SERENDICITY #2

SERENDICITY #2

“Tu sei come il vento che porta i violini e le rose”

[Parole Parole, Mina]

Avevamo chiuso il precedente appuntamento con “Un’emozione da poco” di Anna Oxa cantata in “Lo chiamavano Jeeg Robot”, e con un’ancor più grande cantante italiana riapriamo i battenti per questa settimana inaugurata dalla festa per la Liberazione.

Non sono però i capolavori canori di Mina al centro della nostra attenzione, bensì il suo volto e quelli di tante altre dive impressi su opere d’arte di eguale valore, fatte di pellicola, luci e ombre.

Quelle di Pietro Pascuttini, ad esser più precisi, tra i primissimi fotografi dei personaggi dello spettacolo italiano ed internazionale ad esser apprezzato dagli stessi protagonisti dei suoi raffinati ritratti, ben lontano dall’immagine del “paparazzo” diventato celebre con “La Dolce Vita” di Fellini nel 1960.

L’idea di esporre gli elegantissimi bianchi e nero di Pascuttini in una piccola e splendida mostra all’ingresso della propria boutique è venuta in mente a Pier Giuseppe Moroni, nome riconosciuto nelle vie del centro milanese per quanto riguarda le iniziative legate a Bellezza e Fotografia, complementari ed introduttive – proseguendo il percorso dalla galleria e salendo le scale – al proprio salone di “hair style”, sia per donna che per uomo.

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Un’unione che al proprietario dello spazio espositivo “7.24×0.26 Gallery” è sembrata da subito naturale, riconoscendo negli scatti del fotografo attivo dagli anni Cinquanta lo stesso approccio privato, sincero e di grande rispetto del suo team con i propri clienti, spesso di grande fama.

E pure un’occasione originale per chiunque volesse virare dai soliti negozi di parrucchieri ed addentrarsi in un mondo senza tempo, tra una visita alla mostra attiva fino al 23 Maggio e l’affidamento dei propri preziosi capelli a chi, su tagli e acconciature, ha costruito la propria filosofia. Citando un’altra grande diva del nostro glorioso passato cinematografico, forse anche a Monica Vitti non avrebbero più “fatto male i capelli”, se fosse riuscita ad entrare in Via San Pietro all’Orto numero 7.

Ma il centro storico non è decisamente l’unico posto della città della “bela Madunina” dove architettura e strade provano a celare i loro piccoli grandi gioielli.

Noi ad esempio abbiamo trovato da tempo in un edificio dell’insospettabile Viale Fulvio Testi (nord est di Milano, fermata metro Lilla “Bignami”) uno dei luoghi più concilianti e piacevoli per la nostra rituale tappa settimanale al cinema, grazie al progetto di riqualificazione urbana di Manifatture Tabacco. Un’idea edilizia tutelata dalla Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici che si è prefissata di riutilizzare i vecchi complessi industriali dedicati -appunto- alla manifattura negli anni Trenta, riconvertendoli in residenze di lusso e -per la parte che a noi interessa maggiormente- in impianti ad uso pubblico, con “l’obiettivo di riconsegnare all’Uomo la sua città attraverso l’idea innovativa di “cittadella pedonale” che recupera, insieme alla funzionalità e alla comodità, anche il concetto del vivere felice.”

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Nel nostro caso stiamo parlando del MIC, il Museo Interrativo del Cinema (Viale Fulvio Testi 121), aperto tutti i giorni e che offre divertenti distrazioni dalla routine quotidiana, a tutte le età: dal coinvolgente tour attraverso sprazzi di storia del cinema per piccoli e grandi -con la possibilità di ri-doppiare alcuni capolavori imitando ad esempio Robert De Niro in “Taxi Driver”, o di ricreare con il proprio gusto le più famose colonne sonore-, alle visite guidate nel grande archivio sotterraneo dei film in dotazione, finendo con rassegne cinematografiche a tema -dal muto ai giorni nostri- che ormai ci hanno abituati a non programmare l’orario di uscita, rapiti ogni volta dalla magia della Settima Arte.

E se la settimana scorsa c’eravamo fatti incantare dalla stupefacente regia di Bertolucci e da uno dei film esteticamente più belli di sempre, “Il conformista” [1970], per quest’ultima settina d’Aprile il nostro consiglio va ad innamorati e nostalgici, con la proiezione Venerdi 29 di quel “Vacanze Romane” e della storia d’amore tra Audrey Hepburn e Gregory Peck che ancora oggi fa sospirare e sognare alcune nostre amiche, con la “Vespa” -diventata oggetto di culto proprio con quel film- e l’immancabile locandina appese su muri e porte delle loro camere.

Se invece avete più di due ore di tempo libero o se abitate nei paraggi del Friuli Venezia Giulia, la gita fuori-porta probabilmente più interessante della settimana potreste passarla nella città di Udine, in questi giorni coinvolta da un evento “rivoluzionario” che l’avvolge in questo periodo da ormai ben 18 anni. Stiamo ovviamente parlando del celeberrimo “Far East Film Festival”, il festival di cinema asiatico più importante d’Europa, dal 22 al 30 Aprile: un evento che non può non affascinare anche chi non è particolarmente attratto dal cinema o, più probabilmente, dal cinema asiatico.

Un’intera città infatti in questi otto giorni di festival si trasforma da tranquillo capoluogo di provincia in una Pechino europea, con il piatto principale rappresentato dai film in programma, mediamente otto al giorno e prodotti da tutte le nazioni del far east (lontano Oriente), con registi, attori e produttori ospiti in sala, nelle conferenze stampa o più semplicemente al bar, a gustarsi un inedito -per loro- Aperol Spritz, sotto gli occhi divertiti del pubblico.

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Il contorno invece è un’occasione più unica che rara di scoperta e avventura all’interno di culture diverse dalla nostra, con eventi a tema organizzati ovunque, dalle degustazioni di sushi e sakè a corsi di meditazione zen, passando per storie di principesse e samurai raccontate nei teatrini organizzati al parco per i più piccini e mostre su luoghi e leggende, dal Giappone alla Corea del Sud. Il tutto mediato dalla proverbiale gentilezza e cortesia orientali, l’unico stereotipo sulla cultura asiatica con ancora un diritto di cittadinanza in questo 2016 che dovrebbe -anche grazie a questo festival- aver abbattuto ormai tutto il resto dei cliché: gli action movies di Hong Kong o del Vietnam valgono per ritmo, montaggio e regia quelli hollywoodiani, i thriller cinesi superano in tensione ed angoscia le grandi produzioni occidentali, i melodrammi sudcoreani commuovono anche i cuori europei facendo leva su valori universali come famiglia, sacrificio e amicizia e le commedie giapponesi vincono per originalità e trovate surreali la sfida con tutto il resto del mondo.

Si esce arricchiti da film così diversi, genuini, brillanti ed originali, perdendo la cognizione del tempo tra lacrime e risate condivise con le altre 600 persone presenti nel Teatro Nuovo Giovanni da Udine, dall’alba a notte fonda. Un’esperienza preziosa, che ci ha fatto scoprire decine di cose e pensare ad altrettante: sapevate che l’Amore, per i giapponesi, profuma di lavanda?

Michele Pettene