Us+Them, istantanee dal concerto di Roger Waters

Us+Them, istantanee dal concerto di Roger Waters

Cosa ricorderemo del concerto di Roger Waters a Milano

“Us and them
And after all we’re only ordinary men”

["Us and Them" - da "The Dark Side of the Moon", 1973]

La security disseminata nel parterre del Mediolanum Forum di Assago è più per l’assegnazione dei posti che per l’ordine e il metodo. Lo provo sulla mia pelle quando, scaraventandomi dalla 27ma fila fin sotto il palco sulle note di “Mother”, non trovo sostanzialmente alcuna resistenza, pur fungendo da apripista per altri esagitati come il sottoscritto.

Sta finendo il concerto di Roger Waters a Milano.
Per la precisione stiamo passando dalla penultima all’ultima canzone, naturalmente “Comfortably Numb”.
Quindi, ora o mai più.

“There is no pain you are receeding.
A distant ship floats on the horizon.”
["Comfortably Numb" - da "The Wall", 1979]

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È così che mi sono ritrovato a guardare per qualche istante durato un secolo Roger Waters dritto negli occhi, a non più di mezzo metro di distanza. Mi piace pensare che il pugno chiuso steso orizzontalmente scambiato come saluto tra me e Lui sia stata la conseguenza di quello sguardo.

Si conclude così, sul celeberrimo assolo generato nel ’79 dall’Altro genio floydiano innominabile – David Gilmour – il tour US+THEM che Roger sta portando in giro per il mondo dal 21 Maggio 2017: 155 show in 4 diversi continenti, quattro città italiane coinvolte tra Milano, Bologna, Lucca e Roma.

Le Polaroid digitali che vedete – di dubbia qualità I know – sono quelle del gig milanese del 18 Aprile 2018, scattate da chi sta scrivendo: posto centrale, un abbondante centino sganciato a TicketOne e l’opportunità di vedere Waters senza l’ausilio del super schermo HD, oltre che quella già citata di buttarsi sotto il palco al primo momento utile. Sostanzialmente le uniche due differenze rispetto alle tribune, al solito entusiaste e partecipi sugli inni floydiani classici ma un po’ più restìe su brani come “Brain Damage” ed “Eclipse” che nel 1973 chiudevano il capolavoro assoluto dei Pink Floyd, “The Dark Side of The Moon”.

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Anzi no, una terza differenza c’è, eccome. I posti centrali del parterre sono gli unici di tutto il Forum ad avere la visuale limitata su una delle tre installazioni centrali del concerto: la mitologica centrale elettrica diventata immortale sulla cover dell’album “Animals” (1977) inizia a calare dal soffitto sull’apertura della seconda parte dell’evento durante la canzone “Dogs” (tratta appunto dallo stesso album). Prima le ciminiere fumanti, poi i muri e il paesaggio, proiettati su degli schermi paralleli ai due lati lunghi del palazzetto.

Inizialmente sono troppo preso dalla band – che per coerenza concettuale ha indossato delle maschere canine – per accorgermene, ma quando i miei vicini si sono alzati per fare i video (sigh…) dell’installazione allora mi sono reso conto che qualcosa in effetti mi stavo perdendo: non la prima ne l’ultima volta durante un concerto che forse contava un po’ troppo su oggetti collaterali a strumenti musicali e canzoni per intrattenere il pubblico e veicolare i propri – tradizionali – messaggi antimilitaristi, anticapitalisti e antigovernativi.

“Hey you, Whitehouse
Ha, ha, charade you are”
["Pigs" - da "Animals", 1977]

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Nulla di cui stupirsi del resto. Roger Waters sta portando avanti grossomodo dal suo figlioccio “The Wall”, ovvero dal 1979, la propria personalissima battaglia contro quelle che secondo lui sono le più grandi ingiustizie mondiali, dalla diseguaglianza sociale alle guerre capitaliste, dai presidenti occidentali “maiali” tipo Trump e Berlusconi alle multinazionali come Apple.

Un concetto ben rappresentato dal più classico dei simboli floydiani, quel maialetto rosa della cover “Animals” lasciato ondulare gigantesco sopra le nostre teste mentre dal palco risuonano le parole di “Money! Get away / Get a good job with more pay and you’re okay”: Waters, da buona superstar veterana dei palchi da ormai 40 anni, sa dove vuole condurre i propri fan, e l’escalation di immagini sullo schermo si succedono senza tregua in linea con l’obiettivo.

Resta semmai qualche perplessità su quello che il nostro burattinaio si aspetta dalle nostre reazioni: cosa dovrebbe esattamente fare il pubblico davanti a un bambino africano malnutrito esposto sullo schermo? Qualcuno applaude timidamente, molti guardano e attendono i gesti indecisi dei vicini, altri fischiano, io taccio…idee?

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Alla fine il concetto basilare che Roger Waters vorrebbe passare è quello che compare poco prima del lungo intervallo sulla canzone “Another Brick in The Wall”: “RESIST”, “Resistete!”, mentre sul palco decine di ragazzini delle scuole milanesi cantano il più famoso dei ritornelli floydiani:

“We don’t need no education
We don’t need no thought control”
["Another Brick in The Wall" - da "The Wall", 1979]

Resistete all’avidità dei politici, al fumo creato per ingannare dei social media e delle aziende, all’egoismo che crea imparità, al profumo dei soldi, e via dicendo…

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Molte cose sono condivisibili, altre meno, e tutta la narrativa sul Waters off the court – come direbbero in ambito sportivo gli anglosassoni – è un faldone sconfinato che poco c’interessa: alla fine noi siamo qui perchè il concerto è stato pubblicizzato ovunque come “Pink Floyd’s Roger Waters”, e quello ci aspettiamo, ovvero un’overdose di classici dei Floyd che possa astrarci dal grigiume quotidiano, facendoci rabbrividire come la prima volta in cui abbiamo scartato il vinile di “The Wall” e abbiamo sentito il sospiro inaugurale di “Mother”.

“Mother, do you think they’ll drop the bomb?
Mother, do you think they’ll like this song?”
["Mother" - da "The Wall", 1979]

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Certo, del gruppo storico on stage è rimasto solo il bassista, ma gli sforzi tecnici e le evoluzioni elettriche di due grandi chitarristi come Kilminster e Jonathan Wilson riescono a supplire abbastanza da farci chiudere nuovamente gli occhi per volare nelle atmosfere psichedeliche e intergalattiche che hanno reso unico il sound floydiano: quella che manca di più semmai è l’insostituibile voce di Gilmour, mentre quella di Waters rende al suo meglio sulle quattro interpretazioni della sua carriera solista proposte durante il concerto.

“Deja Vu” e “The Last Refugee” sono infatti due tra le migliori produzioni watersiane tratte dal suo ultimo album “Is This The Life We Really Want?”, canzoni che meriterebbero ben più dei risicati applausi che i soli fan estremisti dedicano al loro idolo: l’annoso confronto tra il Waters solitario e quello deus ex machina dei Floyd post-Syd Barrett (sempre sia lodato) registra l’ennesimo risultato negativo, ma nessuno se ne stupisce, Waters in primis.

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Sarà dunque il finale catartico a lasciare i migliori ricordi, con l’installazione più emotivamente intensa generata da dei giochi laser di fronte al palco mentre si è prossimi alla conclusione: quando il triangolo magico della cover di “The Dark Side of the Moon” comparirà davanti (e sopra) al pubblico, il cerchio di Roger Waters troverà finalmente un degno compimento, trasportandoci tutti “dentro” l’album che ha reso universale il marchio “Pink Floyd”, annunciando contestualmente l’impossibilità di rifuggire il glorioso (e tormentato) Passato.

Piuttosto, onorarlo ed omaggiarlo per tutto quello che ha fatto per Lui e per Noi rimane la via più giusta da seguire.
Perchè “Us and Them”“Noi” e “Loro” – dopo tutto siamo pur sempre “uomini ordinari”, malinconici, nostalgici, devoti. Grati.

Michele Pettene