The Band in dieci canzoni

The Band in dieci canzoni

Alla scoperta di uno dei migliori gruppi di tutti i tempi, una band così eccezionale che ha potuto persino infischiarsene di trovarsi un nome.

Without your love I’m nothing at all
Like an empty hall it’s a lonely fall
– It Makes No Difference, The Band

Bisogna ammetterlo. Non è da tutti decidere di chiudere la storia del proprio gruppo contando su di una parata di stelle da sogni pronte a tributarti. Bob Dylan, Neil Young, Eric Clapton, Ron Wood, Muddy Waters, Van Morrison, Neil Diamond, Ringo Starr, Emmylou Harris, Joni Mitchell, insomma mica gli ultimi della lista.

Partiamo dalla fine. Avete mai sentito parlare di The Last Waltz? Il 25 novembre del 1976, giorno del Ringraziamento, la Band decide di terminare anzitempo la propria corsa e organizza un ultimo concerto al mitico Winterland di San Francisco. A filmare il loro addio alle scene chiamano niente meno che Martin Scorsese, amico e fan del gruppo da lungo tempo, e suonano per oltre quattro ore. Se non avete mai visto questo concerto, correte subito ai ripari e immergetevi nella visione del miglior documentario rock della storia della musica.

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Pensare che per Rick Danko, Levon Helm, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson era tutto iniziato agli inizi dei sessanta accompagnando Ronnie Hawkins per l’America più rurale. All’epoca il gruppo si chiamava ancora The Hawks, proprio con quel nome accompagnarono Bob Dylan nel suo storico tour del 1965, quello della svolta elettrica per intenderci. Nel corso di quella stringa di date, Robertson e compagnia decisero di cambiare nome adottando quello con il quale sono ricordati ancora oggi, The Band.

Proprio un concerto suonato nel vecchio continente – il 17 maggio del 1966 alla Free Trade Hall di Manchester – è diventato col tempo uno degli spettacoli più iconici e leggendari di sempre. Verso la fine del set elettrico di Dylan, uno spettatore rancoroso che avrebbe voluto vedere il menestrello di Duluth ripetersi all’infinito nella formula voce-chitarra acustica-canzone di protesta, urla, “Giuda!”. Bob risponde, “Non ti credo, sei un bugiardo!” e attacca una furiosa versione di Like a Rolling Stone chiedendo alla band di suonarla “fucking loud”. Play it fucking loud.

Pochi mesi dopo Dylan fece un “famoso” capitombolo con la sua moto nei pressi di Woodstock. Nello stesso periodo Hudson, Danko e Manuel affittarono una grande villa dipinta di rosa e invitarono Dylan per delle infinite session in totale libertà. Da questo momento inizia un periodo che cambierà le sorti di tutti i personaggi coinvolti. Bob scriverà alcune delle sue canzoni migliori di sempre, il gruppo inciderà le canzoni che andranno a comporre il loro album d’esordio, Music from Big Pink, edito nel 1968 che vanta la presenza del loro brano più noto (The Weight, inserito anche nella colonna sonora di Easy Rider). L’anno dopo viene pubblicato il disco omonimo della formazione, il loro migliore, che contiene tra i vari classici, The Night They Drove Old Dixie Down e Up On Cripple Creek.

Due anni dopo è il turno del notevole Cahoots, seguono altri album sempre sopra la media (con la costante a disco di un paio di pezzi fuori dal comune, ad esempio Ophelia e It Makes No Difference su Northern Lights-Southern Cross) e l’inevitabile fine della formazione, con quello storico concerto al Winterland di San Francisco.

Il resto è storia. Un piccolo assaggio di quella breve ma intensissima storia è tra le note delle canzoni presenti nella playlist disponibile qui sotto. Mi raccomando, proprio come direbbe Bob Dylan, play it fucking loud.

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.