Kroos e Khedira, differenti come la Germania

Kroos e Khedira, differenti come la Germania

“Le vite degli altri” ci ha straordinariamente raccontato il mondo della Germania Est, un mondo che non c’è più, anche se la cancelliera in carica arriva proprio da quel mondo. Dall’ultima scena della pellicola di Florian Henckel von Donnersmarck, premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 2007 si osservava una Germania già cambiata. E sarebbe cambiata ancora. Ingarbugliata tra la necessità di rinnovarsi ed adattarsi ai tempi e la irrisolta ricerca di riconoscersi una identità ( a proposito di pellicola, imperdibile, a tale proposito l’Heimat di Reitz: una parola intraducibile, Heimat che definisce perfettamente l’indefinibile concetto di patria e casa tutto tedesco), la Germania non è ormai più dove la cerchi, se mai lo è stata. Perché il cliché ce la indica inquadrata in un rigida forma, ma appena la avvicini ti accorgi delle curve, degli intarsi, delle mescolanze. Che oggi forse più che in ogni altro momento della sua storia, è davvero il tratto principale del Paese che ha conosciuto l’orrore del Nazismo (a proposito di identità che si fa tremendamente fatica a ricostruire, segnaliamo anche il recente “Lo Stato contro Fritz Bauer”). Nella società come nello sport, specie nello sport più amato: il calcio.

Lo Stato contro Fritz Bauer

Lo Stato contro Fritz Bauer

Nella notte di Cardiff ci sarà la storia della Germania, quella vera, grazie a due rappresentati prodromici, Sami Khedira e Toni Kroos. Due campioni del mondo, il primo però si è infortunato poco prima della finale e di lui si ricorderà “solo” la straordinaria semifinale, quella del 7-1, quella del Mineiraço.

minei

L’eccezionalità, o quella che non comprendendo tutto fino in fondo, si considera tale, di Khedira nasce sulle splendide spiagge della Tunisia, dove una ragazza giunta lì per le vacanze si innamora di un tipo del posto. Colpo di fulmine, matrimonio e vita insieme, in Germania. La Germania raccontata nell’ultimo capitolo della prima serie di Heimat. In un mondo dove le coppie miste non erano esattamente una abitudine: ma la grandezza di una società si misura anche se non soprattutto quando si parla di minoranze, di rispetto dei diritti in ogni circostanza. E la famiglia Khedira è cresciuta e si è bene radicata a Stoccarda che il figlio Sami, più che tedesco o tunisino si sente orgogliosamente figlio della città della Porsche, come tradisce il suo spiccato accento svevo. Nato con la passione del calcio, Sami ha come seconda pelle proprio la maglia dello Stoccarda e ha già promesso che non indosserà mai altra maglia in Germania: siamo certi che in qualche modo si è unito ai festeggiamenti per la promozione in Bundesliga degli Svevi, qualche settimana fa.

sami

Viviamo tutti di pregiudizi e il cittadino di Stoccarda ne aveva diversi prima di trasferirsi al Real Madrid, dopo il Mondiale del 2010, così come ne possedeva alcuni prima dell’avventura italiana, a Torino. Ma viaggiare, mescolare culture, vivere, sostanzialmente, te li abbatte tutti quei pregiudizi. E così Sami Khedira scopre che l’Italia non è il Paese della Dolce Vita, e del dolce far nulla: si lavora sul campo, come ha subito riconosciuto, più che altrove: si analizza ogni situazione fin nei minimi dettagli. Senza quei dettagli questa Juventus non sarebbe arrivata nell’élite europea, anche per merito di questo centrocampista che sa palleggiare con qualità e ha un senso unico dell’inserimento senza palla. Figlio di un tunisino, Sami, tra quelli della generazione d’oro del calcio tedesco, forse il più tedesco: non molta fantasia, ma sacrificio, linearità, forza fisica, intelligenza e freddezza sotto porta. Nonostante la mole, sembra improvvisamente sparire dal campo e rimaterializzarsi, pochi istanti dopo, nel punto esatto in cui arriva il pallone, quasi sempre in area di rigore. E’ lui l’uomo che “spacca” le partite, l’uomo che con un movimento convinto e profondo cancella l’equilibrio di una partita complicata. Nel gioco di transizioni di José Mourinho, al Madrid, era perfetto, qui a Torino ha portato pure i galloni della personalità di uno che ha vinto e che sa vincere. Dopo di lui è arrivato al Real un altro tedesco, lui pure poco predisposto nell’arte della chiacchiera ma tremendamente efficace in campo. Lui pure figlio di una Germania differente. Toni Kroos è nato nel gennaio del ’90, quando la più importante città tedesca si era liberata di quella vergogna che la divideva a metà, ma l’unificazione definitiva sarebbe arrivata pochi mesi dopo: formalmente è quindi un “Ossis”, uno nato nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT), l’unico dei 23 giocatori che a Rio de Janeiro ha contributo a far trionfare Die Mannschaft, tra i pochi nell’intero Maracanã ad avere origini dell’Est, un’altra era quella che gli consegnava la Coppa, Angela Merkel, grande tifosa di calcio ( tifa per l’Energie Cottbus).juve

La diversità di Toni Kroos nasce probabilmente da lì, dalle sue origini. L’appeal del Real Madrid è unico, ma è dura trovare oggi uno che abbandona il Bayern di Monaco, dove era comunque un pezzo chiave. Bavaresi che sono stati i primi ad accorgersi del suo talento, andando a prenderlo nell’allora florido settore giovanile dell’Hansa Rostock. Il club della città anseatica è, insieme alla Dinamo Dresda, l’unica squadra che si conquista l’accesso alla Bundesliga del ’91-’92 il primo campionato della Germania riunita. L’Hansa Rostock è subito retrocesso, gioca nella seconda divisione tedesca, risale ed è l’ultimo club ad arrendersi ai colossi dell’Ovest. Nel giro di dieci anni, tutte le squadre dell’ex RDT, abbandonano l’élite del calcio tedesco, la Bundesliga, sempre più ricca e affascinante, e navigano oggi nelle retrovie, affondate dai debiti e limitate dai pochi capitali disponibili.

kroos

Il celeberrimo gol di Jürgen Sparwasser, la stella della Germania Est che trafisse la porta dei cugini dell’Ovest nel Mondiale del ’74, rimane un evento simbolo, anche extra-sportivo. Testimonia però anche di un buon movimento che viveva al di là del Muro. Vero, il campionato era piuttosto indirizzato. Sfortuna (per gli altri club) vuole che l’uomo più potente dopo il compagno Honecker, Erich Mielke, sia un grande appassionato di calcio e, al contempo, uno dei creatori della Stasi, l’anima nera del regime, il Ministero per la Sicurezza dello Stato. La Dinamo Berlino, la squadra della Stasi, prova a vincere regolarmente i primi campionati. Visti gli scarsi successi, interviene Mielke: la Dinamo vince dieci scudetti di fila, con arbitri e avversari sostanzialmente compiacenti. Però le squadre della RDT sono spesso competitive nelle coppe europee, addirittura possono vantare una vittoria, quella del Magdeburgo, che nella finale di Coppa delle Coppe del 1974 batte il Milan guidato in panchina da Trapattoni e in campo da Gianni Rivera. L’anima di quella squadra era proprio Sparwasser. Uno che, prima di fuggire, poco prima di quel giovedì 9 novembre 1989, ne aveva ispirati tanti. Tra questi, il papà di Toni Kroos, Roland, che diventa poi uno dei tanti formatori qualificati del calcio della Germania Est. Il suo trasferimento a Rostock, nell’Hansa, è il motivo per cui Toni e il fratello Felix vengono inseriti in quel settore giovanile.

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Nella Germania unita, Kroos è anche il prodotto più luccicante del nuovo corso delle Nazionali giovanili tedeschi, voluto e gestito da Horst Hrubesch, il centravanti-panzer che non è stato sufficiente ai tedeschi per batterci nella finale del Mondiale del 1982. L’Under 17 teutonica, al Mondiale del 2007, in Corea del Sud, gioca un calcio diverso con i fratelli Bender, Mario Götze ( che diversi anni più tardi segnerà un gol piuttosto decisivo in una città del sud del Brasile), e ad illuminare in mezzo al campo c’è questo numero dieci che ha movenze da Juan Roman Riquelme. Accarezza la palla, ha letture di gioco superiori, elemento che lo porterà poi a diventare un centrocampista di qualità oro. Com’è oggi nel Real Madrid Toni Kroos.real

CARLO PIZZIGONI