Pizzigoni, Buffa, Adani e il Superclasico

Pizzigoni, Buffa, Adani e il Superclasico

Notte carioca.
All’interno di un ristorante di Ipanema. Pesce crudo, bianco di livello.
Foglietti sparsi sul tavolo perché di quelle magnifiche conversazioni mondiali rimangano testimonianze, che non sia il cuore pieno dei tre astanti.
Daniele Adani racconta futbol, ed è l’unico che può farlo a quel livello di passione e competenza. Gli altri due, i sottoscritti, Buffa e Pizzigoni inseriscono il loro sapere, frutto di entusiasmo e di visioni che solo una città come Rio de Janeiro può consegnarti.
Dopo la tartare di tonno, sul tavolo cade l’ennesimo spunto. Il calcio statunitense sarà davvero di ottimo livello quando si riuscirà a coniugarlo con quello sudamericano. Quando si giocherà Miami-Boca, allora potremmo davvero celebrare il nuovo status del soccer.
Pro e contro tale possibile accadimento si srotolano nella fitta discussione, qualcuno interrompe anche il via-vai di calici per inserire bottigliette di vetro di Coca Zero. Segno che si può procedere, almeno fino a che l’ultimo cameriere rimane con una palbebra sollevata.
Il Mondiale, forse, tecnicamente, uno dei migliori di sempre, scorre via. Il tavolo dei tre introduce altri ODG nei giorni successivi.
Lasciato il Pais do Futebol, lo spunto di quella notte, sembra quasi magicamente palesarsi con le prime mosse.
Noah Mamet è l’ambasciatore statunitense in Argentina. La sua carriera da diplomatico è sostanzialmente cominciata quando è intervenuto, membro di una commissione promossa dal Senato americano, nella crisi post-guerra civile in Sierra Leone. Classe ’69, UCLA come alma mater, Mamet a Buenos Aires comprende subito la potenza del calcio. All’inizio di quest’anno ha invitato in ambasciata i presidenti di Boca e River, le due squadre più celebri del Paese. Con Angelici e D’Onofrio si è parlato di possibilità di una futura collaborazione tra USA e Argentina, proprio in quest’ottica. Di come Boca e River potrebbero espandere la loro visibilità negli States, di come il soccer potrebbe ricevere enorme beneficio da una sinergia con questi due club.
Insomma, la conversazione di Ipanema ha preso piede.
Ma non si è limitata a generare quella “modesta proposta”. E’ arrivata perfino a confezionare un libro. Lo ha scritto Carlo Pizzigoni, e tratta la storia del calcio sudamericano, ha la prefazione di Federico Buffa e la postfazione di Daniele Adani.
Nasce anche in quelle conversazioni notturne carioca, dove il calcio si mescolava alla vita.
Non poteva che intitolarsi “Locos por el Futbol”, perché quelle conversazioni nascevano dall’amore per questo gioco.
All’interno del testo, non poteva mancare un paragrafo sul Superclasico di Buenos Aires, una delle partite più importanti del mondo, anche perché è più di una partita.
Eccolo. Y que siempre viva el futbol

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La Boca è un barrio, un quartiere piuttosto limitato come territorio ma assolutamente sconfinato come storie che lo hanno attraversato, negli anni, nei secoli.
Furono gli immigrati italiani a tirare su le prime case, quelle che oggi vediamo dipinte in mille colori e che accompagnano strade piene di turisti, almeno fino alle prime ore della sera; dopo il tra-monto resta un quartiere dove è meglio non transitare, se non si vogliono correre rischi, anche se questa storia non va sulle cartoline di Buenos Aires che la ritraggono sempre. Il Caminito, i ristorantini, i negozi di cianfrusaglie o artigianato, e la Bombonera.
La Boca è soprattutto fútbol, un luogo mistico e mitologico dove sono nate le due squadre più note d’Argentina: il River Plate (1901) e il Boca Juniors (1903).
L’allontanamento volontario del River Plate, che cambiava quartiere, con una sosta a Sarandi e poi la sistemazione definitiva a Nuñez, agevolò la rivalità, alimentando la mistica del Superclásico.
La squadra del popolo contro quella dei ricchi possidenti è una ricostruzione forse necessaria ma totalmente priva di ogni aggancio con la realtà, una differenza che palesa l’antitesi di movimenti culturali o meglio controculturali che ricostruiscono quello che in Argentina si vive giornalmente nella società, nella politica e ovviamente anche nel calcio.

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La divisione tra Xeneizes e Millonarios, tra Bosteros e Gallinas, tra il Monumental e la Bombonera, tra La 12 e i Borrachos del Tablón, si era trasferita in tutta la nazione e faceva ormai parte dell’argentinità riconosciuta nel mondo, insieme al tango, al dulce de leche e all’asado. Aveva oltrepassato le frontiere: ci si schierava in ogni parte del mondo latino.

Il superclásico è mistica, passione, qualità tecnica e garra, è provincia e metropoli insieme. È il fútbol, la sua storia. È Maradona, nel suo primo superclásico del 1981, che mette a sedere Tarantini
e Fillol e poi «¡Que sea que sea que sea!» come urlò dalla tribuna Víctor Hugo Morales, perché il capolavoro si definisca con il gol.
È Gonzalo Gerardo «El Pipita» Higuaín, che mette una doppietta, prima con un colpo di tacco poi con una ripartenza.

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Da un certo punto di vista è qualcosa di peculiarmente argentino. Menotti diceva sempre che il calcio si basa su tre situazioni: tempo, spazio ed engaño. Muoversi in una certa maniera, fingendo
di sfruttare una situazione per poi gettarsi dalla parte opposta: ecco l’inganno.

E il superclásico è anche questo. I presidenti di Boca e del River devono andare d’accordo, sono necessari l’uno all’altro (soprattutto oggi: D’Onofrio e Angelici sono spesso fianco a fianco nelle querelle che riguardano il fútbol argentino). In fondo sono fratelli della Boca, sono i figli della «Nuestra», prima ancora che avversari sul campo. Testimoni del fútbol resultadista del Boca contro epigoni di un calcio più strutturato e più esteticamente apprezzabile della «Máquina»? Non più, e forse non è mai stato così. Contava vincere. Nell’era amateur era toccato più al Boca, poi c’era stato equilibrio negli anni Trenta, impatto tremendo della «Máquina» nei Quaranta, come anche nei Cinquanta; poi nei Sessanta il Boca, come nei Settanta. Negli Ottanta ha vinto di più il River, così come nei Novanta, grazie ai successi di Ramón Díaz in panchina con Enzo «El Príncipe» Francescoli in campo; fino a quando è giunta l’epopea di Carlos «El Virrey» Bianchi, che a cavallo del millennio ha vinto tutto, comprese Copa Libertadores e Intercontinentale, segnando una chiara prevalenza Boca.

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L’antagonismo è necessario. Noi e loro. Non una finzione una cosa sentita e ben costruita: questo permette al superclásico di rimanere una delle gare più viste e televiste in Argentina e nel mondo.
Non importa se la stagione è un disastro per l’una, per l’altra o per entrambe. Il superclásico è un evento che entra sempre in quelle classifiche in cui si ciancia delle dieci, cinquanta, cento cose da
fare prima di morire (spesso apparse su giornali inglesi, per giunta).

Il fascino del superclásico rimane sempre, perennemente intatto.

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