Twin Peaks, dove eravamo rimasti

Twin Peaks, dove eravamo rimasti

Cercare di trovare parole per quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente difficile, è praticamente impossibile. E poi, siamo proprio sicuri che le parole giuste per spiegare la nuova stagione di Twin Peaks siano già state inventate?
 
La settima parte della terza stagione di Twin Peaks è tutto sommato un tuffo al cuore per gli appassionati della serie, nonché uno snodo apparentemente importante per la progressione della trama: vengono finalmente ritrovate le pagine strappate dal diario di Laura Palmer che erano scomparse da venticinque anni. Grazie a questo preziosa scoperta, Hawk inizia a capire che il Cooper che uscì dalla Loggia Nera nel 1991 non era l’affabile agente dell’F.B.I. che tutti a Twin Peaks avevano imparato a conoscere e ad amare, ma la sua nemesi. 
Parallelamente, vediamo Diane (l’abbiamo già detto quanto è straordinaria Laura Dern?) che in un drammatico faccia a faccia con il Cooper imprigionato in South Dakota si rende conto che la persona che ha davanti non può essere la stessa con cui aveva lavorato a stretto contatto tanti anni prima.
Non mancano alcune scene sconvolgenti, come l’assalto del nano pazzo al “Rinco” Cooper – dai, coniamolo anche noi un termine – e alcune apparizioni che faranno felici i fan della prima ora e che non saremo di certo noi a svelarvi. 

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Poi però succede l’imprevedibile. Una sera d’estate, quando il sole è già calato da un pezzo, t’imbatti nell’ottava parte e arrivi al punto di esclamare, a gran voce e in inglese, anche se stai guardando Twin Peaks con i sottotitoli in italiano su Now TV, “WHAT THE FUCK?” con tanto di accento yankee. Mi sto lamentando del nuovo Twin Peaks? No, perché come diceva Franz Kafka, “lamentarsi significa fare domande e aspettare la risposta. Le domande però, che non rispondono a se stesse nel nascere, non trovano mai risposta”. 

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L’ottava parte della terza stagione di Twin Peaks è come una montagna russa a cui vengono attaccate persone che, di tanto in tanto, cadono e si sfracellano al suolo. Dopo esservi accomodati sulla giostra, ben bardati con gli opportuni lacci che occorrono per non farvi catapultare fuori dal vostro seggiolino, avrete la sensazione che quella lunga rampa che vi conduce alla più ripida discesa non finisca mai. In un vortice di visionarietà che non ha paragoni nella storia delle serie televisive, scorrono davanti agli occhi alcuni degli autori più importanti del cinema, da Alejandro Jodorowsky a Federico Fellini fino a Stanley Kubrick. Non è abbastanza? Nella puntata in cui il genio di Lynch cerca di spiegare come tutto ebbe inizio (la Loggia Nera, il male puro, BOB) assistiamo anche a rimandi evidenti a “Night of the Living Dead” di George A. Romero, vero punto di riferimento per qualsiasi cosa voglia fare paura. E paura la fa. 

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L’ottava parte di Twin Peaks, quella finora più malata e fuori di testa, è paragonabile all’ultima di “2001: Odissea nello Spazio”, solo che qui il trip allucinogeno non dura solo venti minuti, ma è prolungato per un’ora intera. Se tutta questa follia visiva manderà sicuramente in visibilio i nerd della serie, che troveranno un senso anche nelle scene più surreali, cosa rimarrà invece a quelli che avrebbero voluto una bella fetta di crostata di ciliege e una buona tazza di caffè? Nulla, o meglio, troveranno un cervello spappolato in una stazione radiofonica nel 1956, uomini dal volto nero in cerca di sigarette che ripetono
nenie apparentemente prive di senso e una sensazione di terrore e di claustrofobia inebrianti quanto destabilizzanti. Ah, troveranno anche i Nine Inch Nails in grande spolvero, che suonano dal vivo una fantastica nuova canzone. 
 
 
 Solo una cosa pare ormai chiara: a undici anni da “Inland Empire”, Lynch è tornato più in forma e più folle che mai. Arrivati quasi al giro di boa di metà stagione, a voi la scelta di continuare a seguirlo o di mollare tutto. 
 “Non esiste altro mondo fuorché il mondo spirituale. Quello che noi chiamiamo mondo sensibile è il Male del mondo spirituale”. 
Bravo Frank, tu sì che si becchi sempre.
 
(Luca Villa)