#STAYHOMEROCK: IL MOMENTO DI GIGATON

#STAYHOMEROCK: IL MOMENTO DI GIGATON

Una recensione, emotiva ma non troppo, del nuovo disco dei Pearl Jam

Se non è il più importante della loro carriera, ‘Gigaton’ vanta senza dubbio la palma di disco più atteso nella lunga carriera dei Pearl Jam. Arrivato dopo un silenzio lungo quasi sette anni, per intenderci più o meno il lasso di tempo in cui Vedder e compagni avevano registrato i loro primi cinque, inarrivabili capolavori, ‘Gigaton’ si ritrova, suo malgrado, a sopportare aspettative amplificate a dismisura dalle straordinarie circostanze in cui vede la luce.

All’interesse della comunità musicale, curiosa di capire a che punto fosse la parabola della band, si è aggiunta l’attesa dei fan, ansiosi di trovare nuovo conforto, più che mai necessario, nell’antico verbo. Durante gli ultimi vent’anni i Pearl Jam hanno gradualmente perso un posto di rilievo nel panorama della musica mondiale, ma nel frattempo si sono trasformati in un autentico culto con pochi eguali tra i contemporanei e forse anche tra chi li ha preceduti. Per abbozzare un giudizio su ‘Gigaton’, quindi, occorre cercare un punto d’incontro tra queste due coordinate: lo spessore, nel 2020, di canzoni rock ’n’ roll scritte e suonate da attempati ultra-cinquantenni da una parte e l’impatto emotivo che la musica della band ha sul proprio pubblico dall’altra.

Cominciamo col dire che ‘Gigaton’, di fatto, è un disco appena più che discreto. Lasciando perdere i confronti con le uscite degli anni ’90, che per evidenti motivi non rappresentano un termine di paragone sensato, il nuovo album dei Pearl Jam suona più coraggioso e omogeneo del predecessore ‘Lightning Bolt’ ma non gode dei picchi alla ‘Just Breathe’ di ‘Backspacer’. Che tra le mura del GT Studio di Seattle, dove le sessioni di registrazione si sono prolungate per oltre due anni, serpeggiasse una certa voglia di sperimentare lo si era intuito già con ‘Dance Of The Clairvoyants’, gradevole esercizio new wave.

L’intenzione di ampliare gli orizzonti sonori è riscontrabile, seppur con minore nettezza, anche in altri frammenti del disco e si sposa bene con la produzione, la prima in cui riveste un ruolo primario, di Josh Evans. Mantenendo un atteggiamento ossequioso verso le scelte compositive della band, Evans impreziosisce il suo esordio dietro al mixer con un tocco pressoché impercettibile eppure decisivo, come in ‘Seven O’Clock’, quasi una jam session che mescola lo Springsteen più pop del recentissimo ‘Western Stars’ ad accenni di psichedelia.

La manciata di pezzi più aggressivi, tutti a firma Vedder, rientra in quel canone garage-rock che i Pearl Jam ci propongono, con esiti alterni, dai tempi di ‘Breakerfall’. Solo la traccia d’apertura ‘Who Ever Said’, tuttavia, risulta all’altezza, con esaltanti intrecci ritmici e una camaleontica linea vocale. ‘All the answers will be found in the mistakes that we have made’, sussurra Vedder ad un certo punto, inaugurando la tematica a metà strada tra introspezione e apertura verso il mondo che caratterizza tutto ‘Gigaton’. Mai come nei 57 minuti della loro ultima prova in studio, il battito vitale dei Pearl Jam è rappresentato dalle parole del loro frontman.

Per quanto ovvio, i testi sono stati scritti in tempi non sospetti, eppure risulta difficile non scorgerne i riflessi sulla quotidianità stravolta in cui siamo stati catapultati da poco più di un mese. Vedder indossa l’elmetto da minatore e si cala nelle viscere di un pianeta sull’orlo del collasso, senza risparmiarsi deviazioni verso anfratti dove il dolore si fa più intimo, personale. La sua visione è cupa, allarmata, a tratti rabbiosa, ma le aperture verso il domani, quello spiraglio che al momento si può solo intravedere, non mancano.

Che si tratti di chiamare in causa l’attuale inquilino della Casa Bianca, come nel terzo singolo ‘Quick Escape’ (‘cross the border to Morocco, Kashmir to Marrakesh, the lengths we had to go the then to find a place Trump hadn’t fucked up yet’), o di citare gli adorati Who nella malinconica ‘Comes Then Goes’ (‘we could all use some savior from human behavior sometimes, and the kids are alright’), l’immaginario è affollato di personaggi reali, da Jack Kerouac e Paul Theroux a Freddie Mercury fino a Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Ogni riferimento, ogni spunto serve da trampolino per lanciarsi verso riflessioni a tratti metaforiche, altre volte tanto esplicite da rasentare la cronaca. Nei momenti migliori Vedder lavora per sottrazione, dice e non dice, aprendo le porte a molteplici interpretazioni nel tentativo, chissà quanto consapevole, di sfuggire alla sindrome messianica che ha inghiottito molte delle voci migliori del rock contemporaneo, Bono in testa (‘i don’t know anything, i question everything’ canta in ’Superblood Wolfmoon’).

La preponderanza delle parole sulla musica e, più in generale, di Vedder sui compagni di viaggio, potrebbe rinfocolare le polemiche che vogliono i Pearl Jam ormai ridotti al ruolo di mero accompagnamento, ombre al cospetto del loro leader, figura sempre più ingombrante. Le accuse relative al presunto monopolio sono peraltro facilmente contro-argomentatili impugnando i capitoli di ‘Gigaton’ in cui viene lasciato spazio al resto della band: ‘Alright’, ‘Buckle Up’ e ‘Take The Long Way’ sono il calco, poco riuscito, della cifra stilistica di Ament, Gossard e Cameron, copia carbone di cose già sentite tra i solchi dei dischi dei Pearl Jam e nei vari progetti paralleli che hanno inframmezzato l’attività della band. Allo stesso modo, ‘Retrograde’, unico pezzo firmato in esclusiva da McCready per quanto riguarda la musica, è un capriccio zeppeliniano che strizza l’occhio agli R.E.M. rimanendo però tutto sommato trascurabile.

D’altro canto è inutile negare come, tra le intuizioni che hanno aiutato i Pearl Jam a sopravvivere, ci sia l’alternanza tra approccio creativo di gruppo, via via sempre più raro, e lavoro individuale, orientamento confermato da ‘Gigaton’, dove i pezzi frutto di collaborazione in fase di scrittura sono solo due. E, ugualmente, appare fuori discussione come il talento compositivo di Vedder, da ‘Riot Act’ in poi, sia stato l’ancora di salvataggio dei Pearl Jam, la pozione magica custodita in una teca a cui ricorrere nei momenti di stasi creativa frantumando il vetro che riporta la scritta ‘rompere solo in caso di emergenza’. Non a caso, a chiudere ‘Gigaton’ c’è quello che forse è davvero l’unico, grande pezzo del disco. ‘River Cross’ è un gospel bianco delicato e intenso, un canto di angoscia e solidarietà umana, con Eddie all’organo e il resto della band a cesellare di finezza per riempire gli spazi vuoti lasciati dalla lenta, struggente liturgia vedderiana.

‘Gigaton’ non è l’album dei Pearl Jam di cui avremmo bisogno, forse nemmeno quello che ci meritiamo, più probabilmente è l’unico possibile dopo trent’anni di onorata carriera. E proprio dall’alto di quei trent’anni di carriera i Pearl Jam ce lo propongono così, senza vie di scampo: prendere o lasciare. Allora, nonostante i tanti difetti e le molte idee rivedibili, è comunque il caso di tenerseli stretti questi cinque superstiti, con le loro canzoni a volte un po’ maldestre e le loro parole mai banali. Sì, perché l’alternativa all’imperfezione di ‘Gigaton’ è l’oblio, quello dove sono finiti molti degli amici e contemporanei dei Pearl Jam, lo stesso oblio dove rischiano ora di piombare anche le nostre vite e quelle dei nostri cari. ‘Gigaton’ è un’esortazione, nemmeno troppo vaga, a condividere con gli altri quel poco di luce che ci resta, perché è l’unico modo per non farci schiacciare dall’oscurità incombente. Oggi come non mai, quello dei Pearl Jam è un invito che dovremmo prendere maledettamente sul serio.

Dario Costa