No Code Tour: Ventun anni fa gli storici concerti dei Pearl Jam a Roma e Milano

No Code Tour: Ventun anni fa gli storici concerti dei Pearl Jam a Roma e Milano

I Pearl Jam, ventun anni fa, arrivavano in Italia per il No Code Tour. Il ricordo di pearljamonline.it.

PalaEur, Roma
12 novembre 1996

Tra i fan in coda all’ingresso del PalaEur c’è chi indossa la classica t-shirt con lo stickman di Alive, altri invece hanno maglie dei Soundgarden e dei Nirvana. È la prima vera data che i Pearl Jam tengono in Italia da headliner dal 1992; molti fan a quell’epoca non li ascoltavano nemmeno. «I migliori per me sono gli Stone Temple Pilots», «Nessuno è come i Temple of the Dog», «I Nirvana non mi piacciono poi molto», «I Soundgarden suonano troppo forti per me». Questo è il tono dei dialoghi tra i fan sotto il palco, che sono stipati all’inverosimile e premono sulle prime file. Fuori è novembre, ma dentro il caldo è insopportabile. Le casse trasmettono vecchi pezzi punk, rock e folk. «Abbiamo suonato in tanti posti ma mai nessuno con un’acustica peggiore di questa», dirà il road manager della band. I Fastbacks non fanno in tempo a salire sul palco che vengono subito sommersi da fischi e da una pioggia di oggetti. Ciò nonostante paiono divertiti e Kurt Bloch, il chitarrista, respinge abilmente a colpi di chitarra le bottiglie che piovono sul palco.

Alle nove in punto si spengono le luci. Sul palco restano solo delle candele accese. Entra Jeff, seguito da Mike e Stone. Quindi Jack, che si siede alla batteria. Infine arriva Eddie. Stone parte con un riff inconfondibile: è Release. La folla, incredibilmente, inizia a pogare. È tale l’entusiasmo di vedere finalmente i Pearl Jam dal vivo che le persone sembrano come impazzite. C’è chi piange, chi sviene per la calca e chi canta e basta. «Cavalcherò l’onda, ovunque mi porterà». L’onda emotiva che i Pearl Jam riversano sulla folla è totalizzante. Giusto il tempo per riprendersi e partono alcuni tra i pezzi più tirati come Last Exit, Animal e Hail, Hail. «Buongiorno», dice Eddie prima di Dissident. Dopo una Better Man cantata da tutti i presenti, arriva la tripletta Even Flow-Daughter-Jeremy che fa quasi tremare il PalaEur, seguita dalla cover di Hunger Strike dei Temple of the Dog, totalmente inaspettata. Tutti la cantano in coro. Sometimes è interrotta a metà («Scusate, ero troppo emozionato», dice Eddie). Si ricordano grandi versioni di State Of Love and Trust, di Rearviewmirror e una Immortality da pelle d’oca. Alive chiude il main set. Pochi istanti e la band è di nuovo sul palco. Dopo Who You Are e Once, la band suona la nuova Present Tense. «Abbiamo molto lavoro da fare», dice Eddie. «È una serata davvero fantastica per noi». Poi, rivolgendosi al tecnico delle luci: «Per favore, accendi le luci. Questa è la migliore serata della nostra vita in un palazzetto. Grazie per essere venuti».

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Eddie ci tiene a ringraziare Roma, la città dove si è sposato solo due anni prima, aggiungendo ironico: «Non mi sarei mai sposato a Parigi». Dopodiché attacca la bandiera della squadra di calcio della Roma alla grancassa di Jack Irons e ringrazia i suoi amici romani. Ament e Gossard si scambiano gli strumenti e la band suona Smile, seguita un’infuocata versione di Rockin’ in the Free World. Nessuno tra i presenti resta ferma, tutti saltano, cantano, fanno air guitar. I Pearl Jam escono dal palco felici. Gli spettatori escono dal PalaEur camminando a tre metri da terra. La maggior parte di loro ha appena visto per la prima volta quella che in quel momento è la migliore rock band del mondo.

 

Fila Forum, Milano
13 novembre 1996

Il giorno seguente si replica al Forum di Assago. Una fredda e insistente pioggia novembrina bagna le persone che per ore aspettano in fila, impazienti ed eccitate, di poter entrare e vivere la magia. Sono da poco passate le otto quando una sagoma minuta si fa strada sul palco. Indossa una giacca di velluto, jeans scuri e una maglietta a righe rosse e nere. Il palazzetto è ancora semivuoto e all’inizio nessuno lo nota; sembra un roadie qualsiasi, salito per accordare una chitarra. Si siede e imbraccia una Telecaster nera. Partono le prime note di una vecchia cover degli Who, The Kids Are Alright e un boato si leva dal pubblico e si propaga in ogni angolo del Forum. La voce è inconfondibile: Eddie Vedder. Terminata la canzone, dice «è bello vedervi» e presenta i Fastbacks, per ingraziarsi il pubblico e invitarlo a riservare loro un’accoglienza più rispettosa di quella di Roma. È da questo momento che Vedder prende l’abitudine di presentare occasionalmente la band di supporto suonando in solitaria una cover o una rivisitazione in chiave acustica di un pezzo dei Pearl Jam. Una cosa che raramente si vede ai concerti rock. Anche questo fa intuire quanto i Pearl Jam come band – e Vedder in primis – non si facciano troppi scrupoli a infrangere le regole non scritte del rock, demolendo la mistica per cui la band principale deve farsi desiderare. Il pensiero non può non andare ad Axl Rose, che da “vera” rockstar fa attendere i suoi fan anche due ore oltre l’orario fissato per l’inizio di un concerto. L’umiltà di Vedder si riconosce soprattutto in queste cose. Nina, della fanzine Madreperla, racconta un aneddoto significativo a proposito dello show di Milano. Entrata presto al Forum, trova posto di fronte al palco con un’amica. «Vidi un uomo dietro di me», ricorda Nina. «Aveva un cappello strano che gli copriva metà della faccia, così non si potevano vedere gli occhi ma solo il mento. Non so perché ma attirò la mia attenzione. Indossava un paio di jeans neri e una giacca blu di velluto. Era seduto là e guardava il palco, come tutti. Improvvisamente alzò la testa e mi guardò. Oh mio Dio, era Eddie! Provai a chiamarlo. Mi guardò, sorrise e disse “Shhh…” così andai verso di lui e ci stringemmo la mano. Parlammo di tutto ciò che ci passava per la testa. Cantando le canzoni dei R.E.M. che misero come sottofondo, mi mostrò i numeri di telefono dei suoi amici e di Michael Stipe che erano inseriti nel suo orologio Casio. Chiesi se era felice quando era sul palco e lui disse “Nooo, suono solo per i soldi”, sorridendo».

Alle nove e un quarto si spengono le luci. Come a Roma, la scenografia è minimale, solo una palla a specchio e un telo sullo sfondo che cambia colore a seconda dei brani. Long Road inaugura quasi due ore ininterrotte di musica. Il gruppo è in stato di grazia e il pubblico accoglie in delirio ognuno dei pezzi proposti in una scaletta da infarto, che parte subito con le scariche di adrenalina di Go, Last Exit e Hail, Hail, seguite da tre pezzi tratti da No Code: Red Mosquito, Who You Are e una bellissima versione di Off He Goes. Dopo le già classiche Corduroy e Better Man – cantate praticamente all’unisono con il pubblico – è il turno di Habit e dei ritornelli trionfali di Ten e Vs.; il Forum esplode letteralmente sulle note di Even Flow. Anche la band sembra colpita dal calore del pubblico, che sulla successiva Daughter improvvisa in coda alla canzone un efficace botta e risposta con il frontman. Seguono Jeremy, Sometimes, Rearviewmirror e Present Tense. Vedder non parla molto, ma il coinvolgimento è al massimo e raggiunge l’apice con l’esplosiva tripletta Alive-Once-State of Love and Trust. Gli assoli di McCready infiammano il pubblico e la band riesce a tenere alto il feeling instaurato anche nei momenti più tranquilli, come Nothingman, al termine della quale Vedder presenta la band: «Stone, Jeff, Mike, Jack… Edoardo!».

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Su Smile, Vedder regala l’armonica a un fortunato spettatore, mentre in coda a Porch sale su una cassa, da dove improvvisa un balletto con salto finale, mentre McCready è impegnato a fare a pezzi la sua chitarra. Dal pubblico parte anche uno spontaneo “Alé Oh Oh”. Il finale è tutto per Yellow Ledbetter e per il lunghissimo assolo di McCready, mentre Vedder siede su uno speaker ad ammirare estasiato gli spettatori. «Non lo dimenticheremo», dice salutando il pubblico milanese. Anche loro non lo dimenticheranno.

Parti di testo tratte da pearljamonline.it e dal libro ”Pearl Jam Evolution” (Daria Moretti, Luca Villa – YouCanPrint, 2016)