente. E se lo sei a Rosario, lo sei ovunque.

 

CARLO PIZZIGONI
@pizzigo