BARRACUDA A VIENNA: CERCANDO IL TERZO UOMO

BARRACUDA A VIENNA: CERCANDO IL TERZO UOMO

Sulle tracce del grande capolavoro cinematografico di Carol Reed “Il Terzo Uomo” nella città che l’ha adottato

Parigi. New York City. Londra. Hong Kong. Le più importanti città del mondo sono state tutte depredate in un modo o nell’altro dall’industria cinematografica sin dai suoi albori, tanto da trasformare in luoghi di culto naturali molti degli angoli più affascinanti e unici del loro scheletro urbano. Nel corso dei decenni si sono accumulati così tanti film sopra queste scenografie metropolitane dal rendere ormai impossibile associare quella particolare città ad un singolo titolo: Central Park di New York, per dire, da solo è comparso in più di 230 film da quando i fratelli Lumière si sono presi la briga d’inventare la Settima Arte.

Vienna no. L’aristocratica capitale austriaca non è mai stata inclusa in nessuna classifica delle città più usate come set al mondo e, pur avendo toccato apici eccellenti nel passato recente con “Before Sunrise” (1995), “The Piano Teacher” (2001) e “Amadeus” (1984) non c’è alcun dubbio che l’ex casa reale degli Asburgo sia e sarà sempre identificata con un unico, iconico titolo cinematografico: “The Third Man” del grande regista inglese Carol Reed.

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Uscito il Primo Settembre 1949 “Il Terzo Uomo” aveva, ancor prima di rivelarsi al mondo sul grande schermo, tutti gli ingredienti per diventare leggendario. La sceneggiatura di uno dei più grandi scrittori occidentali di sempre, un Graham Greene reduce dal meraviglioso romanzo “Il Potere e la Gloria”. L’interpretazione memorabile, ironica e magnetica di un duetto all-time composto dal mostro sacro e ancor giovane Orson Welles e dalla sua valida spalla sin dai tempi di “Quarto Potere”, Joseph Cotten. La miglior femme fatale possibile, italiana, mora e disperata: Alida Valli. Una delle colonne sonore più particolari e ipnotiche di sempre, eseguita da uno sconosciuto che poi divenne eroe (poi ci torniamo). La regia visionaria, avanguardista ed elegantissima nel bianco e nero nobile e cupo di Reed. E, naturalmente, la Vienna claudicante e ferita reduce dai drammi e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il set – per una volta e in barba a tutte le New York City di questo mondo – perfetto e irreplicabile al servizio di uno dei più grandi film della storia.

Una miscela di fattori che fece diventare “The Third Man” prima un grande successo di botteghino e di critica e poi, col passare del tempo, il film-simbolo di una città e di un’epoca il cui riverbero è sopravvissuto fino ai nostri giorni; illuminando alcuni scorci magici e nascosti – di una città ormai internazionale e ben lontana dalle disgrazie e dalla povertà degli anni post-bellici – che non sarebbero entrati nell’immaginario collettivo se la città stessa (in modo del tutto fisiologico) non li avesse elevati a tappe turistiche e di omaggio alle vicende narrate dall’invisibile voce del film.

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Per questo appena le restrizioni per il Covid l’hanno permesso ci siamo messi la macchina fotografica al collo e di buona lena abbiamo oltrepassato i confini austriaci, alla ricerca del nostro personalissimo Terzo Uomo e di tutte quelle inquadrature distorte, diagonali e indimenticabili che hanno reso celebre “quella” Vienna, camminando in lungo e in largo con le nostre sneakers Barracuda black&white (ovvio no?) per tutta l’estate 2021. Il risultato del nostro girovagare lo vedrete nelle prossime istantanee, e perdonate se questo umile autore non aveva il physique du rôle all’altezza della missione…

…che non poteva non iniziare dai primi fotogrammi, da un simbolo come Johann Strauss e dalla sua statua all’odierno Stadtpark, a corredo del celebre monologo introduttivo:

“Non ho mai conosciuto la Vienna d’anteguerra con i valzer di Strauss e la sua Grazia felice, Costantinopoli mi piaceva di più. L’ho conosciuta dopo, nel classico periodo del mercato nero…”

Palais Pallavicini e Piazza Josefsplatz sono i luoghi protagonisti dei primi minuti della pellicola: Holly Martins (Cotten) è uno scapestrato scrittore statunitense appena giunto a Vienna alla ricerca del suo caro vecchio amico Harry Lime (Welles) che, a quanto pare, oltre ad avergli offerto un lavoretto per aiutarlo vive (viveva?) tra queste mura bianche e signorili nel centro storico viennese.

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Martins, un po’ confuso dalla notizia dell’improvvisa dipartita dell’amico e dalla presenza di un misterioso “terzo uomo” sul luogo dell’incidente, vorrebbe ritornarsene subito in America. Non lo attrae l’idea di rimanere nella disastrata capitale asburgica divisa in quattro sezioni governate dagli Alleati vincitori ma in preda all’anarchia e al crimine, tormenti che – mescolandosi all’odore di morte e distruzione lasciato dalla Grande Guerra – hanno trasfigurato il volto stesso della città. Ovviamente a convincerlo a restare non sarà solo la curiosità di indagare sulla morte di Harry Lime, ma la più classica delle “donne fatali”, incontrata al cimitero di  Zentralfriedhof durante la sepoltura dell’amico…

Poi, in una notte viennese gelida e oscura, il famigerato colpo di scena. Una finestra s’illumina, una signora addormentata si sporge lamentandosi in tedesco per l’insolito baccano in strada e la porta al civico 8 di Schreyvogelgasse improvvisamente prende vita sulle note di Anton Karas, qui al massimo del suo talento compositivo.

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Vi avevamo promesso una pausa e un riassunto sull’autore della soundtrack, meritevole tanto quanto il film: Karas era un povero suonatore di zither, una sorta di arpetta orizzontale conosciuta da noi come “cetra da tavolo”, di certo non uno strumento nobile, dal suono divertente e pizzicato che non portava molti soldi nelle tasche del viennese. Una sera il regista Carol Reed in cerca delle giuste scenografie si ritrovò in una taverna dove Karas eseguiva musica dal vivo. Fu amore a prima vista: Reed portò Karas a Londra e, davanti alle immagini del film, gli fece comporre la colonna sonora. Poi arrivò un incendio che distrusse gran parte del registrato: Karas non si scoraggiò e ricompose tutto daccapo. Il risultato fu un clamoroso successo per entrambe le parti, il tema musicale del “Third Man” divenne un piccolo cult e Karas iniziò ad essere invitato ad eseguirlo nelle corti d’Europa, ben più ricco e sempre con lo zither in braccio. Uomo dalle umili origini, con i soldi guadagnati potè realizzare finalmente il suo sogno, aprire una locanda nella sua Vienna di cui era ormai diventato il re: il nome scelto, come potete immaginare, fu “Il Terzo Uomo”.
Musica maestro!

“Ma chi c’è laggiù, in quella penombra? Che razza di spia pensi di essere?” si domanda intanto un Martins brillo e sospettoso…“C’mon out! C’mon out! Come out wherever you are!”

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Urlare serve a poco, se non a mettere in allarme lo sconosciuto.
Le luci delle case scompaiono di nuovo dopo pochi secondi.
Il losco figuro, nascosto dalle ombre della notte, si guarda bene dal rivelarsi.
Fugge…e il povero Holly Martins è troppo ubriaco per dar vita a un inseguimento credibile.

Le prime spiegazioni arriveranno all’improvviso poco dopo in un’altra sequenza epocale, quella della vecchia ruota panoramica – Wiener Riesenrad – nel parco divertimenti del Prater. Oggi, incredibilmente, è ancora possibile salire su quelle stesse iconiche cabine rosse e arrugginite per farsi un giro e godersi Vienna, dall’alto di un’enorme ruota di ferro vecchia più di un secolo (1897) che non da cenni di cedimento (ma si dondola parecchio, occhio…).

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“Sai che cosa diceva quel tale?
In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento.
In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto?
Gli orologi a cucù.”

Una delle battute più famose nella storia del Cinema fu inventata e recitata proprio qui, ai piedi della ruota panoramica, da un Orson Welles che osò aggiungere alla sceneggiatura di Greene – non certo l’ultimo degli scappati di casa – quello che si rivelerà essere l’ennesimo colpo di genio…

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Il terreno è ormai pronto per il gran finale: l’epica fuga senza speranza nel labirintico sistema fognario di Vienna invaso da ratti, acque malsane e decine di agenti della polizia inglese…

Sotto il manto stradale e i ciotoli viennesi, come potrete forse comprendere, non siamo stati autorizzati ad andare, ma l’inizio della scena siamo comunque riusciti a simularla in superficie, proprio mentre il cielo si riempiva di nuvole grigie e minacciose…

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L’ultima carezza del vento sulla mano imprigionata e impotente preannuncia l’arrivo dei titoli di coda, mentre Anton Karas – con straordinaria sensibilità – interpreta per un’ultima volta accarezzando il suo zither la conclusione amara che spetta a tutti i protagonisti.

L’epilogo, però, lo lasciamo scoprire a voi: troppo bello e malinconico per rovinarlo con delle mere parole…

Usciamo dal film e dalla sala per riaffiorare nella Vienna del 2021, così diversa eppur così simile a quella del “Third Man” che abbiamo appena finito di vedere sul grande schermo: proprio così, “Il Terzo Uomo” ancora oggi và in scena praticamente ogni giorno e per tutto l’anno al “Burg Kino” di via Opernring 19, uno dei cinema più antichi al mondo ancora in attività (aperto nel 1912) che ha deciso di proiettare (dal 1980) il film-copertina della sua città, un tributo meraviglioso e un’opportunità dal fascino innegabile per chiunque, viennese o meno, voglia vivere nel cuore di Vienna il più bel noir mai girato tra le sue strade.

Piccola chicca collaterale, alla cassa è possibile acquistare anche la t-shirt originale del “Third Man” – dal look vintage molto “calcio Anni Cinquanta” – con “Harry Lime” e naturalmente il #3 impressi sulla schiena, alla modica cifra di 17 euro…Cos’è che dicevamo inizialmente sull’impossibilità per un’intera metropoli di identificarsi con un singolo film?

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PS: se passate dalla capitale austriaca per i nostri stessi motivi non osate dimenticarvi di fare un salto a Preßgasse 25, l’ultima tappa di questo strambo pellegrinaggio cittadino. L’unico museo al mondo (a quanto ne sappiamo) interamente dedicato a un solo film, “The Third Man Museum”, vi aspetta ansioso di mostrarvi i dettagli più curiosi e le minuziose ricostruzioni dei set del capolavoro di Carol Reed, oltre a collaborare all’unico tour ufficiale che vi porterà addirittura nelle vere fogne cittadine…ma prima mandate un’email, le visite sono solo su prenotazione!

Auf Wiedersehen!

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testo di Michele Pettene

[ tutte le foto sono di Simona Saia e sono protette da copyright ]