Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Ciao Bruce,

Ti devo dire la verità, quando ho letto la tracklist di “High Hopes”, ho storto il naso. Troppe cover, troppi pezzi ri-registrati, troppe out-takes dai tuoi ultimi dischi. L’operazione non mi convinceva. Ti capisco, devi portare il tuo Wrecking Ball Tour in Australia e Nuova Zelanda insieme al tuo amico Tom Morello, però ho continuato per giorni a chiedermi il perché di questa operazione.

“High Hopes”, canzone già pubblicata nel CD bonus allegato alla VHS “Blood Brothers”, è una delle tue poche, pochissime, cover che non mi hanno mai convinto. Il tuo ‘nuovo’ disco inizia così, con tu che invochi grandi speranze in un mondo che di speranza sembra averne così poca rimasta. Il pezzo continua a non piacermi ma devo ammettere che come inizio ha un suo senso. Segue “Harry’s Place”, pezzo registrato e scartato da “The Rising”. Intendiamoci, il testo è davvero azzeccato ma la musica non si può sentire. Tutti quei synth, la chitarra di Morello, l’assolo di sax che fa così anni ottanta, la batteria elettronica… la batteria elettronica! A volte non sarebbe meglio che gli scarti rimanessero tali?BRUCE769

Con “American Skin” giochi facile, è forse il pezzo più azzeccato che hai scritto con la E Street Band dai tempi del reunion tour del 1999. Nel frattempo, un altro orrendo crimine è stato commesso, Trayvon Martin ne è la vittima, e tu canti di lui. Questa versione non si avvicina neanche lontanamente a quella del “Live in New York City”, così drammatica e sentita. In questa nuova versione rimane solo la bellezza del pezzo in sé, nettamente inferiore anche alla take registrata in studio contenuta in un promo CD che girava qualche anno fa. Capisco che Tom Morello sia la musa di questo disco, ma hai sempre Steve Van Zandt al tuo fianco, conta su di lui, lui sì che sa come rendere unico il tuo suono!

“Just Like Fire Would”, cover dei Saints, è il pezzo che al momento mi ha convinto di più. Epica, punk rock – anche se suona più rock che punk- mi ricorda “Rendez-Vous” e questo è, come puoi immaginare, un gran complimento. E bravo anche Tom che con la sua chitarra riesce a rimarcare l’animo battagliero del pezzo. Bravi, bravissimi. Senza dubbio uno dei, pochi, highlights del disco. “Down In The Hole”, sempre registrata e scartata ai tempi di “The Rising”, vale il biglietto solo ed unicamente per il testo (e siamo a due) così oscuro, cupo e deprimente. La canzone in sé non è male anche se somiglia un po’ troppo a “I’m On Fire”. “Into The Fire”, presente nel tuo disco post 11/9, sembra la sua sorella maggiore. Certo, verso la fine c’è qualcosa che ricorda i tempi della Seeger Sessions Band ma non è abbastanza per salvare il pezzo. Puoi dirmi che hai incluso “Haven’s Wall” solo per il potente sing-along che scaturirà duranti i concerti del tuo imminente tour australiano? Se è così, hai fatto bene, se non è così potevi tenerla nel cassetto. Ben chiusa a chiave.

“Frankie Fall In Love”, questa sì che è una composizione fresca, ben strutturata, una tra le migliori di questo album. Quanto canti “Einstein e Shakespeare stavano seduti davanti ad una birra” mi fai quasi ricordare i tuoi esordi, così scanzonato il suono, così gioioso e divertente il testo. Hey, ancora Pogues e Seeger Sessions Band per “This Is Your Sword”? Ok una, vanno bene anche due, però questa è davvero una canzone che gira a vuoto – e di così ne hai già scritte diverse negli ultimi anni. Potevi scartarla, tenerla anche questa in un cassetto chiusa a chiave o, che so, farla uscire in una versione deluxe di “Magic” che verrà pubblicata nel 2027. Sono sincero, non è che nel 2013 stia esattamente qui ad aspettare con la bava alla bocca un pezzo del genere. Passiamo oltre.

“Hunter of Invisible Game”? Non lascia molto ma almeno non mi ha fatto sudare freddo come la versione rock di “The Ghost of Tom Joad” incisa con Tom Morello… che a me va anche bene quando l’ex chitarrista dei Rage Against The Machine e degli Audioslave suona in “Jake Of All Trades” e “This Depression” sul tuo penultimo disco, ma qui veramente ha riletto male una delle tue canzoni più belle di sempre. “The Ghost of Tom Joad” resta – e sempre resterà – quella perla acustica che apre il tuo secondo disco solista pubblicato nel 1995. Cosa mi rappresenta questa versione? Il primo pezzo prog-rock di Springsteen? 7 minuti e mezzo? Un assolo di chitarra che non finisce più! Basta, basta!

Con “The Wall” sei riuscito nuovamente a farmi commuovere e soprattutto ti sei fatto perdonare l’abominio perpetrato sul pezzo precedente. Hai detto tutto tu sulla lettera aperta pubblicata sul tuo website il giorno della presentazione del disco: “Sebbene il mio personaggio in “The Wall” sia un marine, Walter in realtà era nell’esercito, compagnia A, 3° battaglione, 8° reggimento di fanteria. In sua presenza percepivo per la prima volta quell’aura di mistero della vera rockstar. Walter risultò disperso durante le operazioni in Vietnam nel marzo 1968. In qualche modo, nella mia mente si esibisce ancora regolarmente: quel suo modo di stare, di vestirsi, di tenere il tamburello, quel suo essere libero e rilassato. L’uomo che con il suo atteggiamento, la sua camminata, diceva “puoi dare contro a tutto questo, a tutto quello che c’è e che ti è stato insegnato – insegnato a temere e ad amare – e comunque ce la farai”. Fu una terribile perdita per noi, i suoi cari e la scena musicale locale. Mi manca ancora.” Io non riuscirei a dire di meglio, penso sia il miglior pezzo del disco. Sentito, vero, autentico come solo tu sai fare. Grazie di cuore, Bruce.

Finiamo con “Dream Baby Dream”, pezzo che chiudeva ogni tuo concerto ai tempi del “Devils & Dust” Tour in una stupenda versione solo organo e voce. Tale perla era stata anche pubblicata su un raro EP in vinile in compagnia dei Suicide, gli autori del pezzo, che racchiudeva l’originale sul lato A ed una tua perfetta cover registrata durante quel tour sul lato B. Tanto perfetta che mi viene da chiedermi: “Perché hai dovuto ri-registrarla tirando via tutto quel pathos?”. Proprio non capisco.

Bruce, te lo dico, forse avresti dovuto rilasciare un doppio CD pubblicizzandolo come “Tracks Volume II” e arricchendolo di pezzi lasciati nel cassetto da troppo tempo. Lo volevi intitolare comunque “High Hopes”? Potevi farlo ma forse era meglio non sdoganarlo come “il tuo nuovo disco in studio” perché, a conti fatti, non lo è!

Se non altro questo “High Hopes” è il frutto di un artista che se ne infischia delle regole del mercato e che riesce ancora – quando vuole – a toccare le corde più sensibili di ognuno di noi. Lo sai qual è la tua magia, Bruce? Rimanere sempre te stesso, tra alti e bassi, tra grandi e piccole speranze. E ora gettati a capofitto su quei brani inediti rimasti in qualche cassetto, completali se mai con l’aiuto di Rick Rubin, imbraccia chitarra e armonica e ritorna nei teatri a raccontarci dei tempi in cui viviamo. Insegnaci a rialzarci in questi tempi bui che sembrano sempre più quelli raccontati in “Furore” di John Steinbeck. Come hai già fatto tante altre volte in passato, salvaci tu Bruce, che noi ne avremmo davvero un disperato bisogno.

Ci si vede sulla strada,
Luca

https://twitter.com/LucaChinaski