La Leggenda del Grande Torino

La Leggenda del Grande Torino

Il Grande Torino è stata la più grande squadra italiana di sempre. La tragedia di Superga, che si ricorda oggi, 4 maggio 2015, nel 66esimo anniversario, non ha però cancellato per sempre soltanto un gruppo di giocatori irripetibili, ma anche una idea, un modello. Senza il Torino, senza quel Torino, il calcio italiano e, forse, anche quello mondiale è stato declinato in altra maniera. E’ nato il cosiddetto calcio all’italiana.

Si è giustamente raccontato tanto dell’uomo di visione che è stato Ferruccio Novo, il presidente, l’uomo con notevoli contatti italiani e internazionali, che è riuscito a costruire e a proteggere, in un periodo così delicato nella storia dell’Italia e del mondo, un gruppo di giocatori, fortificandoli in una squadra da sogno. Si è meno raccontato di Ernest Egri Erbstein, magiaro di origine israelita, favolosa testa calcistica, che in mezzo a mille peripezie ( fu allontanato dalla Lucchese, dove allenava, a causa delle Leggi Razziali fasciste del 1938 e si salvò miracolosamente dai campi di concentramento), fornì le idee alla base della costruzione del Grande Torino.
Se però dovessimo indicare il reale “creatore” di questa squadra da sogno, non possiamo non indicare Vittorio Pozzo. Trattarlo solo come il più vincente dei nostri C.T. ( i due mondiali sono solo la punta dell’iceberg) ci racconta ancora poco di questo genio del nostro calcio, mai abbastanza celebrato. Pozzo riunì, convogliò a Torino, nel Torino i maggiori interpreti prestipedatori del nostro Paese, un gruppo che, da vero cuore granata, volle in una maniera insolita celebrare e tramandare ai posteri per l’eternità, riuscendo in qualche maniera a evitare che lo juventino Parola tornasse in tempo dall’amichevole con la Rappresentativa Europea, potendo così schierare 10 giocatori del Torino con la maglia azzurra dell’Italia, il 10 maggio del 1947, a Torino, nella gara contro l’Ungheria, poi vinta 3-2. Aveva cancellato il record della Pro Vercelli del 1913: il primato, ineguagliato e ineguagliabile, rimarrà un altro segno indelebile della mitologia granata.

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Cittadino del mondo, conoscitore del mondo britannico era però refrattario al WM ( o Sistema) nato, dopo la modifica della regola del fuorigioco, in Inghilterra, grazie all’intuizione di Herbert Chapman che per primo lo adottò Huddersfield Town e lo rese mitologico nell’Arsenal. Pozzo fu legato da stima al grande Hugo Meisl, l’inventore del Wunderteam austriaco, la prima squadra dell’era moderna del football, lui pure influenzato da un britannico, Jimmy Hogan, l’uomo che è alla base della fondazione della scuola danubiana: quando al C.T. dell’Aranycsapat, della squadra d’oro dell’Ungheria, la più illustre e per certi versi la definitiva espressione di quella scuola, Gusztav Sebes chiesero, dopo le umiliazioni che inflisse ai cosiddetti maestri inglesi, riconobbe che le idee fondanti del loro calcio erano nate proprio dalla mente di un suddito della monarchia Windsor.

Entrambi, Pozzo e Meisl, anche se rivali sul campo, concepirono i primi modelli alternativi di calcio. Il torinese valutò una evoluzione della struttura piramidale, il primo disegno tattico della storia del calcio: mantiene i due centrali e tre mediani del disegno danubiano però rafforza il cuore del gioco, arretrando due dei cinque attaccanti, riconvertendoli in mezzeali. Era la creazione del “Metodo” ( 2-3-2-3), una etichetta che divenne poi ideologica all’interno dell’intenso dibattito calcistico tra metodisti e sistemisti ( sostenitori del WM, il Sistema) che prese piede in Italia: dibattito polarizzato che si è giusto ripetuto molti lustri dopo, quando a contrapporsi furono il modulo a zona e quello con la marcatura a uomo.

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Anche lo scontro Metodo-Sistema si inserì nella storia del Grande Toro e fu uno dei motivi che allontanò Vittorio Pozzo dal presidente Ferruccio Novo. Pozzo aveva rotto con Novo anche per l’adozione del WM da parte del Torino. Un anno prima dell’incidente di Superga si vive la Waterloo
del CT. Il 16 maggio del 1948, per festeggiare i 50 anni della Federazione si invita l’Inghilterra a Torino, Pozzo deve adottare il WM coi giocatori del Toro e la partita è un disastro: 4-0 per loro. Pozzo, schifato anche per critiche extra campo, verrà messo da parte dopo gli scarsi risultati delle Olimpiadi dell’agosto successivo.

Quella sconfitta, aveva lasciato dubbi all’interno dello staff del Toro. Una delle vittime del disastro, Erbstein, un ungherese che aveva giocato negli Stati Uniti insieme al grande Bela Guttmann, da cui aveva certo preso il gusto per la sperimentazione, aveva iniziato a pensare ad altri sistemi di gioco, che sarebbero stati in qualche modo pensati se non applicati.
Il Torino sarebbe cambiato, si doveva ripensare a un sistema di gioco nuovo, da poter applicare anche in una squadra nuova. E’ vero, probabilmente il Torino in quanto a individualità non sarebbe stato lo stesso, se pensiamo soltanto che Ezio Loik sarebbe certamente finito alla Juventus ( gli avevano garantito un futuro da dirigente della Fiat) e Valentino Mazzola a una delle milanesi, dove gli offrivano tre-quattro volte quello che guadagnava in granata.

Il Torino non sarebbe forse stato quel Grande Torino, però anche il Nuovo Torino che sarebbe stato formato, aveva comunque elevatissimo appeal: sarebbe certamente stato un modello per tutte le altre squadre.
Invece Superga impedì quella rinascita, e cambiò per sempre la storia anche tattica del nostro Paese.

In quegli anni si stavano affermando, a suon di successi alcuni piccoli club. La Triestina di Nereo Rocco è vicecampione, dietro proprio al Grande Torino, il Modena di Alfredo Mazzoni, la Salernitana di Gipo Viani, lo Spezia di Ottavio Barbieri ( il primo tecnico italiano ad adottare il libero alle spalle dei marcatori centrali). Era la nascita del Catenaccio, una idea di football sparagnina, che senz’altro risentiva anche di un clima diffuso a cavallo della terribile Seconda Guerra Mondiale. Quel modello, che certo aveva interpreti e situazioni differenti, si è però imposto anche in squadre di alto livello. Esempio apicale, l’Inter di Alfredo Foni che diede per la prima volta due titoli consecutivi ai nerazzurri, tra il ’52 e il ’54. Una squadra impressionante nel chiudersi e favolosa nel ripartire, con una delantera straordinaria formata da fuoriclasse come Nyers, Skoglund e Lorenzi.
Il calcio che poi verrà definito all’italiana, un modello riconoscibile e molto criticato all’estero ( spesso pregiudizialmente) che regalerà parecchie soddisfazioni al nostro calcio, nasceva proprio in quel periodo, dopo la tragedia di Superga. Un modello che faceva scuola, inattaccabile anche per via dei successi ottenuti e per la difesa del più grande intellettuale del nostro football, Gianni Brera, che si era eletto a primo difensore e sublime aedo del nuovo sistema di gioco. Inconsistenti gli oppositori, superficiali certe esposizioni che avrebbero dovuto opporsi a un Pensiero ogni giorno sempre più Unico.
L’Idea di calcio è rimasta quella. Sarebbe stata diversa con il prosieguo della storia di quel Torino? Molto probabilmente, sì. E non solo quella italiana. Di lì a poco sarebbero state create le coppe europee, e poi c’era un Mondiale da disputare. Quello del ’50: non solo l’Italia, che arrivò in Brasile guidata proprio da Novo e da Bardelli ( con la consulenza di Roberto Copernico, un altro architetto del Grande Toro) ma svuotata dalla tragedia di Superga, avrebbe certamente fatto un altro Mondiale. E forse avrebbe potuto anche imporsi, o comunque lasciare una traccia.
Non ci sarebbe stato il Maracanazo?

Un certo tipo di calcio, definiamolo propositivo, aveva bisogno di un modello in stile grande Torino, folate di football offensivo da lucidarsi gli occhi. Quel sistema mostrava la corda anche in squadre che di lì a poco avrebbero giocato il quadrangolare che avrebbe deciso il Mondiale in Brasile del 1950: Svezia e Spagna presero ripassate imbarazzanti dal Brasile. Non così l’Uruguay che, dal 2-3-5 rioplatense era passati a un sistema più prudente. Matias Gonzalez giocava più indietro di Eusebio Tejera, Gambetta e Andrade marcavano gli esterni dell’attacco brasiliano, Chico e Friaça e il mediocentro Varela e i due interni giocavano molto più indietro rispetto al loro naturale habitat. Insomma, era una specie di 1-3-3-3, simile, in un certo senso al sistema con cui Rappan schierava la Svizzera ( il cosiddetto Verrou, sostanzialmente un modello per il futuro Catenaccio italiano), non a caso l’unica squadra a mettere in difficoltà quel grande Brasile (2-2 terminò la gara della fase a gironi), fino alla partita del Maracana.
La Tragedia di Superga ha indirizzato l’Italia calcistica, il Mondo del football ha forse svoltato, definitivamente, da un’altra parte.

@pizzigo
Carlo Pizzigoni