La finale e i suoi duelli. Viaggio intorno al mondo tra i protagonisti di Cardiff

La finale e i suoi duelli. Viaggio intorno al mondo tra i protagonisti di Cardiff

Se volete conoscere per davvero il Brasile dovete scoprirlo viaggiando coi pullman, il più popolare dei mezzi di trasporto di questo immenso Paese. Prima di salirci, attrezzativi con gli argomenti giusti per scambiare opinioni coi brasiliani, che sono un popolo di chiacchieroni quasi al nostro livello, ma che hanno di base tre “temi” forti. I primi due, nemmeno a dirlo: la religione e il calcio, il futebol.

L’altro, decisamente meno ordinario: il sotaque, gli accenti della loro lingua, un portoghese riarrangiato che dice tutto della loro creatività (hanno costruito un idioma dolce, che è una sublime melodia, partendo da una base ruvidissima come quella originale lusitana). Mi risulta decisamente inspiegabile questa passione per gli accenti, diffusa specie negli strati più popolari della gente, ma in qualche modo la spiegazione dovrà essere collegata a un’altra incredibile stranezza, tutta brasiliana: non esiste, nemmeno nei territori di frontiera, una isola linguistica di castigliano, pur essendo il Paese totalmente circondato da territori dall’idioma ispanico. E’ un argomento che riscuote davvero un grande successo, con persone di tutte le età che scimmiottano in maniera grottesca gli accenti delle regioni più lontane.

L’accento di Minas è differente dal gaucho del sud del Paese, così come il paulista è decisamente particolare con quella “R” arrotolata che è sempre più sottolineata con l’avvicinarsi alla maggiore metropoli del Sudamerica. Alle orecchie dello straniero, l’accento brasiliano più riconoscibile è quello carioca, della città di Rio de Janeiro, la città più bella del mondo, naturalisticamente almeno. La “S” finale di parola che prende la forma quasi di una “SC” è davvero tipica ed è utilizzata solo in un’altra parte del Brasile, nello stato di Bahia, a Salvador.

Non a caso sono state le due sedi dove hanno soggiornato le case reali del Paesi: i Braganza erano ovviamente portoghesi, e quella “S” particolare è tipica di Lusitania. Salvador e Rio sono anche i due poli di cultura popolare più ricchi del Brasile, hanno una sorta di legame che parte dalla letteratura e arriva alla musica. Da lì arrivano due grandi protagonisti della finale di Champions League, il bahiano Dani Alves e il carioca Marcelo.

marcelo

Entrambi nati con l’etichetta scomoda di “con una testa così non andranno lontano”, e invece non hanno fatto altro che impilare continuamente titoli, diventando tra i migliori interpreti del ruolo di terzino, ruolo sempre più chiave nel calcio moderno, degli ultimi lustri.
Marcelo ha avuto sempre i riflettori addosso, fin da quando il nonno Pedro, coi genitori divorziati e speso assenti, lo portava nei campetti di tutta l’area di Rio de Janeiro e si dovette rassegnare a fargli indossare la maglia del Fluminense, lui che era tifoso “doente”, malato del Botafogo (passione ovviamente trasmessa al giocatore).

A Laranjeiras, sede del Flu, entra a 14 anni, e immediatamente viene convocato pure dalla rappresentativa nazionale brasiliana: un sinistro di quella qualità lo si vede raramente, e non smette di raffinarsi, stagione dopo stagione. “Sì, ma la testa…”, sentii dire da un osservatore italiano con cui ne parlai alle prime apparizioni nell’under 17. Ci sono dirigenti che vanno oltre queste etichette, e per questo sbagliano raramente: Monchi, attuale DS della Roma, ci vide giusto e cercò di portarlo al Siviglia, ma il Real Madrid poteva offrire economicamente molto di più, e la direzione di Marcelo si spostò, dal sud al centro della penisola iberica: per lui era pronto il Santiago Bernabeu, che sarebbe diventato la sua casa.
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Non riuscì quindi a bissare il colpo, Monchi, che qualche anno prima, mentre iniziava la costruzione del grande Siviglia, aveva portato in Europa un terzino, stavolta destro, che ancora oggi ricorda come la più grande tra le sue grandi operazioni. Meno di 800mila euro per l’acquisto e una successiva cessione al Barça, dove sarebbe diventato il più efficace partner offensivo di Leo Messi, a più di 35 milioni.

Dani Alves viene dall’interior bahiano, da Juazeiro, un comune quasi insignificante che ha però dato i natali anche a un totem assoluto della musica brasiliana come João Gilberto e a Ivete Sangalo, straordinario personaggio oltre che grande interprete dell’Axé, musica da ballare molto diffusa nel Nordest del Paese. Da Juazeiro, Dani Alves passa alle giovanili del Bahia, dove riesce a debuttare anche in prima squadra: una stagione, poi le antenne di Monchi lo intercettano.

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A Siviglia completa il percorso di crescita e utilizza il primo anno per comprendere meglio il mondo, calcistico e non, che era andato ad abitare. Riesce completamente ad adattarsi perché Dani Alves il mondo che ha intorno riesce a modificarlo con il suo carisma, il suo entusiasmo e una carica spirituale che sembra infuocarlo come durante una messa del candomblé. Poi il Barcellona che ha cambiato la storia del gioco, i titoli e il Mito. Quindi la Juventus.
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Due terzini, due autentici fuoriclasse, con un destino comune che hanno cambiato con la qualità del loro calcio e senza dare retta a chi gli prevedeva solo sconfitte e mediocrità. Per capire realmente il gioco, è necessario conoscere in profondità gli uomini: qualche superficiale aveva preventivamente disegnato la storia di Marcelo e Dani Alves. Niente di più sbagliato e fuori luogo che l’ordinario, per due tipi così. Cardiff, l’ennesima dimostrazione.

Carlo Pizzigoni