Daniel Johnston, il John Lennon del lo-fi, in dieci canzoni

Daniel Johnston, il John Lennon del lo-fi, in dieci canzoni

Daniel Johnston combina delle eccezionali canzoni pop con una meravigliosa tristezza nella grade tradizione di Syd Barett o Brian Wilson. Daniel Johnston è un vero tesoro dell’America” – David Bowie

D Johnston

Daniel Johnston è il mio cantautore preferito” – Matt Groening

Non ci sono molti artisti contemporanei in grado di essere venerati contemporaneamente sia da alcuni dei più grandi cantautori di tutti i tempi (Tom Waits, David Bowie) quanto da rock band come i Pearl Jam o i Sonic Youth fino ad arrivare alla regina del pop odierno (Lana Del Rey). Non solo, Kurt Cobain nel momento del suo maggiore successo ha spesso indossato delle sue t-shirt (era il 1992, nella t-shirt c’era la copertina di quel gioiello di Hi, How Are You).

E’ da tre anni circa che il mondo è stato privato, a causa di un infarto, di uno degli artisti più imprevedibili, strambi e preziosi dei nostri tempi. Le sue canzoni, disseminate in diciotto album pubblicati da diverse etichette o autoprodotti dallo stesso Daniel, sono puri e autentici gioielli pop suonati con strumenti casalinghi e registrati in bassa fedeltà che più bassa proprio non si può (tanto per dire, i Pavement sembrano dei pivellini a confronto). I suoi testi – scritti con lucidità nonostante sin da giovane abbia lottato con malattie mentali e un conclamato disturbo bipolare – sono brevi storie dove il cantautore racconta della sua vita, dei suoi drammi, del suo disincanto verso tutta l’industria musicale della quale (tranne gli ultimi anni di carriera) non ha mai fatto parte.

Daniel Johnston

Nel corso della sua carriera è stato celebrato – in vita, una vera rarità nel mondo della musica – prima con un bellissimo documentario (The Devil and Daniel Johnston, se avete Prime Video lo trovate qui), poi con un disco tributo – The Late Great Daniel Johnston: Discovered Covered, edito una quindici di anni fa – pieno zeppo di artisti che hanno sempre amato le canzoni di Johnston. Dai Teenage Fanclub insieme a Jad Fair (che collaborò attivamente proprio con Daniel nei primi anni novanta) agli Eels, dai Bright Eyes ai Death Cab For Cutie. Senza dimenticare le cover che diversi artisti hanno spesso eseguito dal vivo, come la struggente Walking the Cow rifatta prima dai fIREHOSE di Mike Watt, poi ripresa dai Pearl Jam e nei concerti in solista del loro cantante (Eddie Vedder) o True Love Will Find You In The End rifatta da Beck.

Se volete approfondire l’artista, vi consiglio d’iniziare con Hi, How Are You e Yip/Jump Music degli anni ottanta, proseguire con 1990 edito nel (appunto) 1990 oppure con il suo album più rock ‘n’ roll, Is and Always Was, in grado di presentare l’artista con canzoni “registrate per bene”, senza le impurità (o presunte tali) del lo-fi. Oppure potete semplicemente cliccare sulla playlist qui sotto.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.