THAT SUNDAY, SUCH AN IMPERFECT DAY.

THAT SUNDAY, SUCH AN IMPERFECT DAY.

L’ultima volta che ho visto Lou è stato qui a Reggio Emilia, nella mia città. Eravamo andati a vedere lo spettacolo “Homeland” di Laurie Anderson. Sul finire del concerto, uno zoppicante Lou Reed è entrato sul palco andandosi a sistemare, tranquillamente, su un piccolo sgabello di legno. Sullo sfondo, il vecchio e sempre evocativo Teatro Valli. Per quattro, forse cinque minuti, sono stato di fronte a quella leggenda. Con sua moglie Laurie cantò “I’ll Be Your Mirror” dei Velvet Underground, vale a dire una delle più belle canzoni d’amore di tutta la musica del Novecento.

Domenica scorsa, grazie a questi aggeggi che tanto si usano in questi anni (leggi, iPhone) è arrivata come un fulmine a ciel sereno la notizia della morte di Lou Reed. Proprio una domenica pomeriggio. A New York era ovviamente domenica mattina, “Sunday Morning”, come una delle canzoni più celebri dei Velvet Underground. Poteva il vecchio ‘angelo del male’ scegliere un giorno migliore per andarsene?

La mente corre veloce a quello splendido tributo a Nico che vidi in un altro teatro, a Ferrara, non più di cinque anni fa. Organizzato dall’altra mente dei Velvet, John Cale, questo tributo vedeva diversi artisti come Mark Lanegan o il compianto Mark Linkous esibirsi in alcuni brani celebri proprio della band proto punk capitanata da Lou Reed.

Poi ricordo che quando scoprii il punk rock dei Sex Pistols e dei Clash, o l’hardcore di gente come Dead Kennedys o Black Flag, uscì un film di Oliver Stone intitolato “Natural Born Killers”. Nella colonna sonora c’era una canzone interpretata dai Cowboy Junkies, “Sweet Jane”. Mi si aprì un mondo. Chi era quel personaggio in total black, con la pelle raggrinzita e gli occhiali da sole anche quando fuori c’erano 40 gradi? Chi era quell’uomo che sembrava il papà di Julian Casablancas degli Strokes? Come faceva ad essere uno dei personaggi più cool di tutta la musica?

Semplice, aveva detto a tutti noi di farci una giro nel lato selvaggio, aveva scritto pezzi come “All Tomorrow Parties” o “Venus In Furs”, pezzi su cui molte band di questi giorni costriuirebbero un’intera carriera. Aveva cantato la sua New York nella splendida “Coney Island Baby”, facendomi innamorare di quella città già vent’anni fa. Poi aveva composto quel capolavoro di “Transformer”! Cazzo, “Transformer” gente! E come non nominare l’album “New York”? Chi non si ricorda l’interruzione di Lou Reed durante lo Zoo TV Tour degli U2, quando da uno schermo duettava con un emozionatissimo Bono su “Satellite Of Love”?

Certo, domenica sono arrivati un sacco di coccodrilli (sotto forma di tweet) di personaggi celebri, più o meno veri, reali, profondi. Domenica scorsa ogni persona che abbia mai amato e che tuttora ami il rock ha tributato, in un modo o nell’altro, la musica di Lou Reed. Era una grande testa di cazzo? Se lo poteva permettere. Ha solamente rivoluzionato il rock grazie ai suoi compagni nella band e grazie ad un altro arrogante, stronzo e geniale artista newyorkese che si chiamava Andy Warhol.
Certo, ognuno avrà la sua storia legata a Lou e ai Velevet. A me è piacuto ricordarlo così.

Sono sicuro che tra dieci, venti o cinquant’anni qualcuno muoverà ancora il bacino sulle note di “Sweet Jane” o si commuoverà sulle note di “The Bed” o sui versi di “Dirty Blvd”. In quel momento tu ci guarderai da lassù, con i tuoi occhiali da sole e con la giacca di pelle, e sorriderai.

Non potevi aspettare ancora qualche anno? Grazie a te, dalla scorsa domenica, ci sentiamo tutti un po’ più soli, stronzo.

Luca Villa | https://twitter.com/LucaChinaski

www.pearljamonline.it

Link diretto

Lou Reed / Velvet Underground