RECENSIONE: Bruce Springsteen – Letter To You

RECENSIONE: Bruce Springsteen – Letter To You

La recensione di Luca Villa del nuovo album in studio di Bruce Springsteen con la E Street Band.

So break me now big Mama as Old Faithful breaks the day
Believe me my good Linda, the aurora will shine the way
– Song for Orphans, Bruce Springsteen

bs (2)
Chissà cosa deve aver provato Springsteen quando si è ritrovato in studio con i compagni di una vita, la E Street Band, e gli ha proposto di trovare una forma definitiva a tre delle sue migliori canzoni d’inizio carriera.
Forse le stesse sensazioni che sentì quando riuscì a trovare il vestito ideale del suo capolavoro in musica, The Promise. Già, The Promise, registrata ai tempi di Darkness – pensate, sarebbe dovuta essere la title track di quello che poi diventò il suo album del 1978 – ma che per tanti anni è stata rinchiusa in un cassetto.

Incredibile pensare, non capita così spesso dopotutto, che nel nuovo album di Springsteen, il suo ventesimo, siano contenute tre delle sue migliori canzoni di sempre. Ripescate dall’inizio degli anni settanta, quando il suo futuro in musica era ancora davvero tutto da scrivere, e ora reincise con la E Street Band al completo e totalmente riarrangiate rispetto alle versioni originali incise quando Bruce era poco più che ventenne. Springsteen non è nuovo a questo tipo di operazioni. Negli ultimi anni ha spesso rimaneggiato del suo precedente materiale cercando di trovargli un vestito migliore. A dir la verità pezzi come American Skin, inclusa in High Hopes, oppure The Ghost Of Tom Joad registrata con Tom Morello, non è che suonassero così bene.

A questo giro invece Bruce prende tre composizioni ormai leggendarie – Janey Needs a Shooter, If I Was The Priest e Song for Orphans – e le ricrea con una E Street Band come non si sentiva da anni. La prima è un anthem fatto e finito che se fosse stata inserita in un suo qualche disco degli anni settanta, ora non mancherebbe mai in alcuna setlist del nostro. If I Was The Priest è tutto quello che ogni fan di Bruce e della sua band vorrebbe sentire: un testo fantastico (il migliore di questa raccolta), un interazione tra i componenti che fa faville, la sua voce sporca e ‘invecchiata’ al punto giusto. Poi c’è Song for Orphans che punta dritto alla top ten dei migliori pezzi incisi da Springsteen in quasi cinquant’anni di carriera. Un po’ The Band, molto Bob Dylan, ma soprattutto Bruce Springsteen: commovente, muscolare, epico, come solo lui sa fare.

In Letter To You c’è anche molto altro. A partire dalla doppietta One Minute You’re Here/Letter To You che ha il compito di aprire il disco e di mettere bene in chiaro i temi che saranno affrontati durante i quasi sessanta minuti seguenti: la vita, la morte, il potere salvifico della musica e dell’amore. La prima si ricollega idealmente alle sonorità del precedente Western Stars, solo voce e chitarra, mentre la muscolare title track convince, pur senza far gridare al miracolo. Segue un blocco di canzoni (che parte con Burnin’ Train e si chiude idealmente con Rainmaker) che dimostrano quanto in quattro giorni – i giorni che sono serviti a incidere questo album – l’affiatamento del gruppo sia stato da subito ritrovato, nonostante non si vedessero da ben tre anni, dalla fine del tour di The River.

Burnin’ Train, Last Man Standing (composta in onore dell’ultimo componente, deceduto lo scorso anno, dei Castiles, la prima band di Bruce), The Power of Prayer e House of Thousand Guitars non aggiungono molto al songbook del cantante del New Jersey ma grazie ad atmosfere simili a quelle di Magic, riescono comunque a convincere. Così come The Rainmaker, forse la traccia che più si ricollega a quel mood cupo che s’intravedeva in alcuni brani di Wrecking Ball, che è senz’altro la traccia più politica dell’intero lavoro (“Credo di aver scritto Rainmaker quando Bush era presidente”, ha svelato Bruce, “Ho cominciato a scriverla in quel periodo, ma si adatta molto meglio a Trump. Credo che lo sia perché parla di un demagogo, è una canzone in cui cerco di capire che cosa sta succedendo, qual è la connessione tra il demagogo e i suoi seguaci, qual è la dinamica del potere tra loro”).

Poi c’è Ghosts, l’highlight delle composizioni più fresche contenute in Letter To You, che non è difficile immaginare suonata davanti a centomila persone che la cantano tutti in coro. Lo sappiamo, è solo questione di tempo ma ci torneremo ai concerti. Il disco si conclude con il convincente mid tempo I’ll See You In My Dreams, dove Springsteen canta che “la morte non è la fine” trovando la quadra con tutti i temi affrontati nel corso dell’album.

Letter To You è uno dei lavori più convincenti degli ultimi vent’anni di Bruce Springsteen con il suo gruppo della vita. Certo, certe canzoni si sarebbero potute risolvere con un minutaggio leggermente inferiore, forse l’unica vera critica che si può fare a questo lavoro, ma è l’opera nella sua interezza a convincere. Solamente come i migliori dischi di Bruce riescono a fare, Letter To You riesce a dar la forza di continuare a credere e a sperare, nonostante i lutti che viviamo, nonostante le paure che tutti abbiamo, nonostante tutto quello che si riserva la vita.

Perché Letter To You è proprio quella lettera che avremmo tanto voluto ricevere da Springsteen.

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.