Pearl Jam: chi sono gli eredi più credibili del gruppo di Seattle?

Pearl Jam: chi sono gli eredi più credibili del gruppo di Seattle?

Il prossimo anno, i Pearl Jam, oltre probabilmente a pubblicare un nuovo album, festeggeranno i trent’anni di carriera. Un traguardo non da poco, soprattutto perché quasi nessuno gruppo della loro generazione ci è arrivato (senza mai fermarsi, senza perdere “cantanti” per strada). Il gruppo di Seattle è considerato ormai da qualche anno come una delle ultime grandi band rock della storia della musica, forse l’ultima.

Nonostante (fortuna nostra) i Pearl Jam siano ancora in attività, quali sono le formazioni attuali che potrebbero essere considerate i loro migliori eredi? Cerchiamo di rispondere a questa, difficile, domanda.

Pearl Jam - Roma - Stadio Olimpico - 2018 - Foto di Alessandro De Vito (17)

Pearl Jam a Roma – 2018 | Foto: Alessandro De Vito

Come prima cosa bisogna tralasciare i gruppi cloni che proliferavano già dai tempi in cui Ten stava vendendo milioni di copie e che incredibilmente riuscirono a trovare un grande successo di pubblico sul finire dei novanta. Creed, Staind, Nickelback (tanto per citare i più noti, anche se l’elenco sarebbe molto più lungo, purtroppo) è tutta gente che non si è ispirata ai Pearl Jam bensì ha estrapolato alcune caratteristiche delle loro canzoni andandole a mischiare con i suoni cari a Soundgarden, Alice in Chains e Nirvana. Il risultato è stato disastroso, nel 2002 persino Eddie Vedder arrivò a scagliarsi contro queste formazioni nel suo struggente tributo a Layne Staley (in 4/20/02, la traccia nascosta di Lost Dogs, canta: “… e allora cantate proprio come lui, stronzi, questo non offenderà lui, solo me, perché lui è morto”).

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Pearl Jam a Milano – 2014 | Foto: Alessandro De Vito

Mettendo da parte quindi i copioni, i gruppi che sono riusciti meglio di altri a capire il messaggio dei Pearl Jam non sono molti, a dir la verità. Tra questi ci sono senza alcun dubbio i My Morning Jacket, che aprirono tutti i concerti del gruppo di Seattle del loro tour italiano del 2006, che hanno dimostrato di aver capito molto bene che il rock è una questione di pancia, non di testa. It Still Moves e Z sono senz’altro i due dischi più influenzati dai Pearl Jam, pieni zeppi di anthem da imparare a memoria. Altri gruppi influenzati non poco dalla chitarra di Stone Gossard e dal basso pulsante di Jeff Ament sono i Death Cab For Cutie e i Band of Horses, entrambi nati, guarda caso, proprio di Seattle. Prove tangibili sono Transatlanticism per i primi e l’eccezionale Cease to Begin per i secondi.

Un altro gruppo che pareva aver ben recepito certi insegnamenti di Eddie Vedder & Co. sono stati i Gaslight Anthem. Non è di certo un mistero che Brian Fallon, il loro cantante, sia un grande fan del complesso: agli inizi della carriera, con il suo gruppo, ha spesso suonato dal vivo una superlativa versione di State of Love and Trust. Qualche anno fa, i Gaslight furono persino raggiunti sul palco da Eddie Vedder che duettò insieme a Fallon sul pezzo. I Gaslight Anthem hanno però deciso di bloccare tutte le attività, riattivandosi solo lo scorso anno per celebrare il decennale di The ’59 Sound, il loro album più amato.

Altri gruppi di enorme successo che hanno compreso e metabolizzato per bene i Pearl Jam sono i Kings of Leon, i Black Keys e gli Incubus. I primi hanno unito sonorità tipiche dei Pearl Jam riuscendo a renderle proprie aggiungendoci l’epicità degli U2 dei primi anni ottanta. Prova è Only By The Night, forse l’ultimo grande album rock in grado di vendere tantissimo creando una fitta schiera di giovani amanti del rock. Ci sono poi i Black Keys che seppur più imparentati col garage che col rock classico, hanno scritto canzoni con qualche epico riff che non avrebbe per niente stonato in un disco dei Pearl Jam.

Anche gli Incubus, partendo da territori crossover, sono arrivati in lidi con più di un punto in comune con il suono di Eddie e soci. Il miglior disco del complesso è Morning View, album che comprende diverse canzoni che traggono spunto dalla creatività dei Pearl Jam.

Chi sono però i migliori eredi dei Pearl Jam? La vetta di questa classifica è senz’altro occupata dagli Strokes, tutti grandi fan del complesso di Seattle che sono stati chiamati in più di un occasione dallo stesso Vedder ad aprire per il suo gruppo. La band di Casablancas, dopo gli esordi con chiari rimandi a Television e Wire, è pian piano cambiata arrivando di fatto ad alienarsi i fan della prima ora. Il loro disco migliore, nonché il più sottovalutato e quello che risente maggiormente l’influenza di Vedder e compagni, è il loro terzo: First Impressions of Earth (dove c’è anche Juicebox, spesso suonata dal vivo dagli Strokes proprio insieme a Eddie Vedder). Il gruppo newyorkese ha inciso, negli ultimi anni, album molto differenti dal loro disco d’esordio mostrando un coraggio simile a quello che animava i Pearl Jam nel triennio 1994/1996.

Per finire, menzione d’obbligo per Reignwolf. Jordan Cook, l’autore dietro questo monicker, è un ragazzo canadese di nemmeno quarant’anni. Qualche tempo fa si è trasferito a Seattle, ha jammato in studio persino con Matt Cameron e Ben Shepherd e ha pubblicato solo qualche mese fa il suo debutto (che è una vera bomba). Sebbene la storia di Reignwolf sia ancora tutta da scrivere, è lampante quanto la formazione soprattutto in sede live riesca a suonare concerti infuocati proprio come quelli leggendari suonati dai Pearl Jam nel lontano 1992.

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.