Innamorarsi del calcio. Lajos Detari e l’Ungheria del dopo Puskas

Innamorarsi del calcio. Lajos Detari e l’Ungheria del dopo Puskas

Innamorarsi del calcio. Lajos Detari e l’Ungheria del dopo Puskas

Orgoglio di una nazione, poi evaporata all’improvviso. Scomparsa, mai più ritrovata.

I carri armati sovietici avevano soffocato la rivoluzione ungherese del 1956. Ma oltre ai sogni di studenti e lavoratori magiari, quell’avvenimento aveva in un certo modo chiuso definitivamente  la straordinaria avventura della prima squadra moderna della storia del calcio, la squadra d’oro, l’Aranycsapat.

La Grande Ungheria aveva demolito a domicilio e poi pure in casa i maestri inglesi, aveva stravinto l’Olimpiade del 1952 e si era arresa solo in finale al Mondiale del 1954, contro la Germania Ovest, in un match leggendario, in cui la squadra seppellita 8-3 nella partita del girone, si era presa la rivincita nella finalissima, rimontando dallo 0-2. Puskas, Czibor poi i tre gol dei tedeschi: era andato in scena il “Miracolo di Berna”, ed era affondato il football magiaro, che rappresentava l’evoluzione del Wunderteam austriaco degli Anni Venti-Trenta e quindi deve essere ricordato come la più riuscita definizione del calcio danubiano.

La scarsa simpatia per il calcio di Janos Kadar, uomo forte dell’Ungheria risovietizzata, aveva indirizzato la propaganda:  i nomi di molti dei giocatori fuggiti all’estero, dopo il tragico ’56 erano stati cancellati dalle cronache e dall’immaginario di un popolo. Si era messa la mordacchia al football.

 

Niente  invero però può cancellare la passione per il calcio, ma ci vuole sempre chi lo ‘accende davvero quel sentimento. E nessuno è potuto sfuggire alla classe di Lajos Detari, l’ uomo ha fatto riamare il football, quello di qualità sopraffina, agli ungheresi.

Solo in lui si potevano rivedere quelle giocate prima mostrate solo dalla Squadra d’Oro. Non esiste nessun giovane ungherese cresciuto negli anni Ottanta e pure un po’ più in là, che non veneri Detari, L’eleganza nella corsa e nel tocco di palla, l’efficacia in zona gol, Detari è stato uno dei grandissimi, negli Anni Ottanta. Con lui non rinasceva solo la Nazionale ungherese, ma riviveva l’Honved, la squadra che più di tutti aveva retroilluminato il mito dell’Aranycsapat, cui forniva i due giocatori chiave: l’uomo che smuoveva gli equilibri offensivi, Ferenc Puskas, e il giocatore che creava quelli difensivi, Jozsef Boszik. Entrambi cresciuti nello stesso cortile di Kispest, una volta laboriosa periferia industriale di Pest, oggi poco interessante periferia post-industriale di Budapest.

 

Rivedendo i filmati della carriera di Detari, difficile vedergli sbagliare concettualmente una scelta di gioco, le letture rimangono avanguardistiche, sopraffine, l’unico vero erede di Michel Platini. Non a caso la Juventus di Montezemolo, quella che doveva ripartire dopo gli anni di vittorie costruite nell’era di Roi Michel, aveva contattato l’ungherese. Anzi, una stretta di mano e una promessa avevano rassicurato Lajos. Si sentiva ormai sua, la maglia bianconera col 10 sulle spalle.

E invece era l’ennesimo mancato appuntamento della sua storia. Un paradosso, per uno che il timing in campo lo riconosceva istintivamente frazioni di secondo prima e meglio di tutti.

 

La classe di Lajos è di una purezza assoluta, la sua carriera un completo equivoco, vissuto ovviamente male da Detari, troppo intelligente per capire che il suo talento è sempre stato messo al servizio della mediocrità altrui. Dipingerlo come una vittima degli altri però non sarebbe del tutto corretto: lui ci ha messo del suo.

Il flirt con la palla, è stato spesso accompagnato con l’affetto per la bottiglia.

Dopo aver umiliato, a 22 anni, il Brasile, distrutto 3-0  a Budapest grazie a una prestazione monstre di Detari, pare sia stato protagonista di una festa che sarebbe durata tre giorni. I festeggiamenti in cui si confondeva la notte col giorno successivo, sarebbero stati d’attualità anche di lì a poco. Il Barcellona, nel ricordo di grandi ungheresi come Czibor e Kocsic, soprattutto nel ricordo del magiaro Kubala, probabilmente il giocatore più amato della storia culè, aveva acquistato Detari: il gioioso annuncio meritava di essere festeggiato, con i soliti crismi. Gli emissari catalani avevano però deciso di rimanere in Ungheria, oltre che per il match concordato, in cui, manco a dirlo, Detari aveva mostrato le consuete gemme di classe, anche per la gara successiva. A poco più di vent’anni,  seppur con straordinarie doti di recupero, tre giorni di baldoria le senti. Detari passeggiò per il campo, e il Barça ne approfittò per giustificare una richiesta di sconto alla Honved, che non acconsentì, facendo sfumare il tutto. Anche il Milan arrivò a fargli firmare un pre-contratto, dopo averlo incontrato in Svizzera, ma la cosa non ebbe seguito.

Uno col suo talento dovette accontentarsi dell’Eintracht Francoforte, che tra l’altro portò alla conquista della Coppa di Germania. Poca roba.

E’ ancora suo l’ultimo gol della Nazionale ungherese a un Mondiale di calcio, lo firmò nel 1986 nella vittoria 2-0 contro il Canada. Ma il Mondiale messicano in Ungheria è ricordato soprattutto per la scoppola subita dall’URSS, forse la più bella Nazionale sovietica di sempre, quella del colonnello Lobanovskij: battè 6-0 i magiari.

 

L’Italia sarebbe arrivata nella parte ormai più appassita della carriera Lajos. Era ancora capace di giocate prodigiose, ma ormai gli mancava mobilità, soprattutto era totalmente sprovvisto di continuità. A Bologna il pubblico gli ha voluto bene, perché anche da quelle parti il giocatore di qualità lo sanno riconoscere all’istante. Giocò anche una tournèe estiva con la maglia della Juve: più un’umiliazione che un premio, per uno come lui, che grande è stato per davvero e grandissimo avrebbe potuto davvero diventarlo. Indossò anche la maglia di Ancona e Genoa, proponendo il solito contribuito singhiozzante, tra giocate di qualità sempre più rare e lunghissime pause di niente. “In Italia bisogna essere soprattutto diplomatici, io non sono capace” disse giustificando la sua intelligenza, ma  certe uscite  gli crearono solo l’etichetta del piantagrane viziato, e giù critiche di mancanza di umiltà e di poca voglia di sacrificio di una stampa distratta.

Detari era un principe, in tutti gli altri ruoli era fuori cast. Non ultimo quello di allenatore. Una via crucis, la sua carriera da tecnico. Mai un successo, nemmeno nella lega vietnamita, dove aveva cercato l’ennesimo rilancio di una vita vissuta sempre col timing sbagliato. La chance di allenare la Nazionale, obbligatoria per uno con la sua storia, se l’è fumata perdendo contro Malta: era in panchina, in coppia con il figlio del grande Bozsik. Otto mesi, tra marzo e ottobre del 2006, e poi di nuovo a spasso: una mediocre altalena di insuccessi, fino al recentissimo annuncio dell’ingaggio a Balatonszepezd, sconosciuto club semiprofessionistico.

 

Eppure ogni ragazzo ungherese cresciuto a cavallo degli Anni Ottanta, ha il suo poster in camera. In tanti, tra questi erano andati alla presentazione della sua autobiografia. Un evento, a Budapest, cui non potevano mancare anche notabili e personaggi del jet set. Mancava solo una persona: lui. Dopo aver rassicurato un amico che lo voleva accompagnare, ha passato tutta la sera barricato in casa, non rispondendo a nessuno. Più di qualcuno sussurra che fosse in realtà in compagnia di diverse bottiglie di alcol.

 

“Un talento sprecato”, la Vulgata esigerebbe un finale così. Eppure Lajos Detari non può essere liquidato solo con questa semplice formula. Ha regalato tante emozioni agli appassionati di calcio, a chi sa assaporarne l’essenza, anche in un paio di giocate venute bene. Di più, ha convinto un popolo, a reinnamorarsi del football.