Sneakers Guga – The Tennis Experience, Episode One

Sneakers Guga – The Tennis Experience, Episode One

Lo stile di Andre Agassi, Open e la ricerca della perfezione

 

Gioco e continuo a giocare perchè ho scelto di farlo. Anche se non è la tua vita, sceglierla cambia tutto.
["Open", Andre Agassi – 2009]

Deve essere maledettamente difficile cercare la perfezione in una cosa che inizialmente ti hanno fatto odiare.
Andre Agassi ve lo potrebbe spiegare meglio di chiunque altro.
A quattro anni – sotto il sole cocente fuori Las Vegas – sta già correndo da una parte all’altra del campo da tennis, incalzato da un padre furente per ogni colpo mancato.
Andre si sente condannato, il padre è un tiranno senza pietà e il mostro lanciapalline il suo invincibile nemico.
Non ancora adolescente, Agassi è talmente ossessionato da quella piccola pallina gialla da riuscire già a vederne all’interno la sintesi della propria vita.

Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura.

L’incubo diventa presto però l’unico spiraglio di Speranza: l’infinito talento a disposizione è la chiave per raggiungere la Gloria sportiva, ma soprattutto per ritornare a respirare. Trovare la propria identità.

Un approccio talmente appassionato e viscerale che non poteva non ispirare la nostra nuova collezione primaverile, nata su un campo da tennis in terra battuta: le nuove sneakers “Guga” Barracuda vogliono riflettere l’ambizione suprema di Andre Agassi. Giocare il match perfetto.

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Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanemente.

Una consapevolezza così lucida non può però arrivare se non attraverso un viaggio tortuoso, tra Inferi e Paradiso. Andre Agassi a fine anni Ottanta mette a soqquadro l’austero mondo tennistico fatto di pantaloncini, polo e bianco verginale, ostentando la propria rabbia. La propria ribellione.

Su “Open”, l’incredibile autobiografia scritta nel 2009 con il fondamentale contributo del Premio Pulitzer J. R. Moehringer, la più grande risposta di sempre su un campo da tennis confesserà tutti i suoi peccati, in primis quelli veniali legati alle provocazioni: shorts in jeans, estension bionde e punk, scaldamuscoli viola, fascette colorate, orecchini, collane.

E poi le scarpe. Folgoranti, cool, psichedeliche, simbolo del cambiamento. Una sfacciata sfida al resto del mondo. Un carattere forte che la nostra nuova scarpa sportiva ha l’ardire di riflettere.
Lo stile “diverso” di Andre attrae fan, haters, televisioni, contratti, soldi, critiche, fama mondiale. E la condanna del risultato: se non vincerà, sarà solo l’ennesimo talento bruciato, buffone per di più.

Il tennis è uno sport così maledettamente solitario. Soltanto i pugili possono capire la solitudine dei tennisti

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Ma è qui che la storia si fa interessante, affascinante, unica: Agassi è diverso perchè riesce a vincere.
Nel 1992, a 22 anni, solleva il suo primo trofeo a Wimbledon, scoppiando in lacrime.
A 25 anni è il Numero Uno della classifica ATP.
A 26 ha già vinto un oro olimpico e tre Coppe Davis.

Pressione, aspettative e distrazioni crescono a dismisura. Andre perde posizioni, diventa la prede preferita dei giornali di gossip: dopo il padre dittatore e Nick Bollettieri, il famoso allenatore di tennis che aveva adottato Agassi come un figlio salvo poi ripudiarlo, la terza separazione dolorosa arriva con l’addio a Brooke Shields, la modella che Agassi aveva sposato nel 1997.

È il segnale della svolta, così come il successivo matrimonio con Steffi Graf, altro fenomeno tennistico.

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Dopo aver toccato il fondo e il 141mo posto ATP, Andre si scuote di dosso il Passato e ritorna davanti a tutti: la sua leggenda inizia qui, all’alba del Nuovo Millennio, con la rimonta più feroce e determinata cui il tennis abbia mai assistito. Nonostante i problemi alla schiena torna ad essere il Numero Uno ATP, il più vecchio di sempre nel 2003 a 33 anni, anno della sua ultima vittoria di un torneo Grande Slam, gli Australian Open.

Nel 2006, a quasi 36 anni, annuncia infine il ritiro. La sua ultima partita è quella degli US Open, il torneo a lui più caro e gioco di parole voluto per il titolo del suo libro.
Quando l’ultimo colpo dell’avversario va a segno, quando l’ultima sconfitta ormai è archiviata, Agassi quel 3 Settembre realizza che il suo lungo viaggio è finito.
Il pubblico lo avverte, e si scatena in una delle standing ovation più lunghe e commoventi di questo sport.

Impossibile trattenere le lacrime, impossibile non pensare a tutto quello che il tennis ha rappresentato nella vita di Andre Agassi.

Un minuscolo indizio ce lo da proprio lui, microfono in mano a centrocampo, lo stadio in completo silenzio, la voce rotta dall’emozione: “Il tabellone dice che oggi ho perso. Ma quello che non dice è quello che ho trovato. Negli ultimi 21 anni ho trovato lealtà. Ispirazione. Generosità. Mi avete sostenuto con le vostre spalle, dandomi la forza per raggiungere i miei sogni. Grazie.”

E la Perfezione?

La perfezione?
Saranno si e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto, le volte che non puoi perdere con nessuno, ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista.
["Open", Andre Agassi – 2012]

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Michele Pettene