POINT OF (SCREEN) VIEW #30

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Speciale Festival di Venezia 2019 (o anche in giro per i lidi veneziani con Barracuda)

Siamo ahinoi ormai giunti al termine dell’estate – il sole c’è, è il caldo che manca – e ci sembra giusto quindi rimanere aggrappati ai ricordi d’Agosto raccontando cosa sia successo nel mondo cinematografico nel mese più hot – in più sensi – di tutto l’anno.

Abbiamo affrontato prima quindi una piacevole escursione fuori porta in Svizzera, a Locarno, e poi – negli ultimi giorni – una lunga passeggiata tra i lidi di Venezia con un paio delle nostre Barracuda preferite (http://www.barracudashoes.it)

Luoghi, i più attenti li avranno già riconosciuti, molto cari a questa rubrica e che rimangono legati saldamente a due dei quattro festival del cinema più antichi e prestigiosi d’Europa, quelli (appunto) di Locarno e Venezia.

Oggi il focus sarà sulla kermesse più patinata, storica e glamour delle due, mentre gli scenari attorno a noi si iniziano a materializzare proponendo i più classici paesaggi dell’Otello shakespeariano, elettrizzanti e affascinanti con l’Adriatico sullo sfondo, le calle tortuose e scenografiche, le gondole…e uno dei festival più importanti al mondo, giunto alla sua 76ma edizione e alla sua ottava con Alberto Barbera al timone.

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I Film in concorso – Premiati & soddisfatti

Non è più un mistero da una settimana, ormai lo sapete tutti: per la prima volta un film estratto dall’universo dei comics ha vinto il premio più prestigioso di un festival del cinema vecchio tre quarti di secolo, segno inequivocabile dei tempi che stanno passando.

Ma “Joker” di Tood Philips già dalla vigilia sembrava qualcosa di molto più “ampio” di un film di genere: un film drammatico, cruento, sarcastico, perverso. Semplicemente un gran bel film, insomma. Soprattutto recitato da dio dall’attore protagonista, uno dei più grandi talenti al mondo, Joaquin Phoenix, probabilmente qui all’apice della sua già fantastica carriera. Il suo Joker potrebbe aver superato quello di Heat Ledger in “The Dark Knight”, che fino a ieri sembrava insuperabile. Per scoprirlo basterà andare al cinema dal 3 Ottobre.

Proprio Phoenix è stato al centro di una piccola polemica per l’altro premio più ambito, se sei a Venezia e sei un attore di sesso maschile: la Coppa Volpi al miglior interprete, finita nelle mani altrettanto talentuose di Luca Marinelli, premiato (giustamente) per la sua interpretazione nell’opera di Pietro Marcello liberamente tratta dal romanzo di Jack London “Martin Eden”. Un film altalenante e con qualche vuoto di sceneggiatura di troppo, cui non è bastato affidarsi esclusivamente a un Marinelli al solito perfettamente a suo agio anche in un dramma di costume degli anni Quaranta napoletani.

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Polemica ad ogni modo inutile e alimentata ad arte dai media famelici: non si possono assegnare, a meno di rare eccezioni da giustificare, due premi allo stesso film in concorso, alla Biennale.

Non che sia stato l’unico argomento su cui inevitabilmente testate e pubblico hanno battibeccato, anzi. Per molti il Leone d’Argento nonchè Gran premio della Giuria dato al bellissimo “L’ufficiale e la spia” (J’accuse) di Roman Polański è stato un modo per “riparare” alle dichiarazioni della vigilia (decontestualizzate of course) della presidente di giuria, la grande regista argentina Lucrecia Martel, che avevano implicitamente ritirato in ballo l’annoso problema della condanna per molestie sessuali del regista polacco-franco-americano esiliato in Svizzera. Molti sono convinti che con la fedina penale pulita Polański avrebbe vinto il Leone d’Oro.

L’altro Leone d’Argento, quello alla miglior regia, è andato invece al caustico e ironico regista svedese Roy Andersson, già premiato da queste parti nel 2014 con il Leone d’Oro grazie a uno dei titoli più belli di sempre “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, film che ha trovato la sua continuità artistica paradossale e caleidoscopica nel lungometraggio presentato quest’anno, “Sull’Infinito”.

Degli altri premi il più sorprendente, quello alla miglior sceneggiatura, è andato con merito al particolarissimo film d’animazione cinese “No.7 Cherry Lane” di Yonfan, a dire il vero più Hong-Kong che Cina e c’è bisogno di sottolinearlo, considerati i tempi che corrono e un binomio purtroppo alla ribalta delle cronache internazionali.

La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è andata ad Ariane Ascaride per “Gloria Mundi”, l’ultimo film del francese Guédiguian, un dramma-melò famigliare dove destini e crisi esistenziali si incrociano e si separano, un brusco stacco dal cinema cui ci aveva abituati, mentre il premio speciale della giuria è finito a un altro italiano, l’importante “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, documentario costruito con trovate originali (il concerto neomelodico dedicato a Falcone e Borsellino) usate come veicolo di denuncia per una certa nostalgia per la mafia di un tempo che ancora oggi non sembra essersene andata.

Infine il Premio Marcello Mastroianni per gli attori emergenti è andato a Toby Wallace per “Babyteeth”, preziosa commedia australiana che sembra essere riuscita, aggirando gli stereotipi di cui il cinema abbonda sui malati terminali e la visione strappalacrime della vita, a raccontare il vivere, il morire e il sopravvivere attraverso l’amore, come sempre una delle poche ancore a disposizione dell’essere umano.

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Se non  vi bastano questi film per riempire i prossimi mesi del vostro cinema, non vi preoccupate. Venezia come ogni anno ha proposto una quantità industriale di lungometraggi dai nomi altisonanti che, come dichiarato da uno dei selezionatori, chi organizza è “obbligato” ad inserire nel gruppone del concorso ufficiale per non far torto a nessuno, magari relegando qualche opera migliore ma di autori meno conosciuti alle altre rassegne, come la sempre ricca “Orizzonti”.

In ordine sparso quindi sono stati presentati filmoni dal grande budget a stelle e strisce e star inarrivabili come l’ “Ad Astra” di James Gray e con Brad Pitt, ambientato nello spazio più profondo, svolte inattese in carriere già affermate come l’ “Ema” del grande regista cileno Pablo Larraín, oppure denunce politiche prossime al polpettone come “Panama Papers” di Steven Soderbergh sulle società off-shore, passando dall’infaticabile e onnipresente francese Olivier Assayas (“Wasp Network”), dai primi esperimenti europei del più grande regista giapponese contemporaneo, quel Hirokazu Kore’eda che con il suo “Le verità” ha ridato un ruolo da grande protagonista in un dramma alla diva francese Catherine Deneuve e chiudendo con un nome di punta del cinema indipendente americano, Noah Baumbach, presente al Lido con il suo “Marriage Story” e i due protagonisti, i divi americani Scarlett Johansson e Adam Driver.

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Le altre rassegne

Tra i “Fuori Concorso”, i film di “Orizzonti” e la pletora di riconoscimenti laterali assegnati dai tanti sponsor presenti al festival, c’è una buona probabilità che molte delle più belle opere fossero da scovare all’interno delle rassegne al di fuori del concorso ufficiale.

Titoli come “Adults in The Room” – il film sulla crisi politico-economica greca  del sempreverde Costas-Gravas – o “Mosul”, adrenalinico e sofisticato film di guerra made in Usa (Matthew Michael Carnahan). Poi ancora…film-evento come l’ “Us+Them” dell’ex pinkfloydiano Roger Waters, che ha trasposto su pellicola (sorry, digitale) il suo omonimo e storico tour, e due episodi della seconda stagione del “New Pope” di Paolo Sorrentino con Jude Law, o italiani dal grande richiamo come Gabriele Salvatores e il suo dramma sull’autismo con Claudio Santamaria e Valeria Golino, “Tutto il mio folle amore”.

Di “Orizzonti” segnaliamo infine l’affascinante distopia ucraina “Atlantis” (Valentin Vasjanovič) e soprattutto lo spagnolo “Madre” con regia di Rodrigo Sorogoyen, a nostro parere uno dei vincitori morali di questa 76ma edizione con un progetto nato dal suo omonimo corto che, nel 2017, era stato candidato per l’Oscar di categoria con una trama che il brillante autore ha poi sviluppato per questo suo ultimo piccolo capolavoro.

Un dramma difficile da incastrare all’interno dei normali canoni del genere, con una giovane madre separata ritrovatasi improvvisamente senza un figlio (sparito nel nulla) che, dopo aver elaborato il lutto e non aver mai smesso di cercare, dieci anni dopo la scomparsa rivede suo figlio in un altro ragazzo sulle stesse spiagge del primo dramma. Il finale non ve lo sveliamo ma se c’è un nome su cui scommetteremmo per il futuro del cinema iberico è quello di Sorogoyen, 38enne molto abile nel dare profondità ad emozioni e sentimenti senza mai scadere nel retorico, nel banale o nel già visto, coincidenzialmente in questo periodo nei cinema italiani con la sua penultima opera, la più politica e “scandalosa” “Il Regno”.

Alla prossima, da queste parti o in una sala cinematografica, ma sempre con Barracuda!

Michele Pettene