SOMEWHERE

SOMEWHERE

Nella più whitmaniana delle città USA – vasta (molto vasta) & capace di contenere moltitudini – si finisce spesso per sentirsi persi, isolati, come “vuoti”, alla ricerca di qualcosa che non si sa cos’è e non si sa dov’è. La ricerca di questo somewhere – magari con la S maiuscola, come da titolo – era uno dei temi neppure così sottotraccia del penultimo film di Sofia Coppola (che ora torna non a caso ad ambientare a Los Angeles anche il suo nuovo lavoro, The Bling Ring). Ed era una ricerca ovviamente personale, esistenziale, di chi – il protagonista Johnny Marco, interpretato da Stephen Dorff – cerca (e forse trova, nella figlia undicenne Cleo) il punto fermo capace di ancorare la sua caduta nel classico vortice donne, alcool & motori, da perfetto cliché hollywoodiano.

Ma era anche – e lo dimostra la locandina del film – una ricerca reale, concreta, di un somewhere fisico, che la regista individuava su una collina di Sunset Boulevard. Lì si trova lo Château Marmont, “the castle on the hill” nel titolo originale (“Los Angeles: people, places and the castle on the hill”) di un libro di A. M. Homes.

Che scrive: “In giro per il mondo ci sono alberghi splendidi, alberghi leggendari, alberghi fastosi, alberghi famosi per la loro architettura, per il loro servizio, per la storia di chi vi ha alloggiato. Ci sono alberghi esclusivi, rifugi di lusso, alberghi in luoghi dove l’uomo non ha praticamente messo piede, alberghi sorti al posto di altri alberghi. E poi c’è lo Château Marmont”. Ovvero “il luogo dove vengono tutti, un’attrazione turistica, un rito di passaggio, una casa lontano da casa”. Vale per Johnny e per la piccola Cloe, nel film. E vale per papà Francis e per la piccola Sofia, nella realtà.

(di Mauro Bevacqua)