POINT OF SCREEN VIEW #10

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 Speciale Locarno Festival #70

È calato definitivamente Domenica il sipario – leopardato – sul settantesimo Locarno Festival, dopo una dieci giorni cinematografica che, oltre alla solita girandola multiculturale di film (62 le nazioni rappresentate), ha lasciato tanti perplessi quanto soddisfatti tra il pubblico e la critica, a partire dai premi principali.

Per il “Concorso Internazionale” – la sezione dei film in corsa per il prestigioso Pardo d’Oro – la giuria presieduta dal regista francese Olivier Assayas ha assegnato il riconoscimento come miglior opera di #Locarno70 a “Mrs. Fang” di Wang Bing, pluripremiato documentarista e cineasta cinese. Se lo stile glaciale e la scelta narrativa coraggiosa – la lenta agonia di un’anziana malata di Alzheimer, ripresa insieme alla sua famiglia negli ultimi dieci giorni di vita – unite al montaggio alternato della vita quotidiana del paese della moribonda, hanno giocato a favore di Wang, non si può dire lo stesso sui quesiti etici che il film ha sollevato. Dall’invasione della privacy di una donna morente che non può più intendere ne volere, all’esposizione implacabile non solo di morte e dolore ma anche di comportamenti poco nobilitanti dei famigliari della signora Fang, il film ha superato consapevolmente una sottile ed invisibile linea oltre la quale la dignità non solo dei protagonisti ma del Cinema stesso è stata messa in pericolosa discussione.

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Meglio sarebbe stato forse puntare su film più leggeri e meno esotici, come il bellissimo “Lucky” dell’esordiente – seppur a 54 anni – John Carroll Lynch, favoloso attore statunitense ora finito dall’altro lato della barricata che, nella conferenza stampa post-proiezione, è stato esortato a continuare il proprio nuovo percorso artistico, considerato il successo dell’opera prima. Un film che con una leggerezza accarezzata da autoironia e situazioni tragicomiche è riuscito a far riflettere su temi universali come la paura della solitudine, della vecchiaia e della morte, narrandoli dal punto di vista personale di Henry Dean Stanton, 91enne icona del cinema a stelle e strisce alla cui filosofia di vita il neo-regista si è ispirato, cucendogli su misura i dialoghi fulminanti e le scenografie da western americano, con tanto di cameo del grande David Lynch amico di vecchia data del protagonista.

Si è preferito invece premiare operazioni più complesse e rischiose, come il premio per la miglior regia andato al francese F.J. Ossang – tornato a Locarno a 20 anni da “Docteur Chance” - e il suo “9 Doigts” (9 Dita), thriller surreale con sfumature noir dalla fotografia black & white e una trama rarefatta, infarcita di salti temporali e dialoghi a tratti incomprensibili; o come il riconoscimento alla miglior interpretazione femminile, finito per ragioni misteriose ad Isabelle Huppert, mostro sacro forse però ai suoi minimi storici in “Madame Hyde”, una sorta di school-movie in salsa sci-fi di Serge Bozon, dove l’attrice francese ha interpretato una professoressa dallo scarso appeal sugli studenti improvvisamente “trasformata” da una scarica elettrica di cui è vittima nel suo laboratorio di fisica (…).

Alla luce di certi risultati è più facile dunque comprendere l’esclusione dal simbolico podio di Piazza Grande di due tra i film meglio riusciti ma meno temerari del concorso, con il rumeno “Charleston” e il palestinese “Wajiib” a trattare con intelligenza, giusto equilibrio tra dramma e commedia e dialoghi sferzanti tematiche come l’elaborazione del lutto e del tradimento (“Charleston”, con due grandi interpreti maschili e una splendida colonna sonora), o il confronto tra la Nazareth conservatrice e quella moderna (“Wajiib”), raffigurata nell’incontro/scontro generazionale di un padre con il figlio in un atipico e coinvolgente road trip urbano.

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Il premio speciale della Giuria è andato al brasiliano “As Bos Maneiras” di Juliana Rojas e Marco Dutra – dramma tutto femminile in una San Paolo misteriosa e notturna -, mentre l’islandese “Vinterbrødre” di Hlynur Palmason si è aggiudicato con il danese Elliott Crosset Hove il premio per la miglior interpretazione maschile. (Nostra) menzione speciale invece per “Did You Wonder Who Fired The Gun?”, documentario statunitense sul razzismo ancora serpeggiante e silenzioso nel sud degli States, narrato dall’affascinante voce fuori campo del regista Travis Wilkerson. Un piccolo trattato sull’utilizzo degli strumenti cinematografici – fotografia, colonna sonora, montaggio – per supplire alla carenza di documenti audiovisivi di qualità a disposizione. E la conferma che anche nel 2017 uno dei più grandi problemi sociali negli Stati Uniti d’America è una piaga aperta da oltre un secolo.

Problemi di abbondanza di materiale originale che alcune tra le opere più interessanti ed intense della kermesse svizzera non hanno avuto. Dal documentario fuori concorso “Le Vénérable W.” – capace di raccontare con filmati terrificanti ed inediti il ruolo di un monaco birmano nell’istigare odio e scontri della maggioranza buddhista nel Myanmar verso la minoranza islamica -, al “The Reagan Show” sulla presidenza di Ronald Reagan e il suo impatto sulla Storia attraverso la lente della cinepresa onnipresente in quegli anni alla Casa Bianca. Passando poi per le perle della sezione “Semaine de la critique” come “Das Kong Tribunal” – docufiction sui massacri nella Repubblica Democratica del Congo e il confronto tra vittime ed oppressori in un tribunale civile messo in scena dal regista svizzero Milo Rau -, “The Poetess” – documovie sull’emancipazione di una casalinga e poetessa dell’Arabia Saudita – e “Favela Olimpica”, reportage sulla ricollocazione degli abitanti di un povero villaggio di Rio de Janeiro a pochi mesi dall’inizio delle Olimpiadi 2016 (il premio della “Semaine” è andato a “Druzina” di Rok Bicek, film che ha seguito per 10 anni una famiglia slovena nella sua quotidianità).

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Le belle sorprese sono arrivate soprattutto dalla sezione dedicata ai giovani registi (“Cineasti del Presente”) vinta dal bulgaro Ilian Metev con il suo “3/4” – ritratto tempestoso e malinconico di una famiglia ormai ai ferri corti – in grado di regalare esordi tanto esilaranti quanto memorabili con l’italiano “Easy” di Andrea Magnani, melodrammi brasiliani ambientati in affascinanti librerie tra sogno e realtà (“Severina” di Felipe Hirsch) e brillanti commedie di storie incrociate a New York (“Person to Person” di Dustin Guy Defa), in arrivo dal “Sundance Film Festival” come “The Big Sick” di Michael Showalter, altra sorprendente opera sulla relazione sentimentale tra due diverse culture, premiato dal pubblico di Piazza Grande.

Nella piazza principale di Locarno non sono infine mancati i grandi nomi. Sul grande schermo Robert Pattinson – capace di stupire tutti nella parte di un maldestro rapinatore di banche alle prese con un fratello autistico da salvare (“Good Time” dei fratelli Safdie) – ha diviso la palma della celebrità con il trio composto da Willem Dafoe, Glenn Close e Noomi Rapace nel deludente polpettone distopico “What Happened to Monday?” di Tommy Wirkola, e con Charlize Theron nell’attesissimo thriller “Atomic Blonde” di David Leitch ambientato nella Germania dell’89.

Sul palco si sono alternati invece per questa 70ma edizione organizzata ancora dal presidente Marco Solari e dal direttore artistico Carlo Chatrian tra gli altri gli attori Adrien Brody (premio alla carriera “Leopard Club”) e Mathieu Kassovitz (“Excellence Award”, presente anche con un film per il concorso “Piazza Grande”, “Sparring” di Samuel Jouy), l’attrice Nastassja Kinski e il regista americano Todd Haynes (al festival con il primo film – l’esordio del 91, “Poison” - e l’ultimo, “Wonderstruck”).

Michele Pettene