BARRACUDA #1991: TEMPLE OF THE DOG, UNA STORIA VERA

BARRACUDA #1991: TEMPLE OF THE DOG, UNA STORIA VERA

Eddie, Chris, e uno dei più grandi super-gruppi rock di sempre

‘Ci sono molte storie che potreste sentire a proposito della musica di Seattle. Questa, la storia dei Temple Of The Dog, si dà il caso che sia vera’. Comincia così la breve biografia proposta dal sito ufficiale di una band tanto provvisoria quanto seminale. Può sembrare un incipit banale, soprattutto alla luce del fatto che il grunge, di cui i Temple Of The Dog sono allo stesso tempo antefatto e vertice massimo, ha avuto proprio nell’autenticità delle storie proposte il suo filo conduttore, ma non lo è. Non lo è perché la storia dei Temple Of The Dog, in qualche modo, contiene e collega tutte le altre storie della scena musicale cittadina e allo stesso tempo è diversa da ognuna di queste. La storia dei Temple Of The Dog è quella di una band esistita solo per qualche settimana, che ha scritto e registrato un disco senza avere un contratto con alcuna etichetta, ha suonato due concerti ed è sparita per oltre un quarto di secolo.

UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

La storia dei Temple Of The Dog, come parecchie storie vere, trova la sua premessa in circostanze tragiche. E nella storia dei Temple Of The Dog la cronologia degli eventi ricopre un’importanza cruciale. A inizio marzo 1990 Seattle è ancora una cittadina relativamente tranquilla, fuori dalla mappa dell’industria discografica, che vive con genuina passione il fermento crescente della sua scena musicale. Tra le band nate e cresciute in quella che viene chiamata ‘la città smeraldo’, i più promettenti sembrano essere i Mother Love Bone. ‘Shine’, l’EP d’esordio uscito dodici mesi prima, ha messo in mostra doti in grado di lanciare la band verso il successo. Quel sound, che molti ritengono sia la logica evoluzione della traiettoria hard-rock fin lì dominata da Guns ‘n’ Roses e Van Halen, è perfetto per le esigenze delle radio e di MTV. E c’è Andy Wood, il cantante, che sembra l’erede ideale della lunga tradizione di animali da palco con personalità extra-large che va da Mick Jagger ad Axl Rose. ‘Apple’, il loro primo album, è in fase di mixaggio e la Mercury, etichetta che ha sotto contratto la band da quasi due anni, sta definendo la data di pubblicazione più favorevole per lanciare un disco in cui crede molto.

L’altra band cittadina ad aver firmato con una major, in questo caso la A&M, sono i Soundgarden. ‘Louder Than Love’, prima prova marchiata A&M, è nei negozi dal settembre dell’anno precedente ma i dati di vendita non sono strabilianti. Il percorso verso il successo dei Soundgarden appare meno lineare rispetto a quello dei concittadini Mother Love Bone e li vede al momento sospesi in un limbo: troppo pesanti per i gusti del pubblico che ama Poison e Motley Crue, troppo stravaganti per piacere alla platea di fedeli all’ortodossia heavy metal. Inoltre, Chris Cornell, pur benedetto da madre natura con doti vocali sbalorditive e una bellezza statuaria, è quanto di più lontano dall’archetipo di cui sopra, a cui Wood invece corrisponde in pieno. Il tour in compagnia di Faith No More e Voivod (a proposito di stravaganze) ha portato i Soundgarden in giro per gli Stati Uniti e l’ultima tappa è prevista per il 18 marzo a Reading, in Pensylvania.

Il tratto d’unione tra due realtà così diverse è rappresentato proprio dai due cantanti. Wood e Cornell, a dispetto di inclinazioni caratteriali opposte, coltivano un’amicizia profonda cementata anche da un periodo in cui condividono lo stesso appartamento, peraltro riadattato a spazio prove e sala di registrazione.
È questa la situazione in cui si trovano i protagonisti principali della storia quando, il 17 marzo del 1990, i telefoni delle rispettive abitazioni suonano, uno dietro l’altro. La chiamata arriva da un telefono pubblico situato nel seminterrato dell’Harborview Hospital, uno dei più importanti ospedali della città. L’ingrato compito di avvertire amici e famigliari spetta a Zana, la fidanzata di Wood, che sembra confusa: Andy è andato in overdose la notte precedente e ora è in coma farmacologico, non è morto ma non è nemmeno vivo.

Solo arrivando in ospedale Ament e gli altri scoprono che le sue funzioni vitali sono alimentate artificialmente, escamotage approntato dal personale medico per consentire di porgere l’ultimo, estremo saluto. ‘A Night At The Opera’ dei Queen, il disco preferito di Andy, accoglie come sottofondo la processione di persone che accorrono al capezzale. Il lungo addio dura due giorni, giusto il tempo di permettere a Cornell di chiudere l’ultimo concerto a Reading e tornare a casa. Alle 15:15 del 19 marzo Andy Wood viene dichiarato ufficialmente morto.

LA FINE DELL’INNOCENZA

‘Fino a quel momento la vita era stata buona con noi, ma entrare in quella stanza d’ospedale ha rappresentato la fine dell’innocenza per tutta la scena di Seattle. Molti credono che la fine dell’innocenza sia arrivata con il suicidio di Kurt Cobain, ma io sono convinto che ci fossimo già passati con la morte di Andy’. La testimonianza diretta di Cornell, raccolta in occasione del documentario ‘Pearl Jam Twenty’ nel 2011, tratteggia una sequenza temporale plausibile dell’evoluzione del fenomeno conosciuto come grunge.

A dire il vero, la notizia della morte di Wood è tutto fuorché un fulmine a ciel sereno. La tossicodipendenza del cantante dei Mother Love Bone è cosa nota, persino gli stessi compagni della band dubitano della sua capacità di liberarsi dall’eroina. Non che Andy non c’abbia provato, i soggiorni presso varie comunità di recupero sono stati numerosi ma inconcludenti. Sotto molti punti di vista, quindi, l’overdose del 16 marzo appare un epilogo quasi inevitabile. L’inevitabilità del lutto, d’altronde, non sottrae nulla al dolore profondo provocato dalla perdita di quello che, al netto dei suoi tanti difetti, era per molti un punto di riferimento. ‘Andy ci ha fatto credere di essere tutti delle rockstar anche quando eravamo dei perfetti sconosciuti fuori dall’area metropolitana di Seattle’, ricorderà sempre Cornell. La scomparsa prematura di Wood è una cesura netta nella vita di chi l’ha conosciuto da vicino e in quella della scena musicale cittadina. La morte, da quel momento, diventa presenza fissa nell’immaginario grunge e purtroppo anche nella parabola personale di molti dei suoi eroi.

5+1

L’evento tragico che cambia per sempre i destini della scena di Seattle ha il merito di mettere insieme cinque musicisti, anzi cinque più uno, che viceversa difficilmente si sarebbero cimentati in un’impresa comune. Musicisti che, oltre al dolore per la scomparsa dell’amico, condividono un passaggio complicato dei loro percorsi artistici.
La morte di Wood crea un vuoto che si riflette in prima battuta su Gossard e Ament. I due hanno la sensazione di aver perso l’ultimo treno disponibile verso il successo. Treno su cui Mike McCready pensava di salire al volo a Los Angeles, città di grandi promesse da cui è tornato dopo molte delusioni raccolte con gli Shadow, scioltisi nel disinteresse totale di pubblico e addetti ai lavori. A Cornell e Cameron, in questo senso, va un po’ meglio perché hanno appena firmato un contratto con una major e mietono buoni riscontri di critica. L’impressione, tuttavia, è che i Soundgarden fatichino a uscire dal guscio costruito con le prime prove in studio e con esibizioni live all’insegna della mercurialità. Quanto al sesto componente, ospite quasi per caso, la vita trascorre tra turni di notte come benzinaio a San Diego e una carriera musicale che proprio non decolla.

In quel momento di vuoto, i cinque più uno si ritrovano e fanno ciò che gli riesce meglio: scrivono, suonano e registrano musica. In testa c’è Andy, o meglio la sua assenza, ma tra le dita scorre anche la voglia di sperimentare senza le costrizioni derivanti da un contratto con le sue inevitabili tempistiche e pressioni. Sì perché quando Cornell, Ament, Gossard, Cameron, McCready e Vedder si ritrovano nei locali dei London Bridge Studios, ovviamente a Seattle, non hanno alcuna certezza che gli esiti di quelle lunghe jam sessions vedranno la luce in un disco vero e proprio. È una specie di aggregazione spontanea, quella che li porta a rinchiudersi tra cavi e amplificatori per due settimane a cavallo tra il novembre e il dicembre del 1990. Così come del tutto spontanea è l’opera di reclutamento che modella la formazione della band.

DREAM TEAM

Il primo, timido passo verso ciò che diventerà ‘Temple Of The Dog’ è rappresentato da due composizioni che Cornell ha scritto durante la seconda parte del tour dei Soundgarden iniziata in estate e conclusasi in ottobre. I demo di ‘Say Hello To Heaven’ e ‘Reach Down’ si adattano poco al suono della band, ma a Cornell non va di riporle in un cassetto. Le due canzoni, poi, parlano di Andy, così Cornell le fa ascoltare ad Ament e Gossard. Gli ex-Mother Love Bone concordano: scartare quei due pezzi sarebbe un peccato imperdonabile. L’idea è quindi quella di registrarle, magari per farle uscire sui due lati di un 45 giri autoprodotto.

C’è bisogno di un batterista, però, e il pensiero corre subito a Matt Cameron, compagno di Cornell nei Soundgarden e autentico portento dietro ai tamburi. Non basta: occorre anche qualcuno che si occupi delle parti soliste di chitarra, perché l’intenzione è quella di lanciarsi in composizioni lunghe, dove gli assoli ricoprono un ruolo fondamentale, e né Cornell né Gossard ritengono di essere all’altezza del compito. Così McCready, che da qualche tempo prova con i due reduci dei Mother Love Bone, viene subito preso a bordo. Dal punto di vista della capacità compositiva e del virtuosismo con i singoli strumenti, ivi compresa la voce, si tratta di quello che nello sport verrebbe definito un Dream Team o quantomeno un All Star Team. Solo che all’epoca nessuno sa che i membri del progetto, di lì a poco, diventeranno autentiche divinità del rock venerate in tutto il mondo. E tantomeno lo immaginano i diretti interessati: in quel preciso momento Cornell, Gossard, Ament, Cameron e McCready, con l’aggiunta dell’ultimo arrivato Vedder, sono solo sei ragazzi, nemmeno trentenni, chiusi in uno studio di registrazione a incidere canzoni.

MUSICOTERAPIA, VERSIONE SEATTLE

‘Temple Of The Dog’ non è un concept album su Andy Wood, definirlo tale sarebbe una grossolana imprecisione. La morte dell’amico è la scintilla che appicca l’incendio creativo, ma le sessioni di registrazione si protraggono oltre il previsto, trasformandosi in una sorta di lunga terapia di gruppo. Da ogni nota del disco, anche nei molti momenti in cui non ci sono riferimenti diretti a Wood, traspare quella sensazione di smarrimento, di dolore insopportabile che si trasforma in rabbia, una sensazione che solo chi ha provato la terrificante esperienza di perdere un amico può riconoscere fino in fondo. Eppure nei 55 minuti e 16 secondi che escono da quella lunga terapia di gruppo c’è anche molto altro: c’è prima di tutto la capacità introspettiva di Cornell. Chris canta di Andy, ma spesso facendolo canta anche di sé stesso e lo fa con una lucidità quasi surreale. Lucidità che Cornell abbina a linee melodiche d’incredibile bellezza. Le composizioni destinate a ‘Temple Of The Dog’ sono più morbide, meno spigolose rispetto al materiale inciso con i Soundgarden, ma questo non impedisce a Cornell di arrampicarsi verso vette vocali del tutto inarrivabili per i comuni mortali (a conferma chiedere ai vocalist delle tante cover band che nel corso degli anni hanno provato e replicarne il cantato, performance spesso concluse con enfisemi polmonari e altre crisi respiratorie di varia natura).

Ne è prova ‘Say Hello To Heaven’, una ballata che in qualche modo anticipa atmosfere che troveranno la loro sublimazione qualche anno più tardi, grazie ad un altro straordinario songwriter dalle eccezionali doti vocali come Jeff Buckley. ‘Say Hello To Heaven’, che mostra anche una notevole somiglianza con ‘Season Of Wither’, vecchio e misconosciuto pezzo degli Aerosmith da ‘Get Your Wings’ del 1974, porta con sé un carico emotivo enorme che si farà pressoché insopportabile quando quel saluto al paradiso finirà per valere anche per l’autore del testo.

‘Reach Down’, che originariamente Cornell avrebbe voluto piazzare in apertura del disco come manifesto programmatico, è un excursus sull’hard rock anni ’70 lungo oltre undici minuti. Qui McCready viene posseduto dallo spirito di Stevie Ray Vaughan e di Jimi Hendrix, in una performance che, sempre in ‘Pearl Jam Twenty’, fa dire a Cornell ‘sembrava un ragazzo così tranquillo ma nel vederlo suonare l’assolo di ‘Reach Down’ ho pensato: questo tizio ha dei problemi!’. Negli anni a venire le acrobazie di McCready verranno riservate alle esibizioni dal vivo dei Pearl Jam, soprattutto nelle parti centrali di classici come ‘Even Flow’, ‘Porch’ e ‘Rearviewmirror’, dove Mike potrà dare sfogo alle sue doti da guitar hero.

Nel 1990 Cornell e Vedder non possono saperlo, ma nel pezzo che segue, il terzo nella tracklist di ‘Temple Of The Dog’, officiano una liturgia che, grazie al successo delle rispettive band, verrà replicata da milioni di adepti. La genesi di ‘Hunger Strike’ è piuttosto semplice: Chris ha in testa questa parte di chitarra, che deve molto a ‘Chloe Dancer’ dei Mother Love Bone, e una melodia vocale che ben si accompagna ad un testo breve, criptico, ispirato alla crisi d’identità che Cornell prova dopo che i Soundgarden hanno firmato con una major. Ci sono tutte le premesse perché da quelle intuizioni sbocci un’altra grande canzone, solo che manca qualcosa: nella sua versione demo ‘Hunger Strike’ suona monotona, ripetitiva, non all’altezza delle aspettative di Cornell e soci.

Così nasce l’idea, a quanto pare maturata dopo una serata di bisbocce nei peggiori bar di Seattle, di coinvolgere quel ragazzo appena arrivato da San Diego. All’inizio Eddie, che non ha mai conosciuto Andy, un po’ per timidezza e un po’ perché si sente l’intruso in un progetto altrui, oppone resistenza, ma una volta aperto il microfono ogni dubbio, suo e degli altri cinque, si scioglie come neve al sole. Dall’altra parte del mixer Gossard si gira verso Ament con sguardo trasognato e dice ‘hey, anche il nostro nuovo cantante non se la cava per niente male!’. Vedder non vanta l’estensione vocale di Cornell, non può giocarsela con i grandi vocalist dell’Olimpo del rock, da Robert Plant a Freddie Mercury, e si dimostra conscio dei propri limiti. Il futuro leader dei Pearl Jam decide così di sfruttare il suo baritono, formidabile detonatore emotivo che con gli anni e l’esperienza imparerà ad ammaestrare. Quello di Cornell e Vedder è un uno-due in grado di mandare al tappeto anche l’ascoltatore più scafato, ‘Hunger Strike’ diventa così, insieme a ‘Smells Like Teen Spirit’, l’inno non ufficiale del grunge.

Il disco, che all’inizio doveva essere un 45 giri, potrebbe anche finire qui e sarebbe già materia da tramandare ai posteri. Per fortuna, però, si prosegue per un’ulteriore mezz’ora abbondante durante la quale si ha modo di apprezzare l’apporto di ogni singolo componente. C’è la ritmica quasi funk guidata da Ament, presente anche nelle prime prove in studio dei Pearl Jam e quindi smarritasi, che scandisce il battito di pezzi tirati come ‘Pushing Forward Back’ e ‘Your Saviour’. C’è la versatilità di Cameron dietro ai tamburi, in grado di spingere quando serve e giocare di finezza come in ‘Wooden Jesus’. C’è la maestria di Gossard nel cucire e tenere insieme un collage sonoro multiforme e articolato. Ci sono i contributi tutt’altro che secondari di Vedder e McCready, alla loro prima registrazione in uno studio professionale.

C’è la vena compositiva di Cornell, autore di sette dei dieci pezzi del disco, che in ‘Call Me a Dog’ e ‘All Night Thing’ appare distante dalle complicate fabbricazioni sonore dei Soundgarden e vicino, vicinissimo a quelle radici blues e cantautoriali che inseguirà a lungo e con scarsi risultati durante la carriera solista. E poi c’è Andy, che aleggia in tutto il disco e torna prepotentemente in scena in ‘Times Of Trouble’, nel riferimento quanto mai esplicito alla tossicodipendenza ‘quando il cucchiaino è caldo e l’ago affilato e tu ti allontani’.

‘Times Of Trouble’, tra le altre cose, è anche un interessante esperimento che dimostra come due approcci diversi, quello di Cornell e quello di Vedder, possano produrre canzoni gemelle ma dotate di senso e atmosfera completamente diverse. La melodia al centro del pezzo, firmata da Gossard, verrà infatti ripresa in una versione assai più scarna dai Pearl Jam con il titolo di ‘Footseps’ e usata come lato B del singolo di ‘Jeremy’ (il pezzo, per dirla tutta, era compreso nei ‘Mamasan Tapes’, ovvero il big-bang che darà origine ai Pearl Jam, ma questa è una storia che racconteremo in un’altra occasione).

Infine, l’amico scomparso è presente nel nome che la band decide di darsi e che adatterà anche a titolo della prova in studio, tratto dall’incipit di ‘Man Of Golden Words’, tra le colonne portanti di ‘Apple’.

EFFETTO RITARDATO

Provate, anche solo per un momento, a immaginare di vivere il pieno della vostra adolescenza nell’estate del 1992: l’onda grunge sta travolgendo tutto e tutti, avete appena scoperto ‘Ten’ e ‘Badmotorfinger’, li avete già consumati e provate una fame insaziabile di conoscere di più, di conoscere tutto!, di Pearl Jam e Soundgarden. Internet, al momento, è ancora un lusso per pochi e le notizie che arrivano dall’altra parte dell’oceano sono vaghe e frammentarie. MTV è la fonte d’informazione, e in qualche modo di formazione, più affidabile. E così, in un pomeriggio qualsiasi dell’estate 1992, vi imbattete in un video che senza alcun preavviso vi catapulta in una specie di dimensione parallela: l’El Dorado della Generazione X.

‘Hunger Strike’ è un affresco d’epoca, quattro minuti che contengono il meglio (e pure il peggio) dell’estetica grunge. Il video, girato un anno prima a Discovery Park, periferia nord-ovest di Seattle, viene mandato in heavy rotation sullo slancio dei successi di ‘Alive’, ‘Jeremy’, ‘Rusty Cage’ e ‘Outshined’. Apprendere che oltre a quella canzone, poi, esiste addirittura un intero disco scritto e suonato da Pearl Jam e Soundgarden insieme equivale ad un’autentica epifania. Poco importa che quel disco sia uscito già da un anno abbondante, il 16 aprile del 1991 per la precisione, perché ora la A&M, che aveva messo sotto contratto i Temple Of The Dog più in ragione della stima per i Soundgarden che per reale convinzione della bontà del progetto, lo sta ristampando a ritmo forsennato.

Il disco, prodotto da Rick Parashar, dietro al mixer anche per ‘Ten’, che nel suo primo anno di vita aveva venduto poco meno di 70.000 copie, in pochi mesi supera il milione arrivando a raggiungere la quinta posizione nella classifica di Billboard tra gli album più venduti a giugno del 1992. Non sono i volumi di vendita di ‘Nevermind’ o di ‘Ten’, ma per essere l’esordio di una band che già non esiste più non è affatto male. Qualcuno, in quell’estate folle, prova anche a mettere in piedi un tour dei Temple Of The Dog, ma gli impegni già presi da Pearl Jam e Soundgarden non ne permettono la realizzazione. I due concerti suonati tra il novembre e il dicembre del 1990, rispettivamente all’Off Ramp e al Moore Theater di Seattle, rimarranno a lungo le uniche esibizioni dal vivo della band. Qualche sporadica apparizione nel corso degli anni, spesso coincidente con l’ospitata di Cornell in un concerto dei Pearl Jam, farà da viatico alla reunion del 2016. Otto concerti organizzati per festeggiare il quarto di secolo di ‘Temple Of The Dog’ con un grande assente: Vedder (la sua parte in ‘Hunger Strike’ verrà cantata dal pubblico).

Ancora oggi, sul solo profilo Spotify i Temple Of The Dog fanno registrare poco meno di un milione e mezzo di ascolti mensili, su YouTube il video di ‘Hunger Strike’ ha superato i 79 milioni di visualizzazioni. Sono numeri importanti, soprattutto per una band nata come esercizio temporaneo, testimonianza di un culto nemmeno così ristretto che resiste all’incedere del tempo e all’invecchiamento, quando non addirittura alla scomparsa, dei suoi sacerdoti.

AL POSTO GIUSTO

A eccezione dei Mad Season, altro supergruppo made in Seattle con la presenza di Mike McCready nato qualche anno più tardi, quello dei Temple Of The Dog rimane un unicum nella storia del grunge. Un progetto spontaneo, senza scopi commerciali, frutto della necessità di elaborare un lutto, band fantasma nata per liberarsi di un fantasma molto ingombrante. Dieci canzoni che diventeranno il ritratto perfetto di una scena musicale, di un’atmosfera, di un luogo. Un lavoro in studio di sei grandi musicisti il cui risultato è persino migliore della somma dei singoli talenti. Perché se c’è una cosa che, anche a distanza di trent’anni, ‘Temple Of The Dog’ ci può insegnare è che non basta il talento per creare grande musica. La ricetta per scrivere una pietra miliare, perché è di questo che stiamo parlando, rimane indecifrabile. Occorre saper attingere a un ingrediente segreto che non tutti sono in grado di procurarsi.

‘Il disco più semplice e allo stesso tempo più bello a cui io abbia mai partecipato’, l’ha definito Gossard. Un disco realizzato con in mente un obiettivo unico, racchiuso nella frase ripetuta come un mantra durante le registrazioni ai London Bridge Studios: ‘ad Andy tutto questo sarebbe piaciuto’. Gli sarebbe piaciuta la teatralità eccessiva di alcuni brani e il sound così sfacciatamente rétro di buona parte delle composizioni, soprattutto gli sarebbe piaciuto il successo che avrebbe portato i suoi vecchi amici a suonare in palazzetti, stadi e festival collezionando un sold-out dopo l’altro.

Poco importa che lo si consideri una terapia di gruppo in chiave rock, un tributo a una vita sprecata o il fortunato incidente di percorso che spicca tra tanti, troppi eventi funesti. L’unica cosa che conta è che quella dei Temple Of The Dog sia stata una storia vera, la storia di sei ragazzi che conoscevano l’ingrediente segreto di cui sopra, rivelato anni più tardi proprio da Chris Cornell: ‘con i Temple Of The Dog ha funzionato tutto perché i nostri cuori erano al posto giusto’.

E, per chiudere, una playlist con tutto ciò che c’è da ascoltare dei Temple Of The Dog (e non solo)

Dario Costa