Villains: la recensione del nuovo disco dei Queens of the Stone Age

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Togliamoci subito il dente, potrebbe fare meno male: il giocattolo Queens of the Stone Age, nato ormai vent’anni fa per volere del deus ex machina Joshua Homme, questa volta si è rotto e il loro nuovo disco, Villains – in uscita per Matador proprio oggi – è il peggiore della loro carriera. Il settimo album in studio della band californiana arriva a quindici anni esatti dalla pubblicazione di Songs for the Deaf, anche se non conserva, sfortunatamente, nessuna delle caratteristiche che resero quel disco uno dei pochi, veri, capolavori dei primi anni duemila.

Le canzoni di Villains sono nove, per una durata totale che non arriva ai cinquanta minuti. E allora come mai, finito il primo ascolto, si ha la netta sensazione di aver sentito un (fiacco) doppio album? Inutile girarci troppo intorno, non stiamo parlando di qualche filler di troppo (vedi quelli presenti in Era Vulgaris) o di un paio di canzoni poco riuscite (come in Lullabies To Paralyze). Nessun riff memorabile, nessuna linea vocale da ricordare, nessun pezzo da inserire in un eventuale best of della band; anche dopo ripetuti e attenti ascolti , questa volta pare proprio che i QOTSA abbiano toppato di brutto.

Si parte con Feet Don’t Fail Me, in bilico tra synth alla John Carpenter e insipidi riff stoner funk, che ha il difetto di essere l’opener più esile di tutta la discografia del gruppo. Non va meglio nemmeno con il primo estratto dell’album, The Way You Used To Do, che conserva le coordinate più riconoscibili del sound QOTSA ma che scompare se messa a confronto con una Little Sister qualsiasi. Domesticated Animals e Fortress non aggiungono nulla a quanto già detto in passato, piuttosto confermano la sensazione che non sono mai sembrati così lontani i tempi in cui la band riusciva a creare una grande canzone a partire da un solo, granitico, riff (vedi If Only nel disco di debutto). E non basta nemmeno qualche buona linea di chitarra suonata da Troy Van Leeuween o qualche deciso cambio di tempo sorretto dalla sezione ritmica (Michael Shuman al basso, Jon Theodore alla batteria) per risollevare un risultato che è ampiamente al di sotto della sufficienza.

Head Like a Haunted House, che ricorda i Dead Kennedys e i Cramps, s’impone subito come l’episodio più convincente dell’intero lavoro, ma è solo una parentesi che precede il trittico meno convincente, che di fatto lo affossa definitivamente. La lunga e inconsistente Un-Reborn Again, la debole Hideaway e The Evil Has Landed, sbiadita sorella di The Fun Machine Took a Shit & Died, sono pezzi che dieci anni fa non avrebbero trovato spazio nemmeno come lati B di un singolo.

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Il disco si chiude sulle note di Villains of Circumstance, ombrosa ballad già presentata in solista da Homme un paio di anni fa, che risulta convincente. Stranamente si tratta del pezzo più melodico del disco, quello in cui gli Stone Age non sono mai suonati così pop, nonché quello in cui si sente finalmente il tocco di Mark Ronson, il famoso producer già dietro al mixer di gente come Coldplay, Adele e Amy Winehouse.

I Queens of the Stone Age, decidendo consciamente di non farsi aiutare da nessun guest vocalist – la sola voce di Josh alla lunga è un tantino monocorde – e non tentando alcun approccio musicale innovativo nonostante un producer così lontano dal loro sound classico, fanno un clamoroso autogol. “What’s done is done, ’til you do it again”, canta Homme nell’ultima traccia del disco, lasciando quantomeno intravedere un barlume di speranza per il futuro in studio della band.

Luca Villa