Recensione: Band of Horses – Things Are Great

Recensione: Band of Horses – Things Are Great

La recensione a cura di Luca Villa del sesto album in studio dei Band of Horses, il primo del gruppo da sei anni a questa parte.

It’s not enough, it’s not enough, every single day I hide from hurt
Band of Horses, In Need Of Repair

band of horses 2022 (1)

Di questi tempi, abbiamo seriamente rischiato di perdere la testa

Nonostante il titolo del loro nuovo lavoro possa lasciare presagire ben altro, non si può certo dire che per i Band of Horses le cose siano andate molto bene negli ultimi anni.

Il precedente disco, Why Are You Ok?, tra ospitate di rilievo (J Mascis dei Dinosaur Jr) e la produzione affidata a Jason Lytle dei Grandaddy, non era riuscito ad accontentare né la critica, né la maggior parte dei fan della formazione. Con Mirage Rock, le cose erano forse andate pure peggio. Che non fosse facile per il gruppo riuscire a bissare il successo di quel perfetto trittico composto da Everything All the Time, Cease to Begin e Infinite Arms era una cosa più che normale. D’altronde lo si sa fin troppo bene, quando le aspettative sono troppe alte, spesso si finisce per scontentare i più. Quello che non ha mai convinto di quei dischi è il mancato incastro delle due anime hanno animato il gruppo sin dall’inizio, ovvero quella più classic rock e quella più indebitata con un certo indie underground alla Grandaddy o alla My Morning Jacket prima maniera, quelli più ruvidi e southern rock.

Nonostante le importanti defezioni (Bil Reynold e, soprattutto, Tyler Ramsey) e un disco inedito lasciato (per ora) nel cassetto, quello che i Band of Horses sono riusciti invece a fare con questo Things Are Great è proprio quello di riunire quei due mondi sonori apparentemente lontani tornando a registrare un disco che se da un lato sa tanto di ritorno alle origini, dall’altro dimostra l’ormai raggiunta maturità del complesso nell’affrontare una proposta musicale tutta loro, quella che a conti fatti è ormai il trademark distintivo del gruppo di Ben Bridwell.

Già con l’iniziale Warning Sings si parte con il piede giusto, con quei tipici saliscendi sonori con i quali la band trovò un forte consenso ben 16 anni fa, ovvero all’epoca dell’uscita del loro disco di debutto. Se una parte di Things Are Great è composta da canzoni impregnate di un forte appeal radiofonico, tracce come Crutch, In Need of Repair e Lights sono lì a dimostrarlo, è nei brani più intimi che il gruppo riesce a convincere pienamente. Le aperture melodiche di Tragedy of the Commons, l’evocativa In The Hard Times (che può ricordare certe cose della Band o dei Faces), la struggente Aftermath e la finale Coalinga rappresentano senza dubbio i vertici del disco, opera che nonostante un paio di filler di troppo (Ice Nights We’re Having, You Are Nice To Me) riesce a risultare convincente per quasi tutta la sua durata.

Nonostante una line up rivoluzionata per 2/5, il lungo periodo passato dalla loro ultima prova in studio e messe da parte certe sperimentazioni poco a fuoco, con Things Are Great i Band of Horses tornano in pista con un disco in grado di mettere d’accordo tutti, il loro migliore dai tempi dell’ormai classico Infinite Arms.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.