Lightning Bolt, la recensione (inedita) di PearlJamOnLine.it

Lightning Bolt, la recensione (inedita) di PearlJamOnLine.it

A quattro anni dall’uscita di Lightning Bolt, il decimo disco in studio dei Pearl Jam, pubblichiamo la recensione (inedita) di pearljamonline.it.

Easy come and easy go, easy left me a long time ago

Potrebbe bastare questo verso di Pendulum, uno degli highlight del decimo disco in studio dei Pearl Jam, a tranquillizare i fan che temevano che, dopo il ‘solare’ Backspacer dato alle stampe ben quattro anni fa, la band di Seattle non riuscisse – o non volesse – più comporre pagine pregne di tensione e drammaticità, caratteristiche di alcune delle migliori composizioni di questa band che si sta ormai avvicinando ai venticinque anni d’attività. Ma c’è molto altro in questo Lightning Bolt, che sorprendentemente annovera alcune tra le soluzioni musicali più sperimentali che la band abbia tentato da diversi anni a questa parte (alla faccia di chi li accusa di essere ‘bolliti’).

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A livello tematico il decimo disco in studio si presenta – e questo è singolare a circa vent’anni dalla pubblicazione di Vitalogy, ma ne parleremo più avanti – come una riflessione sulla vita e la morte, con temi che spaziano dalla prepotenza delle azioni dell’uomo sul creato (Infallible), alla religiosità dell’individuo (Getaway) che si tramuta spesso in fanatismo (Mind Your Manners) fino alla consapevolezza che l’unico credo che potrebbe salvare è quello dell’amore (Future Days), il tutto valorizzato dallo splendido artwork tutto bianco, rosso e nero di Don Pendleton, artista già visto all’opera per While My Heart Beats di Jeff Ament pubblicato lo scorso anno.

Lightning Bolt si apre sulle note di Getaway, una solida composizione a firma Vedder, che è già una mezza novità in quanto è forse la canzone meno veloce tra le opening song dei dischi dei Pearl Jam (ad eclusione di No Code e Riot Act). Una robusta rock song in cui Eddie canta “siamo tutti alla ricerca del nostro modo migliore“, una riflessione che è invito a credere in se stessi e a non farsi abbindolare dall’ipocrisia delle religioni organizzate. Si continua sullo stesso territorio, ma con il piede spinto sull’acceleratore, con Mind Your Manners, scheggia hardcore punk scelta come singolo apripista, composta da Mike McCready con in mente i riff di East Bay Ray dei Dead Kennedys. Era probabilmente dai tempi di Spin The Black Circle che una canzone della band non era così veloce, diretta e ulcerosa.

My Father’s Son, composta da Ament (il vero protagonista del disco), è una delle tracce più riuscite: dark, arrabbiata, sembra un incrocio tra All Night e In The Moonlight. Sicuramente il fatto che ci siano ben due bassi, uno suonato da Jeff, l’altro (a otto corde) da Mike McCready, conferisce al pezzo un mood oscuro, caratteristica troppo poco presente negli ultimi due dischi. Qui si parla di quello che – buono o cattivo – si eredita dai genitori e della difficoltà del singolo individuo di agire senza sottostare ai diktat del proprio codice genetico.

Sirens, il secondo singolo estratto da Lightning Bolt, è stata composta da McCready dopo aver assistito ad uno show di Roger Waters dei Pink Floyd ed è stata ampiamente rimaneggiata in studio insieme al producer Brendan O’Brien. E’ una ballata che riflette sulla fragilità della vita, impreziosita da una delle migliori performance vocali di Vedder dell’intero disco. Che dire? Un instant classic già da annoverare tra i pezzi migliori del loro catalogo. Solo una band che ha raggiunto un altissimo livello di compattezza e maturità poteva uscirsene con un tale gioiello, dove tutti suonano perfetti e al loro posto (e dove – sopresa – tutti cantanto insieme il coro finale).

Si arriva poi alla title track del disco (la prima title track della loro storia), un convinto mid tempo che nella sua dimensione live acquista vigore e compiutezza. Nella prima parte del pezzo i Pearl Jam fanno un po’ il verso a se stessi (Unthought Known, Wishlist), mentre il finale non può non ricordare gli amatissimi Who.

Arriviamo quindi al cuore del disco, composto dalla sperimentale e riuscita Infallible. Sorretta da un riff monolitico, riflette sulla prepotenza delle azioni dell’uomo ai danni del mondo (“E’ molto facile arrabbiarsi se si guarda cosa sta succedendo al mondo” dice Vedder nel video promo diretto dall’amico Danny Clinch). Segue Pendulum, composta come la precedente da Ament/Gossard, che è forse il pezzo più riuscito dell’album. Introdotta da un intro di piano che ricorda Metamorphosis Two di Philip Glass (usata dagli stessi Pearl Jam come opener dei loro concerti fino all’anno scorso), si snoda come una specie di mantra dark che potrebbe essere uscito dalla penna di Tom Waits o di Mark Lanegan, con echi degni della chitarra tex-mex di Ry Cooder.

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Il lato B del disco – il meno convincente, bisogna dirlo – è inaugurato dalla Byrdsiana Swallowed Whole, che non avrebbe sfigurato in un disco dei R.E.M, seguita dalla blueseggiante Let The Records Play – composta da Gossard – che ricorda alcune canzoni dei primi Black Keys, band da sempre apprezzata dal combo di Seattle (fecero da supporter ad alcune date dei Pearl Jam nel 2006 e nel 2008). Si arriva quindi ad una rivisitazione fortemente voluta da Brendan O’Brien di Sleeping By Myself, pezzo già contenuto in Ukulele Songs di Eddie Vedder e pubblicato due anni fa. Interessante la scelta di mettersi in gioco rivisitando il pezzo in chiave folk, un po’ meno il risultato.

Yellow Moon. Per favore, facciamo un inchino a questi signori del Nord-Ovest? Una ballata, scritta da Ament, a dir poco splendida, che sembra quasi la sorella più dark e notturna di Low Light (non a caso, sempre di Ament). In questo pezzo la voce di Vedder raggiunge picchi massimi di espressività, che ricordano il vibe di Release. Emozionante. Il disco si chiude sulle note di Future Days, un pezzo troppo prodotto per la fragilità che dovrebbe evocare, ma che rappresenta una degna chiusura per questo Lightning Bolt, con quelle note di piano appena accennate da Brendan O’Brien poste in chiusura. Commovente.

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Lightning Bolt dunque, un disco senz’altro riuscito, migliore dei suoi due predecessori; più pensato e ragionato di Backspacer, meno pretenzioso di Pearl Jam (Avocado, 2006). Un disco oscuro, idealmente dedicato a Neil Young, dove finalmente Eddie Vedder è ritornato a scrivere testi degni della sua nomea e dove tutti i componenti paiono aver trovato la loro collocazione ideale. Un album con un tema ricorrente, cosa rara di questi tempi. Vedder non molto tempo fa ha detto: “Noi facciamo ancora dischi per gente che li ascolta dall’inizio alla fine, con gli occhi chiusi“. Ecco perchè si parlava di Vitalogy. C’è un filo rosso che idealmente li unisce, seppure nella loro diversità. Ed è per questo che è bello leggere questo Lightning Bolt come un concept che parte interrogandosi su cosa credere, prosegue affrontando i temi della morte, dell’isolamento, di ciò che l’umanità sta infliggendo a se stessa e a questo pianeta, e che si chiude con l’unica possibile religione alla quale essere devoti: l’amore.

Luca Villa

Foto di Danny Clinch
dannyclinch.com