L’IMPEGNO DI UNA ICONA. VITA E BATTAGLIE DI MOHAMED ABOUTRIKA NELL’EGITTO MODERNO

L’IMPEGNO DI UNA ICONA. VITA E BATTAGLIE DI MOHAMED ABOUTRIKA NELL’EGITTO MODERNO

“Nessuno ci ha coinvolto emotivamente, affettivamente come lui… Carlo, ti dico di più, solo la grande cantante Umm Kultum, ancora oggi la voce più ascoltata del mondo arabo, e sono passati quarant’anni dalla sua morte. e l’ex presidente Nasser sono stati amati, davvero amati dalla gente come lui.” Ahmed parla trascinato dall’impeto, è qualcosa che gli viene dal profondo. L’ho conosciuto ai Mondiali under 20 svoltisi in Egitto nel 2009: faceva il volontario ed era sempre prodigo di consigli e suggerimenti coi giornalisti più curiosi. Lui, con un paio di anni di anticipo, mi aveva predetto che l’Egitto presto sarebbe cambiato: troppa la voglia di rinnovamento di un Paese che aveva una popolazione molto giovane. Quando tornavamo a parlare di calcio, gli chiedevo del suo idolo, di Mohamed AbouTrika, e il suo volto si accendeva: “ Lo conosci?”

 

AbouTrika è il miglior giocatore della storia del calcio egiziano. Elencare le sue numerose vittorie ( Coppe d’Africa con l’Egitto, Champions africane, titoli nazionali con l’Al Ahly oltre che premi individuali) è assolutamente superfluo, tanto il personaggio è grande, unico. La sua grandezza la si coglie anche solo guardando in silenzio le immagini di quand’era in campo, e diciamo grazie a chi ci ha permesso di vivere dal vivo a una delle sue transizione offensiva palla al piede. Un falcata rotonda gestita con busto eretto, lo sguardo sempre alto, la sfera accarezzata più che toccata, nel controllo, e un cambio di direzione degno di un ballerino, il tutto unito a una intelligenza calcistica rivoltante, per completezza e profondità di lettura delle situazioni. Una eleganza davvero regale, lui che è nato all’ombra della Piramide di Cheope, a Giza, una trentina di chilometri dal Cairo, una delle più incredibili megalopoli del Mondo.

E lì ha sempre voluto rimanere, nonostante le innumerevoli proposte del calcio europeo, quello che per noi è l’unico che conta. Aboutrika ha però altri parametri. Ha temporaneamente abbandonato l’Egitto per una brevissima avventura in un campionato del Golfo, quattordici partite negli Emirati, in un periodo particolare della sua vita. Ma poi, dopo gli inizi in un club della sua città natale, c’è stato solo l’Al Ahly, il Gigante d’Egitto, la squadra più titolata al mondo. L’affetto della sua gente lo ha sempre trattenuto, lui che prima di un turbolento incontro tra Algeria-Egitto è stato l’unico, su suolo nemico, ad essere non solo risparmiato dagli insulti, ma addirittura applaudito: anche il più fanatico dei tifosi sa che i miti non si toccano.

 

Unico in campo, certo. E differente, profondamente differenti dal resto dei calciatori, fuori dal terreno di gioco. Difficile e profondamente sbagliato etichettarlo. Non sono riusciti a irreggimentarlo nemmeno le differenti agenzie dell’ONU presenti sul territori o i poteri locali, per i quali ha condotto svariate campagne di solidarietà, contro la povertà, in favore della donazione di sangue, mirate all’aiuto dei bambini malati di cancro. Laureato in filosofia all’Università del Cairo, profondamente credente, ha mostrato al mondo le sue idee quando gli sembrava giusto farlo, ma quando ha deciso di smarcarsi e, per esempio, appoggiare la causa di Gaza, non ha avuto problemi a mostrare, dopo un gol, una sotto-maglia a favore della comunità palestinese, durante una gara di Coppa d’Africa. E se la CAF e la FIFA hanno gradito il giusto, pazienza.

L’Egitto è cambiato dopo la Rivoluzione del 25 gennaio 2011, AbouTrika non ha scelto la convenienza di rimanere in disparte, ma ha accettato il coraggio di impegnarsi. Alla sua maniera, esattamente come, in maniera originale, si muoveva palla al piede.

Ha simpatizzato con le prime manifestazioni di Piazza Tahrir, al contrario di tanti suoi compagni di Nazionale, impegnati a misurare il vento, ha parlato in favore dei ragazzi che chiedevano un altro Egitto.

Poi, c’è stato l’orrore di Port Said, dove sono morte 74 persone prima di una partita di calcio dov’era impegnato l’Al Ahly: AbouTrika accorse sulle tribune, maglia e calzoncini addosso, e portò a braccia negli spogliatoi un ragazzo di 14 anni, moribondo, per affidarlo alle cure del medico della squadra, segno che è qualcosa di più di un semplice trequartista. Quell’evento ha segnato indelebilmente l’Egitto e per sempre la mente di AbouTrika, che ha caldo aveva annunciato l’addio (“questo non è più uno sport”) e per rispetto agli Ultras Alhawy si è rifiutato di giocare finché non venissero accertate le responsabilità di quel disastro. “Giochiamo non solo col fine di vincere, ma soprattutto per fare divertire la nostra gente”, ha detto. Probabilmente lì è maturata una ancora maggiore passione civile.

L’Egitto ha provato a cambiare, ma tra incompetenze, pressioni dei vecchi fedeli di Mubarak, e ingerenze esterne, specie dei ricchissimi Paesi del Golfo, oltre che dell’Arabia Saudita, il governo del presidente Morsi e dei Fratelli Musulmani si è avvinghiato su stesso dopo pochi mesi. E a comandare sono tornati i militari, per i quali la simpatia di AbouTrika, non è mai stata spiccatissima. Il nuovo presidente Al Sisi, recentemente ha fatto un tour per tutto il Mondo: ha lasciato la divisa militare per il doppiopetto, ma per Human Rights Watch è il responsabile del “peggiore omicidio di massa della storia moderna dell’Egitto”, compiuto nell’agosto del 2013 in piazza Rabaa. Davanti alla moschea intitolata a Rabia al Adawiyya, una delle grandi mistiche arabe, la più venerata e famosa donna sufi, dove erano accampati tanti ragazzi e ragazze, molti di loro simpatizzanti dei Fratelli Musulmani, che esprimevano le loro idee contro il governo in carica, sono stati uccisi: si parla di più di 600 caduti. In molti dicono che AbouTrika, abbia più volte offerto il suo aiuto (pasti, coperte, mezzi di prima necessità) a questi manifestanti. Da lì le accuse, formulate apertamente in questi giorni, di finanziamento diretto, ma mai realmente provate, ai Fratelli Musulmani, oggi anestetizzati, almeno nei loro capi, dai nuovi padroni dell’Egitto. L’attaccante continua a sostenere che i suoi sono solo aiuti alla gente. In tanti hanno visto nell’azione della magistratura una volontà del governo visto: un speculazione, una intimidazione, un non tanto mascherato attacco a quella che è forse oggi una icona, non necessariamente sportiva del Paese, assolutamente non allineata. ” Non me ne andrò per nessun motivo dal mio Paese, che sto aiutando come è giusto che sia, vista la mia posizione”, la coraggiosa dichiarazione di AbouTrika.

Imprendibile era in campo, imprendibile, non etichettabile, rimane fuori. E in un mondo che vuole tornare a essere rigido e chiaro, in completo bianco e nero, la sua figura infastidisce, provoca, disturba.

Il prossimo lustro forse non ricorderà Mohamed AbouTrika solo come il più grande calciatore della storia del calcio egiziano.

 

CARLO PIZZIGONI

@pizzigo