POINT OF (SCREEN) VIEW #18

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“Chiamami col tuo nome” – Il capolavoro di Luca Guadagnino, ma non dell’Italia

La strepitosa notizia delle quattro nomination ai prossimi Oscar (4 Marzo) di “Chiamami col tuo nome” - l’ultimo film del palermitano Luca Guadagnino (46 anni) – non sembra aver sollevato gli stessi entusiasmi popolari che erano seguiti alle sette, storiche nomination de “La Vita è Bella” di Roberto Benigni nel 1999 (tre statuette vinte), ovvero l’ultima opera di un italiano ad esser stata candidata al premio più prestigioso – l’Oscar come Miglior Film – prima di “Call me by your name”.

Le ragioni sono da ricercarsi nella storia professionale del regista, in quella creativa del film iniziata quasi un decennio fa e nella distribuzione italiana di un racconto dove l’Amore tra il figlio di un professore e un dottorando ospite per l’estate trionfa senza alcun ostacolo, o antagonista, o censura (il sostegno dei saggi genitori – potenzialmente l’unico freno “della società” – ad approfondire il rapporto con l’amante è cruciale, in questa direzione).

Di Luca Guadagnino, nato a Palermo e vissuto in Etiopia per i primi sei della sua vita prima del ritorno in Sicilia, abbiamo ben in mente i suoi migliori successi e il suo peccato capitale, perlomeno per il Cinema tricolore.
Se l’esordio del 1999 con “The Protagonists”, un film-esperimento su un vero delitto e le indagini conseguenti a Londra, non aveva collocato con prepotenza Guadagnino sulla mappa geo-cinematografica di quelli che contavano (nonostante la presentazione al Festival di Venezia, evento che vedrà le anteprime di molti dei suoi successivi lavori), “Melissa P” nel 2005 – ispirato al famigerato romanzo “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa Panarello – lo aveva piuttosto velocemente fatto depennare dalle liste delle case di produzione nostrane, inorridite dalla scelta del soggetto e – va detto, non con tutti i torti – dalla sua resa filmica.

A questa trasgressione “imperdonabile” si aggiungevano inoltre le critiche esplicite alla regia – troppo manierata, stilisticamente autoreferenziale e autocompiaciuta – e quelle più serpeggianti e sussurrate legate allo status di “outsider”, di “outlaw” ai margini dell’impero, dotato di un talento degno di nota ma su cui non valeva la pena investire troppe risorse.
Lo stesso Guadagnino, in una delle sue interviste per “Chiamami col tuo nome”, non aveva fatto mistero della sua opinione critica sulle produzioni italiane che, forse, proprio in questi giorni stanno tornando a bussare alla sua porta magari per finanziare il prossimo lavoro, il remake di “Suspiria” di Dario Argento.

Ostacoli che a ben vedere non hanno mai arrestato il riccioluto ed elegante regista nella sua carriera, dedicata non solo ai lungometraggi ma anche a documentari come quelli su due tra le figure artistiche più influenti della sua vita – l’attrice Tilda Swinton e il regista Bernardo Bertolucci -, a corti sperimentali e collaborazioni con i grandi marchi della moda, l’altra grande passione. Un percorso insolito, tanto di successo fuori dal Bel Paese quanto semi-ignorato in Italia, sfociato nel miglior film di Guadagnino prima di quest’ultimo, “Io sono l’amore” (2009): ovviamente acclamato in tutto il mondo tranne che da noi, con il paradosso dei fischi a Venezia e dei soli 240mila euro italici contrapposti ai 10 milioni di botteghino estero, alle nomination ai Golden Globe e agli Oscar, per il Miglior Costume.

È il titolo che dà inizio alla “trilogia del Desiderio”, come egli stesso l’ha definita, che prosegue sulle tematiche “nostalgiche e aggressive” di “A Bigger Splash” (2015) – altra co-produzione straniera, visivamente sfavillante ma con qualche buco di troppo nelle scelte narrative – prima di chiudersi nel 2017 nel più sorprendente dei modi.

“Chiamami col tuo nome”, uscito al Sundance dello scorso anno, diventa istantaneamente l’apice personale di questo stravagante e raffinato regista palermitano: per la prima volta in maniera esplicita Luca Guadagnino riesce a “scomparire” dallo schermo, dedicando tutta la propria sensibilità, la propria cura dei dettagli e delle atmosfere alla narrazione della storia (dagli affascinanti titoli di testa alla tradizionalmente meticolosa e delicata selezione musicale, passando per l’attenta ricostruzione nostalgica di quegli Anni Ottanta: le nostre Barracuda ci sarebbero state bene, con quegli shorts colorati), dimenticandosi di sé stesso e dello sfoggio narcisistico delle indubitabili qualità tecniche e intellettuali, qui stupendamente ri-assemblate dal fido montatore Walter Fasano.

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Una scelta volontaria, come dichiarato a Variety (“Ho fatto un passo indietro, dando fiducia agli attori e alle scenografie”), capace finalmente di assecondare quella semplicità necessaria affinchè l’essenza del film sbocciasse integralmente, diventando contestualmente il suo progetto più personale ed emotivamente intenso.
Non poteva essere altrimenti per un progetto a stelle e strisce partorito ben dieci anni fa, quando Guadagnino, da sempre fac totum per necessità, era entrato in corsa prima come consulente per le scenografie nel Nord Italia e poi per produrre con la sua Frenesy questa trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di André Aciman, statunitense con un’infanzia nordafricana simile.

Inizialmente per dirigere il film era stato scelto il grande regista James Ivory, altro punto di riferimento di Guadagnino, ma nel 2016 durante la scrittura della sceneggiatura (per la quale Ivory è stato accreditato, con nomination all’Oscar per la Best Adapted Screenplay) aveva poi rinunciato a proseguire nell’avventura, lasciando al collega carta bianca decisionale su come svilupparla e, soprattutto, concluderla.

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Sono passati quasi due anni da allora, e la storia che Guadagnino è riuscito a creare insieme alla superlativa, magica, commovente interpretazione degli attori protagonisti – Timothée Chalamet (Elio) e Armie Hammer (Oliver), statunitensi, il primo rivelazione dell’anno e candidato all’Oscar – sono i motivi principali sia degli elogi internazionali, degli endorsement dei più grandi (da P.T.Anderson a Xavier Dolan) e della critica sia delle difficoltà nel distribuire il film in Italia (nel primo weekend è stato doppiato da Ligabue e superato da Virzì e “Il Vegetale”…), dove cultura e tradizione del grande pubblico non sembrano essere ancora del tutto pronte per accettare la rappresentazione sul grande schermo di un amore tra due uomini libero, incondizionato e per di più incoraggiato dal mondo adulto.

Un vero peccato da cui speriamo di redimerci presto, perchè “Call me by your name” è molto di più di quello cui molti vorrebbero ridurlo: è l’estate (quella del 1983 nel film) che tutti almeno una volta abbiamo vissuto durante la nostra adolescenza; è il verde sensuale di alberi e prati, le cene all’aperto; è il silenzioso e dolce oblio dei pomeriggi passati a curare finalmente le nostre passioni – leggere e suonare il pianoforte, per Elio -; è la scoperta straordinaria, spaventosa e sublime del corpo proiettato a velocità della luce verso l’età adulta, e quindi del sesso dell’eccitazione e delle sofferenze da innamorati; è il gioco l’amicizia il contatto fisico il flirt e il brivido; è la rabbia la gelosia e la frustrazione per la separazione; è il ricordo del primo bacio e la perpetua ricerca di quelle labbra; è la danza del corteggiamento al ritmo di cicale, dai bordi della piscina alle gare con le bici in campagna; è la lacrima per aver abbandonato l’adolescenza e la consapevolezza di essere cresciuti; è lo sguardo dentro al focolare – quando tutto è finito – che ascolta i battiti del proprio cuore rallentare dopo la corsa mozzafiato; è una pesca; è la Vita.

 
 
 
 

Michele Pettene