Lana Del Rey, la recensione di Chemtrails over the Country Club

Lana Del Rey, la recensione di Chemtrails over the Country Club

A due anni dal precedente disco, torna la regina del dark pop col suo settimo album, quello della definitiva maturazione. La recensione di Luca Villa.

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Non aveva nemmeno finito di completare l’artwork definitivo del precedente disco, l’ottimo Norman Fucking Rockwell!, che Lana Del Rey stava già pensando al suo successore.

Seguito che arriva a nemmeno due anni dal precedente, stupendo tutti per la continua prolificità della cantante nata a New York il giorno nel quale iniziò l’estate del 1985. Ed è proprio l’estate, tanto quanto i segni zodiacali e le grandi fughe, a essere uno dei temi ricorrenti di quasi tutte le canzoni di Chemtrails over the Country Club, l’album della definitiva maturità della cantautrice newyorkese.

C’è da dire che a partire dall’omonimo disco del 2010, la proposta della Del Rey non è mai variata più di quel tanto. Lei invece, pian piano, ha sempre più affinato le sue doti di cantautrice, a questo giro facendosi aiutare da quel genio di Jack Antonoff (che molti di voi ricorderanno duettare con Bruce Springsteen su chinatown), pubblicando in un mondo prossimo al collasso, uno dei suoi dischi più personali nonché quello che si potrebbe definire il lavoro della sua raggiunta maturità musicale quanto personale.

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A differenza del passato, a partire dal songwriting fino ad arrivare ai testi, meno diretti (mai sentiti così pochi “fuck” in un disco di Lana) ma molto più curati che nei precedenti lavori, questo Chemtrails over the Country Club è un disco che al primo ascolto stupisce meno dei suoi predecessori. E’ però nelle piccole sfumature, quelle che saltano fuori ascolto dopo ascolto, che si riescono a notare notevoli margini di miglioramento a livello di scrittura delle canzoni in senso stretto. Si prenda ad esempio la title track, senza dubbio uno dei vertici dell’intero lavoro, che si muove su coordinate ben note ma dove tutto suona in modo più definito e, appunto, maturo.

Il primo lato del disco è quello che lascia senza fiato e dove la ragazza, che col tempo è diventata la miglior cantautrice americana della sua generazione, emoziona continuamente, nota dopo nota, canzone dopo canzone. In White Dress, che fa partire le danze, Lana ammalia sin da subito, tra ricordi di quando ascoltava i Kings Of Leon e i White Stripes unite al suo ben noto mood malinconico, come sempre ben presente nella produzione della nostra sin dal suo esordio. Altri highlight del primo lato sono la sensuale Tulsa Jesus Freak, l’ispirata Let Me Love You Like A Woman (che sembra scritta dall’amica Cat Power) e Dark But Just A Game, la vera punta di diamante di questa raccolta.

Il secondo lato di Chemtrails over the Country Club è quello dove invece vengono messe in mostra le doti più cantautorali e acustiche della nostra. Not Who All Wonder All Lost fa sognare, Yosemite commuove, mentre Dance Till We Die (dove Lana canta “We’ll keep walkin’ on the sunny side / And we won’t stop dancin’ till we die”) potrebbe rappresentare il manifesto lirico di tutta l’opera. Il disco si conclude con una cover incisa con Zella Day e Weyes Blood di Joni Mitchell, palese tributo a uno punti di riferimento della cantante.

Il settimo album in studio della Del Rey è una conferma delle doti di questa cantautrice, che quando canta di sole, di bambini che giocano sulle spiagge oppure di segni zodiacali è in grado di tracciare un ponte che unisce le sue canzoni al rapporto che lega(va) Tom Waits ai tanto amati sabato sera, oppure Bruce Springsteen alle auto e al New Jersey. Roba non da poco, cazzo.

Dopo questo lavoro, è lecito chiedersi cosa che cosa ci riserverà il futuro prossimo di Lana. L’attesa sarà breve, il primo giugno sarà infatti pubblicato Rock Candy Sweet, il suo ottavo album in studio in poco più di dieci anni di carriera. Oltre a essere la migliore cantautrice della sua generazione, ve l’avevo già detto che era davvero prolifica, no?

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.