Sing Backwards and Weep: la recensione dell’autobiografia di Mark Lanegan

Sing Backwards and Weep: la recensione dell’autobiografia di Mark Lanegan

La recensione dell’imperdibile autobiografia di Mark Lanegan, pubblicata il 30 aprile da White Rabbit.

Skeleton key, bent and rusted, as broken as the heart the dirt has eaten
Love me, don’t pretend to love me” – Mark Lanegan, Skeleton Key

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332 pagine consumate voracemente in circa quattro giorni.

L’unica modalità di lettura possibile per un’opera scritta con la stessa feroce onestà e intima urgenza di cui sono impastate solo le storie più vere. Perché niente di più reale potrà mai essere scritto o detto sui retroscena della scena musicale di Seattle tra la fine degli anni’80 e gli inizi dei ‘90. Non sarà possibile perché quasi tutti i principali protagonisti sono morti.

Tutti tranne uno. Quello più taciturno, che non si è mai esposto su certe vicende, perché a risvegliare i vecchi demoni si rischia di farsi del male. Quello che non ti aspettavi avrebbe mai aperto bocca, in definitiva. Di fatto, uno dei pochi ancora in vita, e anche l’unico sulla cui sopravvivenza nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo, a partire da lui. Lui che ha portato con lucida e distruttiva determinazione le sue ossessioni e dipendenze verso i confini più estremi, toccando gli abissi più profondi e uscendone vivo, contro ogni aspettativa, fino ad arrivare qui, oggi, all’età di 55 anni, ad aprire finalmente uno squarcio su quel pozzo di disperazione con lo sguardo lucido e consapevole che solo i sopravvissuti possono avere. Nessuna autoindulgenza, nessun tentativo di edulcorare i fatti.

Una narrazione schietta, cruda, che sa di Charles Bukowski, Hunter S. Thompson, William S. Burroughs, e che non risparmia nessun sordido dettaglio senza mai cadere nei tranelli dell’autocommiserazione. Non mancano i momenti divertenti, narrati con uno stile tagliente e sarcastico che sfiora a volte la cattiveria (il capitolo in cui distrugge sistematicamente Liam Gallagher è un capolavoro di abrasività). Perché Lanegan non si risparmia e non si nasconde, anzi si mostra senza filtri per quello che è stato: un bastardo bugiardo e inaffidabile, temprato dalla durezza della strada, rancoroso e vendicativo, non disposto a farsi pestare i piedi da nessuno. Un autoritratto non certo edificante.

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Poi ci sono gli amici, la musica, l’alcool, la droga. Tanta, tanta droga, e il sesso, maledetto e disperato, un continuo su e giù dalle montagne russe di una vita vissuta al limite e costellata fin dalla più giovane età di risse, furti, vandalismo, spaccio, alcolismo, tossicodipendenza, arresti, rapporti occasionali. Non si è fatto mancare davvero nulla, il buon Mark, ma ciò che rende la sua testimonianza di vita così coinvolgente – e sconvolgente – è il suo ruolo di testimone in primissima linea di un’epoca unica e irripetibile. Il rancore e la frustrazione per sentirsi incompreso e fuori posto all’interno della sua stessa band, gli Screaming Trees, la Cenerentola di Seattle, che nonostante siano stati tra i primi a pubblicare per un’etichetta (1985) non sono mai riusciti a ritagliarsi più che un posto all’ombra dei fratelli di maggiore successo Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam e Alice in Chains. Un successo mai veramente arrivato, minato anche dai rapporti a dir poco turbolenti coi fratelli Conner. Da lì il tentativo di trovare uno spazio più autentico e originale coi suoi primi dischi solisti e la chiamata come guest singer nei Mad Season, band maledetta nata dall’incontro tra Mike McCready (a cui Lanegan riserva parole di stima e affetto) e John Baker Saunders in una clinica di riabilitazione con alla voce l’altro grande tossico di Seattle, Layne Staley.

Già, Layne. E poi Kurt, Jeffrey Lee… i nomi degli amici che si trasformano in un doloroso e inevitabile elenco di caduti, con la sensazione che chiunque ruoti intorno a lui sia condannato.
Tanti rimpianti, troppi per una sola vita. Su tutti, quello di non aver risposto per pura indolenza alla telefonata dell’amico Kurt il giorno in cui – si scoprirà – si sarebbe suicidato. Poi la ricerca spasmodica dell’amico che non si trova, con un momento che fa gelare il sangue nelle vene: “Lo cercammo in tutta la casa, chiamando il suo nome. Andai fuori a fumarmi una sigaretta, ai piedi di una rampa di scale che portava alla piccola serra sopra il garage. Per un momento pensai di salire a dare un’occhiata, ma poi arrivarono Dylan (Carlson) e Tom (Grant), e ce ne andammo”. Fino all’altra telefonata, due giorni dopo, in cui lo informano del ritrovamento del cadavere dell’amico, proprio lì, in quella maledetta serra. “Misi giù il telefono e scoppiai in un pianto di rimorso, odio per me stesso e dolore rampante. Sapevo che non avrei mai superato la sua morte, che la sua ombra mi avrebbe seguito fino al giorno della mia morte”.

Sing Backwards and WeepPagine dure, spietate, a volte difficili da leggere, soprattutto le ultime, quelle in cui i demoni dell’eroina e del crack prendono il sopravvento sulla sua vita, portandolo verso un degrado fatto di crisi di astinenza, spaccio, povertà e miseria generale. In pratica il manuale del tossico all’ultimo stadio.

Ma c’è spazio anche per la redenzione, sotto forma di una riabilitazione pagata da Courtney Love e facilitata dall’animo generoso di Duff McKagan. Il ritorno a una vita degna di essere chiamata tale, un reset necessario per riprendere in mano le redini di una carriera che pareva ormai condannata.

La narrazione parte dall’infanzia nella cittadina di Ellensburg, stato di Washington, con tutto il tipico corollario della famiglia disfunzionale della provincia americana (una madre meschina che non lo amava e un padre distratto dall’alcool), e si interrompe bruscamente nel 2002, agli inizi di una nuova era della sua vita artistica e personale. Una rinascita che però coincide con un epilogo straziante, che lascia l’amaro in bocca: la tragedia finale, la morte di Layne. Forse ineluttabile, una sorta di memento mori di un destino che pensava fosse destinato a lui, ma che beffardamente l’ha risparmiato, portandosi via tutti gli altri.

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Purtroppo il libro non è al momento disponibile in italiano. Non si se ancora se qualche casa editrice acquisterà i diritti e deciderà di farlo uscire da noi, ma se avete un po’ di dimestichezza con la lingua, fatevi un regalo e provate a leggerlo – è disponibile anche in eBook – non ve ne pentirete.

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DARIA MORETTI

Nata nel 1980, entra nello staff di pearljamonline.it nel 2007, curando in particolare la versione in inglese e la sezione testi e traduzioni. Coautrice del libro “Pearl Jam Evolution”.