I dischi dei Pearl Jam classificati dal peggiore al migliore

I dischi dei Pearl Jam classificati dal peggiore al migliore
Foto: Henry Ruggeri

Dopo la top ten sulle canzoni peggiori dei Pearl Jam ho cercato di classificare gli album del gruppo dal meno riuscito al loro migliore. Non è stato facile perché penso che la band di Seattle non abbia mai pubblicato – a un passo dai trent’anni di carriera – un disco che si può davvero definire mediocre (come, per esempio, ha invece fatto Bruce Springsteen con Human Touch o gli U2 con Pop). Questa non vuole essere una classifica definitiva ma piuttosto una guida ragionata ai loro dischi, dal meno riuscito fino ad arrivare al loro vero capolavoro che, curiosamente, veniva pubblicato i primi giorni del dicembre di ben ventiquattro anni fa.

Foto: Danny Clinch

Foto: Danny Clinch

Ci sono canzoni su Vs. e Vitalogy che non avevo idea da dove venissero. Diventò quasi un gioco, un puzzle. Come essere un fan all’interno del tuo stesso gruppo“.
Jeff Ament

 

backspacer10 Backspacer

Il nono disco in studio dei Pearl Jam, il più diretto e accessibile della loro discografia, difetta della velocità che il gruppo ha impiegato nello scriverlo e nel registrarlo, riscontrabile nei facili arrangiamenti e nei testi di Eddie, questa volta poco incisivi. A fianco di pezzi da novanta come Just Breathe, Amongst The Waves e Unthought Known ci sono troppi riempitivi (Johnny Guitar, Supersonic), canzoni che sarebbero suonate meglio in versioni più minimali (Speed Of Sound su tutte) e tracce che non hanno superato la prova del tempo (Gonna See My Friend, Got Some, Force of Nature). Un buon disco, nulla di più.

 

binaural9 Binaural

Il primo disco dei Pearl Jam del nuovo millennio non contiene solamente alcune canzoni davvero strepitose (il mid tempo Light Years, l’oscura Nothing As It Seems, la commovente Parting Ways) ma anche alcune delle tracce più arrabbiate del repertorio dei nostri come le sottovalutate Insignificance e Grievance. Piuttosto è il suono del disco – binaurale, registrato da Tchad Blake – a non convincere impastando troppo gli strumenti con la voce. Se nella tracklist finale fossero state incluse anche Sad e Fatal, scartate da Binaural e poi pubblicate su Lost Dogs, avremmo avuto uno dei migliori dischi dei nostri. Così non è stato.

 

pearl jam - avocado record8 Pearl Jam

Le ballate dell’Avocado Record, l’unico disco che il gruppo si è autoprodotto arrivando a dilatare le registrazioni per quasi due anni, sono la parte migliore del lavoro. La struggente Come Back, dedicata a Johnny Ramone, l’emozionante Parachutes, l’epica Inside Job. Anche i pezzi rock, pur non essendo memorabili, non sono affatto male: Life Wasted, Marker in the Sand e Gone i risultati migliori. Quello che però non convince è l’opera nella sua interezza, a tratti troppo lunga e che risente indubbiamente della prolungata gestazione nello scriverlo e nel registrarlo. Un buon disco dove i Pearl Jam hanno dimostrato che un produttore, per una band come la loro, è indispensabile.

 

lightning bolt7 Lightning Bolt

Uno dei migliori dischi pubblicati nella seconda parte di carriera del gruppo. Più di metà delle canzoni sono da ricordare, dalla sentita ballata Sirens al furioso hardcore di Mind Your Manners, dalla crepuscolare Pendulum all’evocativa Yellow Moon. Se dalla tracklist finale fossero state depennate un paio di canzoni, la blues Let The Records Play e la rilettura di Sleeping By Myself sostituendole con una bella versione in studio di Of The Earth, avremmo probabilmente avuto il miglior disco della band dai tempi di Yield. Da notare che la produzione di Brendan O’Brien pare a tratti un po’ fuori contesto (vedi Future Days, arricchita da una sottofondo che non si addice alla fragilità della canzone).

 

riot act6 Riot Act

Il disco dei Pearl Jam più legato al periodo in cui è stato pensato e registrato. La band aveva dovuto affrontare da poco la tragedia di Roskilde proprio nel mentre che George W. Bush Jr. iniziava il suo primo mandato come Presidente degli Stati Uniti d’America e le Twin Towers venivano rase al suolo. In tutto questo, il gruppo di Seattle scrive e registra alcuni dei suoi pezzi migliori di sempre, I Am Mine, Love Boat Captain, All Or None; come controparte ci sono però pezzi fin troppo scontati (Get Right) e privi di mordente (Ghost, che gran testo però). La scarna e minimale produzione di Adam Kasper è senz’altro un punto a favore di Riot Act, disco che vede il gruppo nel suo ultimo lavoro (a tratti) sperimentale.

 

yield5 Yield

Sarebbe stato il miglior disco rock dei Pearl Jam degli anni novanta se non avesse dovuto fare a cazzotti con i precedenti (e ingombranti) Ten, Vs. e Vitalogy. Un disco positivo (Faithful, Wishlist, Low Light, All Those Yesterdays) ma che allo stesso tempo non dimentica la rabbia degli esordi (la memorabile Do The Evolution). Yield, splendidamente prodotto da Brendan O’Brien, contiene Given to Fly, una delle canzoni simbolo dei Pearl Jam, nonché uno dei brani più riusciti del gruppo, In Hiding, mancato singolo che avrebbe potuto scalare le classifiche di mezzo mondo.

 

ten4 Ten

Bisogna aggiungere davvero qualcosa? Ten è il disco d’esordio della band che quest’anno ha compiuto ben 27 anni. Tutti i super classici della band sono qui: da Even Flow ad Alive, da Black a Jeremy passando per Porch e arrivando alla commovente Release. L’unica nota stonata del disco di debutto del gruppo è la produzione di Rick Parashar, troppo radiofonica e commerciale, remixata dal fido Brendan O’Brien ai tempi della sua ripubblicazione avvenuta una decina di anni fa.

 

vs3 Vs.

Se c’è un perfetto disco rock nella discografia dei Pearl Jam è Vs., fotografia di una band che non lascia nulla al caso e suona ogni nota di questo clamoroso album come se fosse l’ultima. E si sente: dalle tirate Go, Animal e Blood alle arcinote Daughter, Dissident, Small Town e Indifference fino ad arrivare ai suoni sperimentali di W.M.A. o del sentito blues di Rats. Senza dimenticare Rearviewmirror, uno dei dieci pezzi per i quali i Pearl Jam verranno ricordati anche tra cinquant’anni.

 

sl-1105672 No Code

Chissà se ora avremmo ancora una band chiamata Pearl Jam se non ci fosse stato No Code, il vero disco spartiacque della discografia dei nostri. Jack Irons, il batterista subentrato a Dave Abbruzzese, contribuisce non poco a modulare il suono della band dei primi dischi verso qualcosa di differente che fece paura alla loro etichetta discografica dell’epoca (la Epic) per via delle scarse vendite ma che segnò un secondo inizio per il gruppo. Present Tense, Smile, Off He Goes, Red Mosquito, le tribali Who You Are e In My Tree sono tutte qui: penso proprio non ci sia bisogno di aggiungere altro.

 

vitalogy

1 Vitalogy

Non un disco della band, piuttosto il disco della band. L’album dove tutti i componenti del gruppo, in quel periodo poco connessi gli uni agli altri, riescono a dare il meglio registrando l’album che fa la differenza. Oscuro, ulceroso, a tratti tenebroso. Dal punk rock di Last Exit al quasi hardcore di Spin The Black Circle – ode al vinile quando tutti compravano i CD e le musicassette – fino ad arrivare alle memorabili Corduroy e Not For You. La punta di diamante del disco è senza alcun dubbio Better Man – scritta da un quattordicenne Eddie Vedder sul letto della sua camera, probabilmente la canzone più importante gruppo, la loro Born To Run, la loro Where The Streets Have No Name – senza dimenticare due delle migliori ballate del loro repertorio: Immortality, che ricorda da vicino il Neil Young di Cortez the Killer e la commovente Nothingman, scritta da Jeff Ament insieme a Eddie Vedder nell’arco di un paio di ore. Il miglior disco di sempre dei Pearl Jam, punto e a capo.

Luca Villa