La magnifica estate di Dominic Adiyiah

La magnifica estate di Dominic Adiyiah

Avevo letto “Palazzo Yacoubian” di Ala Al-Aswani, credendo di aver capito tutto dell’Egitto che stava cambiando. Ovviamente non era così. Cioè, l’Egitto stava cambiando, il Cairo stava apprestandosi a vivere una rivoluzione, poi più o meno tradita, come tutte le rivoluzioni. Io avevo capito il giusto. Però un paio di settimane vissute per le vie della capitale egiziana mi aveva fatto percepire qualcosa di elettrizzante. Me ne andavo in giro per Nasr City, un quartiere popoloso, in cui, stranamente per le mie abitudini, mi ero orientato subito bene. L’hotel che mi era scelto, il non celeberrimo Maxim era fortunatamente pulito, non esattamente un Town House Galleria. A gestirlo con quella capacità tutta araba di essere sempre alla pagina dell’interlocutore, c’era Mohamed. L’hotel non era ovviamente suo, ma Mohamed era un concierge tuttofare: la sua esperienza in diversi hotel di primissimo livello in tutta l’area del Golfo lo aveva reso adatto a tutte le situazioni. “ Me ne voglio andare, Carlo, nelle mie condizioni non vale la pena che rimanga qui, mi hanno trattato male laggiù, ma per vivere, devo tornare a Dubai o nel Kuwait.” Frasi di insofferenza che buttava là, nel bel mezzo di un racconto su una vecchia gloria del “suo” Al Ahly o su altre perle di cultura egiziana.

Era l’ottobre del 2009, clima fantastico per giocare il il Mondiale under 20. Uscivo dall’albergo e poi a piedi fino al Cairo International Stadium. Tante persone per strade, negozi chiusi o vuoti. Fantastici i ragazzi dell’accoglienza, la maggior parte parlava un buon inglese. Nessuno accennava a una possibile rivoluzione, ma era il loro modi curioso di porsi, di domandare, di aprirsi al mondo che avrebbero segnato una svolta. Sullo sfondo dei nostri sempre più intimi colloqui ( anche perché, da free lance, passavo molte delle mie giornate al media center, dove c’erano computer per lavorare e internet gratis) c’era il luogo dove era stato ucciso il presidente Sadat, nell’ottobre del 1981. In quella occasione era salito al potere il suo vice, Hosni Mubarak, laico e pragmatico, accentratore e familista, era ancora lì, nel 2009, quasi trent’anni dopo.

Seguire il Mondiale under 20 significa anche frequentare gli allenamenti, quando possibile i ritiri, specie delle squadre più disponibili al contatto. Tra queste c’è sicuramente il Ghana.

Mi spingo fino a New Cairo, una zona nuova che avrebbe dovuto diventare un polo importante della città, allora era un luogo spettrale. Palazzi in costruzione abbandonati, silenzio: il silenzio al Cairo è l’allineamento dei pianeti: non avendo semafori né volenterosi vigili per dirimere il traffico, è un continuo concerto di clacson, oltre che l’anarchia totale in movimento: il primo che si infila, guadagna la posizione. Il taxista della Fiat 128 (no joke) che mi accompagna al quartiere fantasma, prova a dirmi qualcosa in un inglese incomprensibile, poi prova a mescolare parole di spagnolo con l’arabo. Alla fine si arrende e mi abbandona davanti allo stadio dove è già cominciato l’allenamento del Ghana. Nessuno mi guarda l’accredito, entro direttamente in campo. Incontro un tipo di più di cento chili che mi guarda storto, sono già sulla difensiva, sottolineo che sono un giornalista italiano interessato al calcio africano. Ride, dalla tasca mi presenta il suo biglietto da visita, completamente stropicciato, tanto che manco si capisce il suo ruolo all’interno della federazione ghanese. “ Vuoi parlare col Presidente?”, e ride. “Beh, se possibile…” Vicino alla panchina vedo un tipo, poco più di un ragazzo. “Ecco lì.” Mi limito a pensare “lui, presidente?” Ridono tutti. E’ un ragazzino! Mi dice degli investimenti sul calcio della federazione, ma ci impiego cinque minuti buoni per credere definitivamente che è davvero lui, il presidente. Anzi, non ci credo finché non me lo conferma Thomas, un giornalista ghanese al seguito della giovani Black Stars. Attendo di parlare con Dedé Ayew, il leader del gruppo, mi rendo conto che è davvero un bel gruppo: per quanto sia un assoluto intruso, per di più molto più pallido della media, sono lì a chiacchierare con tutti come se li frequentassi da tempo.

A un certo punto, salgono però tutti sui mini van della FIFA. “ Dove trovo un taxi?”, chiedo al peso massimo, mio primo incrocio qui. “Qui taxi non ce ne sono”, ecco perché si sforzava di gesticolare il taxista. Quindi? “vieni con noi!” mi dicono tre ragazze al seguito della nazionale ghanese. Fidanzate, sorelle? Non chiedo, meglio non chiedere cosa ci fanno tre graziose signorine al seguito delle Black Stars. “ Ma perché – mi chiedono loro – Balotelli non gioca per il Ghana?” E’ la prima domanda che mi toglie dall’imbarazzo, mi sciolgo, sono contente di sentirmi elogiare Nkruma, anche se inizialmente fatico a spiegare che mi piacerebbe parlare anche di altro rispetto alla famiglia Barwuah.

“ Porti fortuna!” mi sorprendono sempre loro, allo stadio. Mi devono aver visto fare un tifo sfrenato per il Ghana contro l’Ungheria. I magiari avevano fatto fuori l’Italia di Jack Bonaventura ai quarti di finale, a Suez. Non raccontabile la mia trasferta con un taxi collettivo fino alla città del Canale. La sguaiata festa dei giornalisti ungheresi sulla tribuna aveva irritato, me e il sodale Valerio Clari, inviato della Gazzetta.

Il Ghana diventa la prima squadra africana a vincere un mondiale under 20. Battono in finale, dopo supplementari e rigori, nientemeno che un Brasile zeppo di talento ( butto lì gente come Ganso e Douglas Costa), e per di più giocando per oltre un’ora in dieci uomini contro undici. Nella mia cronaca per il quotidiano svizzero Corriere del Ticino, scrivevo nel post match, “il sacrificio e la voglia di vincere di Andre Ayew, che con la metà del talento paterno (geni del genio Abedì Pelé) farà certamente una carriera migliore del predecessore, la grande intelligenza calcistica di ragazzi come Emmanuel Agyemang-Badu (flash del giovanissimo Essien), Jonathan Mensah e Mohamed Rabiu, testimoniano delle certezze del futuro ghaneano ad alti livelli.” Oggi tutti questi ragazzi sono in campo nella Coppa d’Africa che si sta giocando in Guinea Equatoriale, sono la nuova, tosta generazione del calcio di un Paese che, seppure di piccole dimensioni, anche a livello mondiale rimane sempre competitiva.

Nell’elenco mancano però due dei giocatori chiave di quella manifestazione. Dominic Adiyiah e Ransford Osei erano la coppia d’attacco che incamerava coppette e targhe ricordo per la “Anglican Senior High School” di Kumasi, le loro affinità elettive si sono sublimate a questo Mondiale under 20. Le loro carriere si erano poi divise, uno, Ransford, in Olanda, l’altro, Dominic, al Fredrikstad, prima divisione norvegese, ma con la promessa di arrivare presto nel calcio che conta. Capocannoniere e miglior giocatore del torneo, ad Adiyiah, che prevedeva un passaggio in un campionato intermedio, si prospetta subito l’ingaggio del Milan. Lui, il più silenzioso di tutti, timido anche nel sorriso, quello che sì, cantava insieme agli altri, ma seguendo il gruppo, mai trascinandolo, anche se in campo era davvero imprendibile. Centravanti rapido, scattante e con elevatissimo fiuto del gol (otto in totale nella manifestazione mondiale), giustificavano la scommessa dei rossoneri. Al Milan era arrivato a gennaio del 2010, poco prima l’avevo sentito al telefono ed era felice ma molto timoroso: qui la conversazione: http://www.gazzetta.it/Calcio/SerieA/Milan/11-11-2009/adiyiah-da-milan-601932548373.shtml)

pizzigoni

La prima partita l’ha giocata al Centro Sportivo Vismara, sede delle giovanili rossonere, sulla linea laterale del campo, completamente fuori ruolo. C’ero anch’io al freddo a soffrire per e con lui. Probabile che il tecnico Giovanni Stroppa volesse testarlo: il suo calcio offensivo era tutto costruito sui tagli dei giocatori davanti, ma Adiyiah, in quanto a letture di situazioni, non era mai stato granché: l’istinto lo portava vicino alla porta, la capacità balistica lo faceva segnare, spesso. O forse era la fiducia, quellac he muoveva tutto, quella che, arrivato in Italia ha giorno dopo giorno perso. Un passaggio alla Reggina, poi qua e là per il mondo: tutta periferia del mondo. L’ultima tappa è stata nel campionato del Kazakhstan, all’Atyrau. A breve, dopo aver festeggiato l’arrivo del primogenito, raggiungerà il Nakhon Ratchasima Football Club, squadra neopromossa nella massima lega del campionato thailandese. Non avrà un’altra chance, nel calcio che conta e non tornerà nemmeno in Nazionale, visto il brutto ricordo a Sudafrica 2010: nei quarti di finale contro l’Uruguay, tutti ricordano il penalty sprecato da Asamoah Gyan durante il match, ma dopo, nella lotteria finale dei rigori, fu proprio Dominic a fare cilecca. Il suo ex compagno d’attacco, ha smesso di girare, è tornato in Ghana, all’Asante Kotoko, la squadra dei guerrieri ashanti. Forse torneranno a giocare insieme, magari a segnare. E a ricordare quella tarda estate del 2009. Indimenticabile per molti di noi.

CARLO PIZZIGONI

@pizzigo