Shadows in the Night, Dylan incanta

Shadows in the Night, Dylan incanta

A settantatré anni, cosa aspettarsi da un personaggio come Dylan?
Perché – ed è bene scriverlo come prima cosa – Bob è uno di quei pochi, pochissimi artisti, in grado di poter far qualsiasi cosa senza alcun timore perché tanto “lui è Dylan”. E di gente come Dylan, signori, in giro ce n’è ben poca.

Quello che é sicuro é che la notizia che circolò alcuni mesi fa circa un possibile album di cover di The Voice, Frank Sinatra, reinterpretate dal Menestrello di Duluth, aveva fatto storcere il naso a molti, anche a diversi fan storici che lo seguono in lungo e in largo dai primi anni sessanta. Come sarebbero suonate alcune composizioni che si potevano ascoltare nei salotti più borghesi d’America reinterpretate dalla voce cavernosa e blues di Dylan?
Se avete seguito la produzione in studio di Bob degli ultimi dieci, quindici anni, saprete benissimo che i dischi che ha inciso sono più imparentati con alcuni suoni alla Tom Waits che non alle canzoni che lo avevano reso così popolare negli anni sessanta e settanta. E’ solo di qualche giorno fa la notizia che Shadows in the Night, il disco in cui Bob riprende dieci canzoni rese popolari da Frank Sinatra tra gli anni sessanta e novanta (nei negozi dal 3 febbraio), verrà recapitato nella buca delle lettere degli iscritti all’AARP Magazine, il bimestrale dei pensionati americani. Insomma tutte queste premesse potevano far pensare a un disco da dimenticare molto presto, magari pensando “pensa come si è ridotto, si è proprio rincoglionito”. Con tutto il rispetto parlando, s’intende.

E invece metti su il disco – in streaming sull’auto via bluetooth perché non sei un pensionato – e mentre fuori piove ti inizi ad emozionare. Il sound che Dylan ha saputo creare con la sua band è dei migliori, ha rinunciato alle orchestrazioni care a Sinatra per una riproposizione nuda e asciutta ma così coinvolgente che pare che Bob stia cantando di fianco di te. Con una voce così perfetta, a tratti cristallina, che quasi stenti a ricordare quella che ‘sfoggiava’ in dischi come Tempest o Love and Theft. Ogni singola traccia è riuscita, non c’è un momento di stanca, e dire che in un progetto del genere era molto facile sbagliare.

In certi momenti, ascoltare Shadows in the Night mi ha fatto ricordare la purezza di alcune cover che il cantante dei Pearl Jam, Eddie Vedder, ha incluso qualche anno fa nel suo Ukulele Songs, non a caso tratte anche loro dal grande songbook americano degli anni che furono.
Perciò aprite il cuore e fatevi cullare da queste splendide melodie.
Commuovetevi, sognate, emozionatevi. Bob, c’hai fregato un’altra volta.

Luca Villa

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