POINT OF (SCREEN) VIEW #12

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Nevicate su sogni elettrici, ovvero Blade Runner 2049 e il superamento dei rischi

Lo ammettiamo, al termine delle due ore e 43 minuti della proiezione di “Blade Runner 2049” in una delle migliori sale d’Italia – la “Energia” dell’Arcadia di Melzo, versione originale sottotitolata – abbiamo tirato un sospiro di sollievo.
Non solo, abbiamo applaudito, e poi ci siamo asciugati di nascosto delle lacrime.
Nel film, uno dei cardini identitari e spartiacque è l’aver visto o meno “il miracolo”. Ecco, il regista canadese Denis Villeneuve e tutta la crew di questo sequel un mezzo miracolo sono riusciti a mostrarcelo per davvero: “Blade Runner 2049” vive di vita propria, non riflessa. E rende omaggio all’originale senza risultarne una copia sbiadita, semmai evoluta. In un’epoca di remake e franchising, di operazioni hollywoodiane allergiche al rischio e devote al box office (logiche che non stanno infatti premiando BR2049) non solo non era scontato, ma era improbabile accadesse. A maggior ragione considerando il gigante con cui si stava confrontando.

Abbiamo tremato, siamo sinceri, quando l’agente K si è inginocchiato al suolo sotto l’acqua dopo essere stato pugnalato da Luv, la replicante di Niander Wallace. Abbiamo temuto che la citazione della scena più famosa di “Blade Runner” - la morte di Roy Batty e le “tears in rain” – stesse per ripetersi tale e quale.
Abbiamo tremato anche quando Harrison Ford per la prima volta è stato inquadrato, la pistola puntata, il celebre ghigno. Rick Deckard contro il se stesso più giovane. Vi prego, fate che non sia così. E così fortunatamente non è stato, complici anche alcune delle migliori battute dell’intero film e un cane che non sappiamo se sia “vero o elettrico, ma che importa?”.
Era una delle nostre ossessioni, alla comparsa dei titoli di testa: pregavamo affinchè il risultato finale di questo secondo episodio non rovinasse tutta la poesia del primo, inquinando per sempre i nostri ricordi, la magia e le atmosfere di uno dei Mondi più unici e preziosi che il Cinema ci abbia mai regalato.

Poi Ryan Gosling si è rialzato. Abbiamo sospirato, e insieme a quel sospiro abbiamo sentito un sussulto di gioia dentro: ce l’avevano fatta, l’impresa era compiuta.

Come?

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[Trama e spoiler sono stati ridotti al minimo, come il regista stesso ha supplicato esplicitamente. Nonostante questa non sia una recensione nel senso classico del termine, l’abbiamo rispettato]

“Ampliare” ci è sembrato essere il tema fondamentale di tutta la struttura filmica, dell’intero progetto di Denis Villeneuve e del produttore esecutivo Ridley Scott…

1) Ampliare i temi filosofici scaturiti dal geniale libro di Philip K. Dick che ha ispirato entrambi i capolavori, e di cui avevamo parlato nel precedente pezzo a riguardo su #BarracudaStyle.

In questo senso, assumere Hampton Fatcher, il mitico sceneggiatore del primo “Blade Runner”, è stata una delle mosse fondamentali: nessuno meglio di lui (e di Scott, già a bordo) poteva sapere come evitare i numerosi rischi durante la scrittura di una storia che era obbligata a dilatare le idee del predecessore.

Così il contrasto umano-replicante diventa un tormento interiore del replicante stesso, dalla propria identità all’Amore. Il sogno è ancora un innesto, ma l’abile intreccio crea un dubbio esistenziale che restituisce, attraverso l’eccellente Ryan Gosling, lo smarrimento del primo Deckard per tre quarti dell’opera. La componente cristiana, dal “miracolo” citato nei primi minuti del film, al potere creativo nelle mani del demiurgo luciferino Jared Leto, fino al sacrificio per una causa più grande, danno al film una dimensione epica, universale, di eguale ma diversa densità rispetto all’originale.

Infine, vera gemma evolutiva filosofica di BR2049, quello che nell’82 era un dubbio antropologico sul desiderio di avvicinarsi all’umano nato direttamente dal titolo del libro di Dick, “Anche gli androidi sognano pecore elettriche?”, si trasforma in un dubbio biologico che riprende gli interrogativi della scienza contemporanea sulle nuove tecnologie: può un replicante generare la vita? E ciò che ne nasce, può essere considerato talmente speciale dal generare una rivoluzione?

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2) Ampliare il mondo noir e futuristico della Los Angeles del 2019, espandendo fotografia e scenografie nella L.A. – e Las Vegas – di trent’anni dopo, senza detuparne le atmosfere, gli aneliti, il respiro.

Quando la neve cade sul volto di Ryan Gosling nel finale, la dimensione liquida del film acquista un senso esplicito che chiude idealmente un cerchio con le lacrime di Roy Batty. Se la Los Angeles del 2019 è spazzata dalla pioggia sottile, dalle polveri dell’inquinamento, quella del 2049 è preda della neve, la versione solida, più dura e palpabile della pioggia: anche se non siamo certi che i replicanti “sentano” sulla loro pelle i minuscoli cristalli di ghiacchio, si ha la sensazione che il mondo, la Terra, stia lentamente cadendo a pezzi tra le loro mani.

Letteralmente fa ancora più “freddo”, è un’umanità che ha superato le ribellioni dei replicanti passando dalla Tyrell Corp a qualcosa di ancora più sinistro e apocalittico, sempre più vicina al gelo infernale e senza speranza. Con un “miracolo” di cui molti hanno udito ma che continua a celarsi, irraggiungibile, talmente inafferrabile dal trarre in inganno sia il protagonista che il pubblico (bravo Denis, sei riuscito a fregarci!).

Le scenografie, magnifiche, monumentali e volutamente similari a quelle di “Blade Runner”, sono sublimate – per restituire questo senso di tormento cosmico – dalla fotografia spettacolare di Roger Deakins, uno dei più Grandi: l’arrivo dell’agente K nella Las Vegas sotterrata dalla polvere – viene in mente la “palta” del libro – e le sequenze successive fuori e dentro l’hotel sono lo stupefacente apice scenico dell’intero film (e degli ultimi anni del Cinema), oltre ai giganteschi ologrammi di Joi, di cui Ryan Gosling è innamorato e che lasciano a bocca aperta. Già, Joi e Luv, Gioia e Amore – effimera, virtuale e programmata per chiamare tutti “Joe” la prima; spietata e impersonale la seconda – sono due espressioni ereditate dal mondo di Ridley Scott, dove anche amare è impossibile senza essere condannati a perdere qualcosa.

Tutti fattori che rimangono fedeli alle atmosfere primordiali, permettendosi addirittura di approfondire gli elementi cyberpunk & noir, con una narrazione che osa prendersi tutto il tempo necessario per sviluppare un mistero più fitto di una semplice caccia ai replicanti – semplice motore primario della trama del film di Scott – innescando un crescendo avvincente che esplode ovattato e perfetto negli attimi finali.

3) Ampliare la colonna sonora, aggiungendo ai temi del compositore originale, Vangelis, sound e tematiche musicali innovative.

Le musiche di “Blade Runner 2049″ sono state forse la parte che più si è evoluta dal film originale, sorprendendo perlomeno le nostre aspettative e le combinazioni visivo-uditive che pensavamo di incontrare nel sequel.

Forse per pudore e rispetto, forse per il timore di un effetto-remake, le splendide, memorabili, oniriche composizioni di Vangelis per “Blade Runner” si sono percepite molto meno del previsto all’interno della storia, ri-sintetizzate da Benjamin Wallfisch e dal maestro Hans Zimmer (con “Dunkirk” i loro nomi sono ora associati ai due fenomeni mondiali del 2017) e incastrate in pochi e ben selezionati momenti simbolici. Che, inevitabilmente, hanno rievocato le scene ormai leggendarie dell’originale, raggiungendo le vette emotive con il tema più riconosciuto, il “Love Theme” dell’episodio romantico tra Deckard e Rachael.

Per il resto, l’interpretazione di Denis Villeneuve e dei due autori si è orientata verso un’atmosfera che fosse sia vicina a Vangelis, onorandolo nel finale, sia fedele alla ricostruzione di un mondo di 30 anni più vecchio, malato e torturato nella sua essenza. Dopo aver licenziato lo storico compositore di Villeneuve Jóhann Jóhannsson, la costruzione dell’impianto sonoro si è concentrata su toni più dark e meno sognanti, cercando di trovare delle risposte musicali alla ricerca dell’anima che attanaglia i protagonisti, commentando delicatamente con un sottile e continuo strato di suite sonore le variazioni ritmiche del film.

4) Ampliare le domande del “fratello maggiore” dell’82, ma senza pretendere di voler dare delle risposte definitive.

Una delle ossessioni dei fan del primo “Blade Runner” – e di Scott stesso con i suoi innumerevoli progetti di editing del film – riguardava Rick Deckard e il suo essere o meno un replicante. Nonostante il flusso del primo film facesse propendere per il no, il sogno dell’unicorno e l’origamo finale spingevano per sollevare perlomeno il legittimo sospetto nell’altra direzione, ma senza mai rispondere in modo ufficiale.

I tanti che si aspettavano una risoluzione del dilemma in “Blade Runner 2049” sono forse rimasti delusi: la comparsa di Harrison Ford non ha nulla a che fare con questo lato, ma piuttosto, e qui siamo veramente grati a Villeneuve e Fatcher, aiuta a capire cosa sia successo a Rick Deckard e Rachael quando il sipario è calato nel 1982, illuminando gradualmente i quesiti che avevano fatto piombare l’agente K e il pubblico in un vortice di incertezze e illusioni.

Ma più che questo, il grande merito di BR2049 – ripartendo dal lite motive di “Blade Runner” e del libro, ovvero il test Voight-Kampff sull’empatia dei replicanti che consentiva a Deckard di smascherarli – è stato quello di spingere “oltre” le incognite morali, in un mondo dove gli androidi sono ancora più simili agli esseri umani.

Possiamo considerarli esseri viventi? I loro sentimenti sono reali, anche se programmati? Cosa definisce la personalità di un individuo, la sua umanità, il suo essere unico, speciale? Possiamo fidarci dei nostri sogni?

In definitiva, e il finale in questo caso è all’altezza della poetica dell’altro film: che cosa rende una vita degna di essere vissuta?

Che cosa ci rende umani?

Essere riuscito ad avvicinarci anche di un solo millimetro alla nostra personale Risposta è il vero piccolo grande miracolo di questo film, e dei suoi creatori.

Michele Pettene