Kings of Leon: la recensione del nuovo album When You See Yourself

Kings of Leon: la recensione del nuovo album When You See Yourself

Proprio quando in Italia si è tornato a parlare di quello che è o non è rock, Luca Villa vi dice la sua su When You See Yourself, il nuovo album di una delle migliori rock band nate in America negli ultimi vent’anni.

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Quarantotto ore prima che la vittoria dei Måneskin al Festival di Sanremo facesse riaccendere l’annosa questione “sono rock/non sono rock”, quasi in sordina (per i loro standard) è stato pubblicato l’ottavo album in studio dei Kings of Leon. Proprio loro, ovvero una delle ultime band emergenti (all’epoca) a pubblicare un disco rock universale, apprezzato tanto dai fan quanto dalla critica, che si è posizionato per diverso tempo ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo. Parliamo ovviamente di Only By The Night, autentica pietra miliare del rock degli anni Zero, che arrivava nei negozi di dischi nel settembre del 2008, quindi quando i negozi di dischi erano ancora (più o meno) vivi e vegeti.

Chiaro che dopo una sbornia di successi come quelli vissuti dal gruppo, non dev’essere stata facile per i tre fratelli Followill (e cugino Matthew) ritornare alla vita normale da rockstar senza album che vendono milioni di copie, ridimensionando poco a poco il loro successo. I Kings of Leon hanno comunque tirato avanti la baracca, tra sonorità “rock da stadio” da una parte e tanto buon, vecchio, whiskey dall’altro (che per certe cose può anche far bene). Non tutto è andato bene, Mechanical Bull né è un chiaro esempio, ma quando si sono impegnati il risultato è stato più che è eccellente (WALLS, per esempio, sottovalutato da troppe persone, purtroppo).

Proprio a cinque anni da WALLS, il gruppo torna con il nuovo When You See Yourself, un classico esempio di disco inciso da una band che ben conosce i propri limiti e che si limita a scrivere e registrare un buon disco. “Tutto qui?”, direte voi. Si, ma non è poco perché se per canzoni come When You See Yourself, Are You Far Away, classico mid-tempo alla Kings of Leon che non convince (ricordate i tempi nei quali l’opening track era Knocked Up?) con up-tempo come The Bandits, Golden Resteless Age e Time in Disguise il gruppo, senza inventare nulla di nuovo e senza stravolgere il proprio sound, porta senza fatica a casa la pagnotta. Quando poi i Followill si dedicano a sonorità più intime, come in 100,000 People (il miglior pezzo della raccolta) o in Claire & Eddie, riescono a far centro proprio come ai bei vecchi tempi.

Non tutto gira bene, va detto. Stormy Weather, che ricorda il passato di fatto senza avvicinarvisi nemmeno per un momento, la pasticciata A Wave o le insipide Supermarket e Echoing abbassano notevolmente il valore del disco, non pregiudicando comunque il risultato dell’opera nella sua interezza.

Se vi è piaciuto quel complesso strombazzato da Manuel Agnelli che ha vinto Sanremo, è giunto il momento di scoprire cosa vuol dire suonare rock nel 2021. When You See Yourself è lì proprio per questo.

Luca Villa

Small my table, sits just three. Nasce nel 1980 a Reggio Emilia. Crea pearljamonline.it nel 2001 e scrive la prima edizione di “Pearl Jam Evolution” nel 2009 insieme alla moglie Daria. Collabora con barracudastyle.com, hvsr.net e rockol.it, ha collaborato con Rolling Stone e Il Fatto Quotidiano. Continua imperterrito a tentare di trovare “belle melodie che dicono cose terribili”.