KOBE BRYANT, SHOWMAN

KOBE BRYANT, SHOWMAN

Cinema, televisione e musica: come Kobe Bryant è diventato un’icona del mondo dello spettacolo

Tra i molti rimpianti lasciati dalla scomparsa prematura di Kobe Bryant, c’è quello di non poter scoprire appieno come si sarebbe sviluppata l’avventura iniziata subito dopo l’ultima partita con la maglia dei Lakers nella primavera del 2016. Il rimpianto è amplificato dall’apparente linearità con cui Kobe sembrava aver trasferito nel suo nuovo ruolo tutte le prerogative che ne avevano caratterizzato la parabola agonistica: talento, dedizione e audacia. Non solo, Bryant sembrava anche aver decifrato i codici di un ambiente complesso e spietato come quello dei media, arrivando al successo, simboleggiato dall’oscar vinto per ‘Dear Basketball’, con facilità sbalorditiva.

La familiarità con cui Bryant si è destreggiato fin da subito tra i meandri dello showbusiness ha stupito soprattutto chi lo conosceva superficialmente, la sua figura compressa dentro al perimetro della NBA, mentre sarebbe bastato osservarne l’andatura con un po’ d’attenzione per capire come dentro a quei 198 centimetri di genio cestistico si celasse un entertainer di primissimo livello.

HOLLYWOOD KOBE

Ben prima dell’addio alle competizioni, Bryant aveva già dato prova della dimestichezza con la celluloide, a partire da ‘Kobe Doin’ Work’ del 2009, firmato niente di meno che da Spike Lee, fino a ‘Kobe Bryant’s Muse’ prodotto per la televisione nel 2015 da Showtime. In entrambi i casi, tuttavia, si trattava di documentari con al centro il basket o, meglio, l’ossessione di Bryant per il basket. Sul set di ‘Muse’, però, Kobe, reduce dalla rottura del tendine d’Achille e ormai prossimo al ritiro, entrava in particolare sintonia con il regista Gotham Chopra, maturando un interesse particolare per i dettagli tecnici del mestiere di filmmaker.

La leggenda vuole che, sollecitato da un accenno di Chopra alla sequenza iniziale de ‘Il Cigno Nero’, Bryant si sia presentato il giorno successivo ansioso di snocciolare dialoghi e inquadrature provenienti dall’intera filmografia di Daren Aronofsky, fagocitata in una vorace sessione notturna di binge-watching. Nozioni tecniche di cui Bryant avrebbe poi fatto buon uso nella nuova veste di autore e produttore, con lo show d’approfondimento ‘Detail’ come punto di partenza di un percorso che la tragedia dello scorso 26 gennaio ha bruscamente interrotto.

New York Knicks v Los Angeles Lakers

E il cinema non era certo un territorio sconosciuto per Bryant: nel 1997, per non compromettere il programma d’allenamento estivo, aveva rifiutato la parte di Jesus Shuttlesworth, poi andata a Ray Allen, nell’immortale ‘He Got Game’ di quello Spike Lee con cui lavorerà una decina d’anni più tardi. Inoltre Kobe, che al personaggio interpretato da Uma Thurman in ‘Kill Bill’ doveva il soprannome, quasi una nuova identità su cui edificare tutta la seconda parte di carriera, amava citare spesso i classici con protagonista Bruce Lee, autentico idolo per il 5 volte campione NBA, o pellicole più recenti come ‘Il Cavaliere Oscuro’.

D’altronde, dopo oltre vent’anni vissuti a stretto contatto con Hollywood, la contaminazione con l’ambiente cinematografico e la passione per lo storytelling apparivano conseguenze del tutto inevitabili. Anzi, in quel passaggio da protagonista a narratore di storie altrui si poteva identificare quasi un’inversione di ruoli. Per lungo tempo, infatti, era stata Hollywood ad accorrere allo Staples Center, il tempio pagano del Black Mamba, per ammirarne le gesta. Ora era arrivato il momento di far splendere la luce dei riflettori sugli altri e Kobe sembrava pronto a farlo.

ROCKSTAR KOBE

Se il rapporto di Kobe con il cinema ha rappresentato uno sbocco quasi naturale per diversi motivi, quello con il mondo della musica è stato alquanto più tortuoso. A dire il vero, infatti, tra le stelle NBA della sua generazione, Bryant è stato uno di meno attivi sul fronte musicale. Arrivato nella lega in piena ondata hip hop, Kobe ha sempre dimostrato meno appeal e, almeno in apparenza, interesse per i colleghi rapper. Il celebre adagio ‘ogni giocatore NBA vorrebbe essere un rapper e viceversa’ calzava a pennello per Allen Iverson e soprattutto per l’amico/nemico di sempre Shaquille O’Neal, precursori di un filone che prosegue ancora oggi con Damian Lillard e molti altri. Gli anni novanta erano un periodo storico in cui la reputazione di una stella NBA, quella che in gergo è la street cred, esigeva il cimentarsi con beats e rime. Il risultato complessivo? Qualche gemma in mezzo a tanti episodi trascurabili, tra cui le rare produzioni a firma Bryant.

Per sua fortuna (e anche un po’ per la nostra), la presenza di Kobe nel mondo dell’hip hop si sarebbe poi limitata ai molti rimandi nei testi di Jay Z, Little Wayne e Kendrick Lamar, Drake, Rick Ross e Kanye West, autentici fuoriclasse ansiosi d’infilare il nome del campione dei Lakers tra i loro versi.

In questo senso, poi, il legame più concreto di Kobe con il mondo della musica è rappresentato dall’amicizia con Michael Jackson. Bryant, notoriamente ossessionato da un altro MJ, aveva coltivato con il Re del Pop un rapporto in cui la stella dei Lakers recitava la parte dell’allievo e Jackson quello del mentore. I due, d’altro canto, condividevano diversi elementi portanti delle rispettive esistenze: l’infanzia e l’adolescenza sacrificate sull’altare di una grande passione, anche se nel caso di Kobe si era trattato di una scelta consapevole e non coatta, il coinvolgimento in casi controversi che ne avevano minato l’immagine pubblica, scandali sessuali dai contorni giudiziari sfumati, e la conseguente tendenza a isolarsi dal mondo, con Jackson confinato nel ranch di Neverland e Bryant spesso estraniato da compagni di squadra e staff tecnico.

A differenziarli, tuttavia, erano fragilità e insicurezza, punti deboli che avrebbero segnato il declino crudele di Jackson e terre completamente sconosciute a Bryant. In questo senso, forse, Kobe era più simile alla nemesi di Jackson, quel Prince noto per convinzione nei propri mezzi, allergia alle regole applicate al resto degli esseri umani e sostanziale indifferenza verso il giudizio altrui che, insieme alla ferrea etica lavorativa e alla debordante creatività, ne hanno contrassegnato, come per Bryant, la lunga, prolifica carriera articolata tra vette assolute e passaggi a vuoto.

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Di certo, con questi grandi performer Kobe condivideva la determinazione nel dare sempre il meglio di sé, che si trattasse di concerti torrenziali o di prendersi la squadra sulle spalle faceva poca differenza, ogni residua goccia di sudore andava consacrata alla musica o al gioco della pallacanestro. E così com’era inevitabile venire ipnotizzati dalle movenze sul palco di Michael Jackson e Prince, sul campo da basket era letteralmente impossibile distogliere lo sguardo da Kobe. Quella grazia quasi da danzatore classico con cui calcava il parquet, la fluidità dei movimenti e l’apparente naturalezza con cui tutto sembrava riuscirgli lo ponevano per certi versi nella stessa categoria delle stelle della musica mondiale, rendendolo a tutti gli effetti uno showman, icona la cui rilevanza andava ben oltre i confini dello sport.

E’ probabile che anche la nuova fase della sua vita, avviata in modo così brillante, sarebbe stata un concentrato di coraggio, eleganza e passione. Purtroppo non lo sapremo mai. perché nel rispetto del funesto cliché che riguarda divi del cinema e rockstar, Kobe Bryant se n’è andato troppo presto.

Dario Costa