IDLES: la recensione di Crawler, il quarto album del gruppo di Bristol

IDLES: la recensione di Crawler, il quarto album del gruppo di Bristol

Crawler è il disco più coraggioso e introspettivo dato alle stampe dagli IDLES. Luca Villa ce lo racconta in una lunghissima recensione track-by-track.

IDLES - Crawler - Foto di Tom Ham

IDLES – Crawler – Foto di Tom Ham

Dopo tre dischi pieni di canzoni politiche da cantare a squarciagola, gli IDLES maturano mettendo da parte facili soluzioni musicali per abbracciare influenze che mai ci si sarebbe aspettati da loro. Crawler, il loro nuovo disco che esce proprio oggi per Partisan Records, è l’album più maturo ed introspettivo dato alle stampe fino ad ora dal gruppo di Bristol.

Influenzato da un incidente stradale che è quasi costato la vita al cantante Joe Talbot, Crawler parla di esperienze traumatiche ed è una riflessione su come la vita possa finire da un momento all’altro, senza troppo preavvisi. Nell’arco dei suoi 46 minuti di durata complessiva, riesce a mettere in mostra non solo l’evoluzione musicale del gruppo ma anche lo stato di grazia nel quale si trova la band in questo preciso istante. Non solo, è il primo disco dove Talbot si mette totalmente in gioco sopratutto con la sua voce, cercando soluzioni vocali diverse da quelle alle quali ci ha abituato nel corso degli anni.

Are you ready for the storm? 

IDLES crawlerCrawler inizia con MTT 420 RR, ovvero il nome della moto che si è schiantata contro Joe nel febbraio dello scorso anno, ed è un inizio che non ti aspetti e che spiazza totalmente. Una canzone lenta, spettrale, che può ricordare le atmosfere di Dirt In The Ground di Tom Waits, insomma quanto di più distante ci possa essere dalla traccia d’apertura del precedente Ultra Mono (War). Con The Wheel tornano i ‘vecchi’ IDLES, ma con un’attitudine del tutto nuova. Mentre Joe ci parla di circoli viziosi nei quali si può cadere (la figura della madre alcolista è sempre presente) il gruppo crea un oscuro muro sonoro che può ricordare i Queens of The Stone Age dei tempi di Era Vulgaris. Si continua con When The Lights Come On, uno dei vertici dell’intero lavoro, che suona come un riuscito incrocio tra i Bauhaus e i Pixies. Joe canta di vecchie piste da ballo, di quando il dancefloor si svuota e tu rimani l’ultimo uomo in pista mentre Mark Bowen e Lee Kiernan alle chitarre tessono trame scure come la notte.

Car Crash, che già ci aveva conquistati al tempo della sua uscita come secondo singolo, trova la sua giusta collocazione all’interno di questo lavoro e rimane è uno dei pezzi più tosti mai incisi dal gruppo che, specie nella sua seconda parte, tende al noise più puro. The New Sensation rappresenta invece l’unica vera canzone politica di Crawler ed è una riflessione sarcastica su quanto riferito lo scorso anno dal politico inglese Rishi Sunak riguardo ai musicisti momentaneamente senza lavoro a causa del COVID-19 (“Dovrebbero reinventarsi e trovare modi per adattarsi ad una nuova realtà”). Segue Stockholm Syndrome, dove gli IDLES colpiscono duro e dove la sezione ritmica – Adam Devonshire al basso, il vero motore della band, e Jon Beavis alla batteria – è qui ai suoi massimi livelli. Il lato A di Crawler si conclude sulle note di The Ballroom Beachland, primo singolo tratto dal disco e la canzone che il frontman ha definito come “la più importante” di questo disco. Su un ritmo soul, chiaramente suonato in chiave IDLES, s’inserisce il canto di Joe che usa registri inediti e che riesce a convincere pienamente. Si ricordano i piccoli locali da ballo mentre il titolo cita un luogo veramente esistente, una sala da ballo appunto, a Cleveland, in Ohio. Ascoltandola, non si può non ricordare quel verso di The Lover, presente in Ultra Mono, nel quale Talbot declamava “Guardami mamma, sono un cantante soul”. Detto, fatto.

Il secondo lato di Crawler viene inaugurato dalla doppietta Crawl!/ Meds e segna, a livello di tematiche, una presa di coscienza di sé stessi dopo aver avuto sconfitto dipendenze di vario tipo (alcool, droghe o altro, non fa differenza). Se la prima è contagiosa al punto giusto, è la seconda a conquistare totalmente grazie al suo ritmo tra Gang Of Four e Fall e all’intervento di un sax (suonato da Colin Webster dei Sex Swing) che arriva proprio quando meno te lo aspetti, parente stretto delle incendiarie canzoni degli Stooges di Iggy Pop. Segue il veloce intermezzo Kelechi (il titolo tributa un amico di Talbot che si è suicidato l’anno scorso) che funge da introduzione a Progress, il pezzo non solo più sperimentale di questo lavoro, ma dell’intera produzione dei nostri. La traccia, che si muove tra atmosfere dilatate ed elettroniche, è una riflessione su sé stessi, un mantra che non ci si sarebbe mai e poi mai aspettati dagli IDLES. Segue Wizz, il cui testo cita gli SMS che l’ex spacciatore di Talbot mandava al cantante, che è quanto più di distante ci si possa aspettare dopo la precedente canzone: un furiosissimo pezzo hardcore di nemmeno trenta secondi, il pezzo più veloce mai inciso dal gruppo.

Con King Snake si torna invece su lidi più canonici per il gruppo ed è una traccia che non sarebbe suonata male sul precedente Ultra Mono. Crawler si conclude con la seconda canzone soul (negli intenti, s’intende) della raccolta, l’accorata The End che cita una celebre frase di Lev Trockij. “Nonostante tutto, la vita è bella”, ovvero quello che scrisse sul suo diario il politico di origine ucraine, uno dei personaggi più importanti della rivoluzione russa, quando vide sua moglie distesa in giardino nonostante sapesse che gli scagnozzi di Stalin sarebbero arrivati a breve per ucciderlo. Redenzione e speranza: non importa quanto ti è accaduto nella vita e quanto è stata dura venire fuori da tutta quella merda, perché nonostante tutto la vita è degna di essere vissuta. Che è anche il messaggio finale, speranzoso e positivo, di questo tenebroso Crawler.

In spite of it all, life is beautiful.

Splendidamente prodotto da Kenny Beats insieme al chitarrista Mark Bowen, Crawler è il disco della definitiva maturità del gruppo (che non mancherà di attirarsi critiche da certi fan della prima ora). Non solo, Crawler è il miglior disco che ascolterete quest’anno, scritto e inciso dalla miglior band al mondo. Can I get a hallelujah?

Puoi ascoltare il nuovo disco degli IDLES in streaming su Spotify qui sotto, se invece preferisci il supporto fisico, puoi acquistare il vinile qui oppure il CD su amazon.it.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.