“From Zero to Hero” Copa, l’uomo che non voleva fare il portiere

“From Zero to Hero” Copa, l’uomo che non voleva fare il portiere

Ci sono dei vialoni infiniti ad Abidjan. Quando li vedi dall’alto, che solcano una zona vallonata, rimani stupito dall’incredibile fiumana di gente, uomini a piedi, in macchina con un carretto. Al termine dei rigori della finale di Coppa d’Africa, erano ancora più colmi del solito. Tutta la città, magnifica dal punto di vista naturalistico, pareva più colma del solito. I palazzi di lusso del centro, i mercatini popolari, gli alocodrome ( i ristoranti a buon mercato, dove si mangia, insieme a un pesce inarrivabile, la banana fritta, l’aloco, appunto), ovunque risuonava il coro “ Copa, Copa, Copa!” L’eroe della vittoria in nella Coppa d’Africa, il portiere Boubacar Barry, detto “Copa”.

Lo abbiamo già citato in un altro racconto di Barracuda, l’utilizzo del soprannome alla brasiliana era un classico dell’Académie creata ad Abidjan da Jean Marc Guillou. Boubacar lo aveva già prima di entrarci: data la sua passione per il gioco d’attacco, nelle squadrette della città più importante del Paese, qualcuno lo aveva paragonato a Kopa, il fenomeno della Nazionale francese degli anni Cinquanta. La grafia non era molto importante, e neppure il ruolo.
Quando Copa, dopo una performance da Actors Studio, ha posizionato la palla sul dischetto, un assistente di Hervé Renard, il CT della Costa d’Avorio, ha domandato perplesso: “ Lui?” “Tranquillo, uno cresciuto alla scuola di Guillou, portiere o non portiere, sa calciare, è obbligato a saper calciare.” E infatti, gol.
In realtà, Copa il portiere ha imparato a farlo proprio dopo essere entrato all’Académie. “ Io volevo entrare in quel gruppo, in qualunque modo, l’anno prima mi avevano detto che non era possibile, così che appena ho sentito che mancava loro un portiere, mi sono presentato coi guanti, io che a giocare al Maracana non sono mai stato neppure in difesa.” Avvertenza, non è un refuso nemmeno qui: Barry, ragazzo nato in Costa d’Avorio da genitori della Guinea Conakry ( dove il giorno dopo la finale, qualche giornale ha celebrato la vittoria del “guineano Copa”), non ha mai giocato nel tempio del calcio brasiliano: lo sport che si gioca con le porticine per strada, in Costa d’Avorio è noto col nome dello stadio carioca.

Copa impara il lavoro di portiere, e come ogni buon attaccante, lo impara bene. Si ritrova nella più incredibile favola della storia calcistica dell’Africa, quella dell’Académie che viene in toto promossa titolare e vincerà a Super Coppa continentale contro il gigante Esperance Tunisi. E lui pure, insieme a Kolo Touré, Aruna Dindane e Didier Zokora sbarca in Europa. Barry è un pioniere, anticipa con i compagni sopramenzionati, l’esperimento del Beveren tutto ivoriano, che raggiungerà in un secondo momento. La sua prima destinazione è Rennes, favoloso luogo che trasuda cultura calcistica. Ad assicurare ancora oggi la continuità economica e culturale della squadra bretone c’è il miliardario François Pinault, magnate nel settore del lusso, proprietario di Palazzo Grassi, e il cui figlio ha uno dei brillanti più luccicanti al suo fianco, l’attrice Salma Hayek.

E’ a Rennes che Barry diventa un portiere, lì gioca con la squadra B e sogna di diventare l’erede del suo idolo, Bernard Lama, il titolare della prima squadra con cui condivide gli allenamenti settimanali. In Bretagna arriva però un giovanissimo numero 1 ceco, un ragazzino che dimostra subito di valere oro: Petr Cech. La sua affermazione improvvisa ha deviato la carriera di Barry. Il dopo Lama, non sarà Copa. E allora ecco l’invito di Guillou, il secondo padre di tutti i ragazzi dell’Académie ( sono loro stessi a definirlo in questo modo). Per Copa inizia l’esperienza col Beveren. Il Belgio diventa la sua nuova casa, si trasferirà poi al Lokeren, dove riuscirà anche ad alzare un trofeo come la Coppa del Belgio, un evento per una piccola società come quella.

Il gruppo degli academiciens comincia a riempire la nazionale ivoriana. La Selephanto conquista grazie a questa iniezione di entusiasmo e tecnica, che incrocia la crescita di un ragazzo cresciuto fuori dal Paese, Didier Drogba, il primo Mondiale della sua storia: è il 2006. In Germania, Copa è il primo cambio di un monumento come Jean Jacques Tizié, numero uno dell’Espérance di Tunisi, la squadra di Slim Chiboub,ex discreto giocatore di volley, diventato uno dei ras del regime dopo aver sposato la figlia prediletta di Ben Ali, presidente ancora incontrastato del Paese. Copa attende il suo turno, che arriva presto: sarà lui il portiere titolare degli Elefanti nelle successive competizioni mondiali e continentali.

“Boulevard de la mort”, è uno dei tanti pezzi di Alpha Blondy, forse il maggior cantante reggae della storia, al netto di Bob Marley. La sua casa, una costruzione decisamente originale: circolare, grandissima, pare più un luogo di culto che una abitazione: si scorge da uno di quei boulevard infiniti, dove si ammassa tanta gente. La stessa che inneggiava a Copa, la stessa che qualche anno prima lo aveva eletto a simbolo della sconfitta in Coppa d’Africa. “Inadeguato”, la parola più gentile utilizzata per definire Barry qualche giorno prima di trasformarlo in eroe.

Le perplessità attorno a Copa erano ormai diffuse da tempo, da anni. Il Mondiale brasiliano sembrava aver segnato il suo passo d’addio alla Selephanto. In generale, la delusione attorno all’unica ambito riconosciuto di élite mondiale del Paese, la Selephanto e il calcio, aveva creato un clima strano attorno alla Nazionale. Disfattismo, di quello più pesante, da quello che non ci si riprende, una situazione classicamente africana, purtroppo. Il tutto in un Paese intrappolato in una crisi senza un perché chiaro, dopo aver vissuto per decenni in estrema tranquillità, tanto che diverse istituzioni del Continente ( come la Banca Africana, ad esempio) avevano sede ad Abidjan.

L’illusione di essere grandi, di avere il miglior giocatore del Mondo e di rimanere nel limbo, di non riuscire ad emergere. Di più: di perpetuare la delusione, di competizione in competizione, sempre più cocente, perché gli ivoriani, dopo aver festeggiato con la qualificazione al Mondiale del 2006, l’avvento di una nuova stagione nel calcio che davvero conta, poi non solo non hanno vinto nulla, ma sono riusciti in modo oltremodo creativo a perdere tutto. Ma perdere male, male: a pari merito, nelle loro brutte figure continue, le repentine eliminazioni ai Mondiali e la sconfitta nella finale di Coppa d’Africa del 2011 contro lo Zambia, allenato da Hervé Renard che non è un omonimo del Renard attuale CT degli Elefanti. Un altro caduto quasi subito nel vortice della tremenda critica ivoriana, che asseconda e fa da effetto moltiplicatore alla sfiducia generale del Paese. I tecnico francese, uno che il suo lavoro lo fa con serietà e cultura, è stato quasi costretto a fare accomodare in panchina Copa, durante questa Coppa d’Africa, per fare spazio al più dotato Sylvain Gbohouo, portiere di ottimo rendimento e di buona prospettiva. Poi però Gbohouo va ko, e deve tornare Barry per le gare decisive.

Ed è proprio lui, uno che manco doveva fare il portiere, che il bizzarro sceneggiatore di questa storia, sceglie per riscattare tutto. La Costa d’Avorio, la Selephanto, la prima, grande generazione di Academiciens. In mezzo a tanti ottimi giocatori, lui è stato il Prescelto, non Didier Drogba che, da casa, è stato il primo a chiamarlo per complimentarsi, non Yaya Touré, che ha giocato una Coppa d’Africa sottotono, solo con un paio di acuti, ma senza mai palesarsi come elemento trascinatore.

Gli Dei del calcio hanno optato per Copa Barry, quello in fondo alla fila. Come lui stesso si è dipinto, al microfono di Canal Plus, poco dopo la performance della finale vittoriosa. “E’ vero, sono stato criticato, ma sono un tipo che non si abbatte, e cerca di migliorarsi ogni giorno. Non ho grande talento, sono forse troppo piccolo per fare il portiere, ma mi piace lavorare e migliorarmi. Grazie a mia mamma, che mi ha sempre detto le parole giuste, e grazie a tutto il popolo ivoriano: siamo campioni, siamo tutti campioni.”

E poi quel sorriso, grande, educato, dolce e spontaneo. Tutto africano e perciò unico. Il miracolo di Berna, la vittoria nella finale mondiale del ’54 della Germania Ovest contro la Grande, imbattibile Ungheria, secondo molti, premi Nobel compresi, si può iscrivere nell’ambito dei miti di fondazione tedeschi. Adesso la Costa d’Avorio ha voglia di appropriarsi di quel sorriso, e di crescere con una nuova fiducia. Per fortuna il calcio serve anche a questo.

Carlo Pizzigoni