POINT OF (SCREEN) VIEW #11

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Speciale Blade Runner  – Alle origini del suo universo

“Che razza di mestiere mi tocca fare, pensò Rick. Sono un flagello, come la carestia o la peste.” [pag.221]

Breve viaggio letterario, fatto di citazioni, sogni e visioni decadenti, attraverso il capolavoro del Maestro Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?”
Talmente eccezionale da ispirare ben due film.
Il primo è uscito nel 1982 e il suo titolo è diventato leggenda.
Il secondo uscirà in Italia domani, e avrà semplicemente un “2049” aggiuntivo.

Come può un solo libro e nemmeno troppo lungo – 218 pagine la versione italiana di Fanucci Editore – ispirare un adattamento cinematografico diventato presto irraggiungibile, un caso più unico che raro – e un discendente dalle ambizioni forse esagerate, creato per continuare la rivoluzione del genere?

Partiamo da dove eravamo rimasti, dalla fine che tutto il Mondo conosce. Ovvero da uno dei monologhi più celebri del Cinema e decisamente da quello che più di ogni altro, come affermato dallo stesso protagonista, ha definito la carriera di un attore. Legando per sempre nell’immaginario collettivo il nome di Rutger Hauer al replicante Roy Baty. 

“Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”
[Replicante Roy Baty - Rutger Hauer, 1982]

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Ironicamente, di questo epico epitaffio reso magico dai sintetizzatori ancestrali di Vangelis – e diventato presto parte della cultura popolare – nel romanzo non si trova traccia.
Merito di Hauer, che adattò la bozza del dialogo finale scritta dallo sceneggiatore Hampton Fancher?
Sicuramente.

Ma merito soprattutto del Padre Creatore Dick. Magistrale nel dipingere un’atmosfera surreale, cupa, disordinata, apocalittica (la San Francisco del libro è ricoperta di “palta”, spazzatura) e nichilista. Ma ancora intrisa di autoironia, nostalgia e, in alcuni casi sporadici, addirittura umanità, in un mondo sempre più inumano.
Ingredienti che, fondendosi con il fondamentale “Metropolis” di Fritz Lang, hanno influenzato fortemente le stupefacenti scenografie del film di Ridley Scott. Conducendo in modo naturale Hauer a quell’intuizione, a quel “è tempo di morire”, per il monologo conclusivo.

Un noir fantascientifico, dove sulla Terra sono rimasti solo disperati e reietti – indimenticabile il personaggio del “cervello di gallina” Isidore. Cacciatori di taglie e androidi clandestini. Falsi profeti e falsi benefattori.
E come nei migliori noir, la Luce ha voltato da tempo le spalle a tutti i protagonisti.

“Non potevo fermarmi perchè dopo essermi fermato non ci sarebbe stato più niente. Avevi ragione tu, ieri mattina, quando mi hai detto che non ero altro che un rozzo sbirro con rozze mani da sbirro.”
[Rick Deckard, pag.236]

“Quell’orribile e inedita depressione che l’aveva assalito poco prima non era ancora svanita.”
[pag.171]

Il Blade Runner Rick Deckard nel romanzo è il più angosciato perdente tra i perdenti. Il film omette il suo tormentato rapporto con una moglie priva ormai di qualsiasi anelito vitale. Che odia il suo lavoro di assassino “di quei poveri droidi” ma che spende il suo misero stipendio per “qualsiasi minima cosa possa attirare la sua attenzione”. Un rapporto deteriorato, incerottato e tenuto fragilmente insieme solo dal Panfield, il modulatore elettronico dell’umore (una sorta di scatola empatica) che già Dick aveva citato in altre sue opere.

“Faccio io un numero per tutti e due – disse Rick. E la ricondusse in camera. Sulla tastiera di lei, Rick battè il 594: compiaciuto riconoscimento della superiore saggezza del marito in ogni campo.”
[pag.33] 

“Accidenti a lei, si disse. Rischio la vita ma a che serve? Non le importa nulla, se riuscissimo a comprarci uno struzzo o meno, nulla la tocca. [...] La maggior parte degli androidi che ho conosciuto hanno più vitalità e desiderio di vivere di mia moglie. Non ha nulla da darmi.”
[pag.33] 

Il Deckard dickiano e Harrison Ford, perlomeno esteticamente, non avrebbero nulla da spartire. Lo scrittore dipinge Rick come “un uomo di statura media, non aveva niente di impressionante. Un viso tondo e lineamenti glabri e regolari, sembrava un impiegato di un tranquillo ufficio” e non di certo un’affascinante star hollywoodiana.

L’impresa artistica di Ford è stata dunque quella di essere riuscito a dare al suo personaggio lo stesso melanconico spessore umano del protagonista di Dick. Paranoico, stanco di quel lavoro e di uccidere, ossessionato dagli androidi tanto da innamorarsi di una di loro.

Ma la scena di sesso descritta nel libro non raggiunge nessuno degli apici romantici che il film – anche per motivi di appeal – orchestra abilmente (eclusa la scena finale imposta dalla produzione). Se Ford e Sean Young, sulle note del tema più famoso della colonna sonora - “Love Theme” – si amano e trasmettono calore umano, nel libro è il freddo glaciale di un rapporto degenerato tra uomo e macchina, a dominare.

“Gli androidi non possono avere figli” disse infine Rachael, “Ci perdiamo qualche cosa?”
[pag.193] 

“Grazie Rick, disse lei con voce fioca. Ricordati, però: non ci pensare su, fallo e basta. Non ti fermare a filosofeggiare, perchè dal punto di vista filosofico è un macello: per tutti e due.”
[pag.193] 

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Poi, il titolo. Geniale, brillante, ironico. Come solo un androide venuto dal futuro e spacciatosi per un umano di nome Filippo poteva concepire, in un 1968 che qualche germe creativo extraterreste doveva per forza avere.
La sua omissione è forse il peccato più grande del “Blade Runner” del 1982.
“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è una domanda fondamentale nel romanzo di Dick, così come era fondamentale il sapone e la sua produzione nel “Fight Club” di Chuck Palahniuk, per parlare di un altro libro il cui filo conduttore è andato perso nella trasposizione su celluloide.

“Chiedere “Ma la tua pecora è autentica?” sarebbe stata un’offesa al galateo, peggio che chiedere a un qualsiasi cittadino se i suoi denti sarebbero risultati genuini a una verifica.”
[pag.33]

In una Terra devastata, inquinata e ricoperta di polvere gli animali si sono estinti. Possederne uno vero, anche solo un ragno, è considerato un lusso, uno status symbol. Non hai abbastanza soldi e vuoi nasconderlo? Compri un surrogato elettrico. E Rick Deckard possiede una pecora elettrica che spaccia per vera, mascherando la sua misera condizione per mantenere una propria dignità sociale.

Possono gli androidi sognare, ovvero provare emozioni?
Possono sognare perlomeno pecore-replicanti, aspirare a quel minimo riconoscimento pubblico?
In definitiva, possono ambire alla condizione umana?

È la domanda cruciale, cui l’opera risponde in modo straziante.
In modo diverso ci riesce anche Ridley Scott, mantenendo della fonte originale l’importanza del sogno sintetico (che perseguitò Dick per tutta la sua esistenza). Il dibattito se Rick sia egli stesso un replicante varia a seconda delle versioni analizzate, e l’unicorno è la chiave di volta.

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In definitiva, a “2049” sarà affidato un compito arduo. Riuscire ad evitare le stigmate del remake – e con lo stesso sceneggiatore, le stesse musiche, le stesse ispirazioni, lo stesso Deckard e la sua proiezione giovanile, Ryan Gosling, il rischio esiste – dando nuova linfa all’universo-Blade Runner, magari implementando quei dettagli del libro che per ragioni narrative erano state escluse dal film di Scott.

Le affermazioni del regista Denis Villeneuve – reduce da un altro sci-fi di successo, “Arrival” – sono state incoraggianti, perlomeno nell’evitare un’attualizzazione delle tematiche mantenendo le atmosfere originali: “Non c’è nulla di più noioso di un detective dietro la tastiera a cercare su Google”. 

Non rimane altro che la visione del sequel, per rispondere a molti dei quesiti che la macchina da guerra dei reparti marketing della Alcon e Warner Bros. hanno alimentato durante l’ultimo anno. Provando a dimenticare per un attimo le sequenze sbalorditive del Blade Runner dell’82 e la vita stessa di Philip K. Dick, probabilmente tra tutte la più fantascientifica. Fin dalla nascita, come splendidamente raccontato nella sua biografia dal bestseller francese Emmanuel Carrère “Io sono vivo, voi siete morti”.

 “Il 16 Dicembre 1928, a Chicago, Dorothy Kindred in Dick diede alla luce una coppia di gemelli, prematuri di sei settimane ed entrambi molto gracili. Li chiamò Philip e Jane. Non aveva latte a sufficienza per entrambi, e nessuno le suggerì di integrare le poppate con il biberon. Il 26 Gennaio Jane morì. Fu sepolta nel cimitero di famiglia, in Colorado. Sulla lapide, accanto al nome di battesimo della bambina, i genitori fecero incidere quello del fratello sopravvissuto, con la sola data di nascita seguita da uno spazio bianco.”
[pag.1 - Io sono vivo, voi siete morti]

 

 Michele Pettene

 

 

Link esterno: la puntata di #BarracudaTravel su Los Angeles e le location del “Blade Runner” originale