NOI E LORO

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Cosa significa il ritorno sulle scene con ‘Dance Of The Clairvoyants’ per i Pearl Jam e per il loro pubblico

Se un’immagine vale davvero più di mille parole, allora per farsi un’idea delle reazioni a ‘Dance Of The Clairvoyants’ sarebbe stato utile immortalare l’espressione sui volti dei fan dei Pearl Jam al primo ascolto, magari con una semplice inquadratura sulla mimica facciale dopo i primi venti secondi.

Quella sensazione di stupore, reazione comune a prescindere dall’eventuale gradimento, filtrata attraverso le parole risulta giocoforza meno genuina e, in ultima analisi, meno credibile.
Al di là delle legittime opinioni, l’aspetto più interessante di questo ritorno sulle scene dei Pearl Jam è però un altro. Vedder e compagni, seppur non immuni a passi falsi e scelte controverse, sembrano aver finora evitato il rischio di burn out creativo e identitario che ha minato in via ormai definitiva la credibilità di altri giganti come U2 e Metallica.

E se da un lato questo rappresenta senza dubbio un merito, dall’altro espone i Pearl Jam a critiche viscerali e commisurate alle aspettative che ogni loro mossa inevitabilmente crea. Aspettative che, è bene chiarirlo, non riguardano tanto la rilevanza che la band ricopre nel panorama musicale contemporaneo, ambito in cui i ragazzi di Seattle hanno da tempo abbandonato il centro del palcoscenico, quanto la percezione del singolo ascoltatore. Quando ci si trova al cospetto di una nuova produzione musicale griffata Pearl Jam, infatti, ci si aspetta di tornare sedicenni o ventenni, come se il solo fatto di premere il tasto play azionasse una potentissima macchina del tempo. Ovviamente non è così, e quel sentimento di regressione emotiva può e deve essere demandato ai concerti dove, grazie a canzoni scritte quando sia la band che il suo pubblico avevano un’altra età, in qualche modo la macchina del tempo si mette in moto.

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Che ‘Dance of the Clairvoyants’ non assomigli a niente di quanto in precedenza firmato dai Pearl Jam, anche se indizi di questa svolta sonora sono rintracciabili già nei groove corposi che sostenevano ‘W.M.A.’ e ‘Rats’, nell’approccio vagamente new wave di ‘You Are’ o nella cover di ‘Public Image’ proposta con continuità nei live di fine anni duemila, è un fatto incontestabile. E’ altresì curioso come questa svolta, tanto coraggiosa quanto per certi versi goffa, venga irrisa presentando argomentazioni diametralmente opposte a quelle utilizzate in precedenza per criticare le produzioni più coerenti con il marchio di fabbrica riconosciuto, in particolare ‘Backspacer’ e ’Lightning Bolt’. In definitiva, quindi, non sta bene se la band prova a sperimentare qualcosa di nuovo e insolito, ma non si sopporta nemmeno che resti ancorata a sonorità canonizzate nel corso della lunga carriera.

Allora, forse, il problema non sono i Pearl Jam ma piuttosto quello che milioni di persone cresciute tra ‘Ten’ e ‘No Code’ si aspettano da loro. E qui sorge una questione che va oltre ‘Dance Of The Clairvoyants’ e la sua batteria elettronica accompagnata dai synth: il ruolo di unici sopravvissuti all’epoca che per convenienza chiamiamo grunge ha trasformato i Pearl Jam in un metro di paragone ineludibile. Non solo, in qualche modo la band ormai rappresenta una boa che segnala la posizione di un’intera generazione nel mare aperto della vita adulta. Così affermare che i Pearl Jam hanno smesso di contare davvero dopo ‘Yield’, per qualcuno addirittura con ‘Vitalogy’, ha senso solo se s’intende cristallizzarne l’aurea e circoscriverla in un’epoca in cui tutto era meglio, forse perché lo era davvero o forse solo perché si era giovani. È un processo che risulta assai più semplice con band o artisti che per motivi vari hanno smesso di produrre musica o sono scomparsi proprio a cavallo di quell’epoca, i loro dischi si trasformano in carillon da rispolverare e far tintinnare quando si prova il bisogno di rievocare un passato che, visto a distanza, appare idilliaco, magico, migliore.

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La sfida di fronte a cui ci pongono i Pearl Jam, ben sintetizzata dalla sconcertante bizzarria di ‘Dance Of The Clairvoyants’, è invece molto più complessa. Si tratta di una sfida che coinvolge la band e il suo pubblico con ruoli diversi ma di pari importanza. La scommessa per i Pearl Jam è andare avanti anche quando il destino ti fornisce buoni pretesti per mollare tutto, dal suicidio di Cobain alla tragedia di Roskilde fino alle tentazioni soliste. La scommessa è non trasformarsi in una band tributo a sé stessa, facendo concerti dalla frequenza inversamente proporzionale all’intensità, con setlist sempre diverse invece di replicare in maniera meccanica lo stesso show per duecento date all’anno e poi ricominciare da capo. La scommessa è non lasciare che successo e denaro prevarichino sui rapporti personali, perché la storia dei Pearl Jam è prima di tutto una storia d’amicizia che dura da oltre trent’anni (quasi quaranta nel caso di Ament e Gossard).

Quello che il pubblico può fare è tenere sempre ben presente la portata simbolica di queste scommesse, comprendere quanto c’è di unico e speciale nello svegliarsi alle sei del mattino di un mercoledì invernale qualsiasi per ascoltare il nuovo singolo o nel programmare le vacanze modellando il calendario in base alle date del tour. La parte che tocca al pubblico è quella di non dimenticare mai quanto la summa di tutto questo sia più importante di qualsiasi canzone riuscita o meno, di qualsiasi disco che non suona esattamente come si sarebbe voluto, di qualsiasi increspatura nella voce di Eddie.

D’altra parte, qualora ci fosse bisogno di ulteriori riscontri, ‘Dance Of The Clairvoyants’, con il suo codazzo di discussioni accese, ha anche cementato due certezze: i Pearl Jam si divertono ancora a fare musica e la loro musica, nel bene o nel male, non diventerà mai sottofondo ad altro. Può sembrare poca cosa, ma basta guardarsi intorno per intuire come si tratti di un traguardo eccezionale.

Dario Costa