The Murder Capital e il disco più cupo e oscuro dell’attuale scena post-punk d’oltremanica

The Murder Capital e il disco più cupo e oscuro dell’attuale scena post-punk d’oltremanica

Con When I Have Fears, gli irlandesi Murder Capital scrivono un disco pieno di dolore dalla prima all’ultima nota che non lascia spazio alla speranza. Un album di debutto nato capolavoro, come ben pochi se ne sono sentiti negli ultimi anni.

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Perché parlare oggi di un album uscito ben 528 giorni fa? Perché il debutto dei Murder Capital è stato un ascolto praticamente fisso dal giorno della sua uscita, avvenuta il 16 agosto del 2019, sino ad oggi.

Pur con tutte le differenze del caso, ogni scena musicale ha un disco che spicca sugli altri per la sua cupezza e la sua tenebrosità. When I Have Fears potrebbe rappresentare per l’attuale scena post-punk d’oltremanica quello che ha rappresentato il disco dei Temple Of The Dog per il movimento di Seattle, (GI) dei Germs per l’hardcore americano oppure, ancora, Blank Generation di Richard Hell and The Voidoids per la scena del punk a stelle e strisce.

Il debutto dei Murder Capital, sebbene pubblicato in una caldissima giornata di agosto, non ha proprio nulla di estivo o solare. Anzi, ricorda più l’oscurità del monolite in uno dei (tanti) capolavori di Stanley Kubrick, ovvero 2001: Odissea Nello Spazio. Rispetto ai dischi degli IDLES, Fontaines D.C. o Shame, When I Have Fears è un oggetto del tutto diverso.

La prima grande differenza con gli album delle altre formazioni è che il debutto della band irlandese è costituito, per la maggior parte, da lunghe e intime canzoni che derivano direttamente dal dolore provato dai componenti del gruppo per il suicidio di un loro caro amico (amico a cui pure il nome del gruppo s’ispira). La tragedia non finisce qui. Durante le session di registrazione del disco, prodotto da Flood, uno che ha visto nascere l’originale movimento post-punk di fine anni settanta, è venuta a mancare, improvvisamente, pure la mamma del chitarrista, cosa che ha definitivamente fatto deviare questo disco verso la più totale oscurità. When I Have Fears è un disco, e qui sta la seconda grande differenza con “tutto il resto”, totalmente introspettivo e senza alcun riferimento – udite, udite – politico o sociale.

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A ben vedere, anche i primi due dischi degli IDLES, Brutalism del 2017 e Joy as an Act of Resistance dell’anno seguente, sono parzialmente ispirati dalla scomparsa della mamma del cantante ma il meccanismo dove Joe Talbot cerca (e, a volte, trova) fiducia nel futuro qui è del tutto assente, con atmosfere piene di claustrofobia e senza speranza alcuna.

Se pezzi come la possente More Is Less, che ricorda i Fugazi, o la contagiosa Feeling Fades si ricollegano al discorso già avviato da altre post-punk d’oltremanica, è nei pezzi più irregolari e oscuri che questo disco riesce a convincere pienamente. I saliscendi emotivi di Green & Blue, l’evocativa Slowdance, la catartica On Twisted Ground, la commovente ballata pianistica How The Streets Adore Me Now (che ricorda Nick Cave) riescono a toccare i tasti più sensibili dell’anima di ognuno di noi. Poi, certo, ci sono l’iniziale For Everything e la finale Love, Love, Love – che mettono in chiaro le influenze del complesso, dai Pixies ai Joy Division sino ad arrivare ai primi U2 – e Don’t Cling To Life, il pezzo più conosciuto del gruppo che, forte di uno dei migliori testi di questa raccolta (Don’t cling to life / There’s nothing on the other side), riassume emblematicamente tutti i significati presenti in questo lavoro.

Proprio quando il sole sembra non sorgere più e ciò che ti circonda va tutto a pezzi, può capitare che cinque ragazzi irlandesi invece di andare in un pub, si rechino in uno studio di registrazione per scrivere canzoni su tutto quello che stanno provando in quel momento, incidendo un vero e proprio capolavoro, ovvero ciò he è successo ai Murder Capital con il loro When I Have Fears.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.