Obrigado Cristiano!

Obrigado Cristiano!

Sull’isola di Madeira, in mezzo all’Atlantico, Enrico il Navigatore, l’uomo che ha reso ricca la dinastia lusitana degli Aviz, ha piantato una pianticella di canna da zucchero. 

Un atto ingenuo che ha aperto scenari poi nefasti: si materializza lì, infatti, il primo laboratorio per la più grande tragedia dell’umanità, il mercato degli schiavi. Lì, però, nello stesso lembo di terra nasce anche l’idea di libertà di un ragazzo che diventa grande presto, ma chiede il permesso alla mamma prima di conquistare il mondo.

Allo stadio Alvalade di Lisbona arriva a 12 anni, anche con un cuore pieno di paura, Cristiano Ronaldo.

12 è il numero chiave, forse più del 7. 12 come gli anni di quel ragazzo: ha una tecnica sopraffina, costruita sulle strade ondulate della sua isola, e un’ambizione ossessiva che deve essere solo raffinata.

 

 

L’atteggiamento che ha nei confronti del suo fisico, fin da piccolo, è lo stesso che Paganini aveva nei confronti del suo violino: “se non lavoro per un giorno, me ne accorgo solo io, ma se non lavoro per più di un giorno se ne accorgeranno anche gli altri.” E questo non succederà mai, perché il professionista si forma insieme all’uomo. Da questi particolari si giudica un giocatore, uno che ha appena alzato, nel cielo di Milano, la sua terza Champions League.

Carlo Pizzigoni per rivista Undici e Barracuda