Jack White: La recensione di Boarding House Reach

Jack White: La recensione di Boarding House Reach

Jack White non scherza dal 1999, anno in cui si è affacciato sull’industria discografica con il disco di debutto dei White Stripes, la prima delle tante creature che ha partorito negli ultimi vent’anni. Il buon Jack probabilmente non scherzava nemmeno prima, ai tempi in cui faceva il tappezziere e includeva copie dei singoli in vinile che incideva con il collega Brian Muldoon all’interno delle tappezzerie dei divani e delle poltrone che i clienti desideravano rinnovare. E ancora meno scherza con Boarding House Reach, la sua terza prova solista che arriva a quattro anni di distanza da Lazaretto.

Diciamolo subito, Boarding House Reach, rispetto al capolavoro che l’ha preceduto, è meno immeditato, più ostico, genialmente folle. È un disco del 2018 ma è quanto più distante ci si possa aspettare da un disco pubblicato ai giorni nostri. Tradotto, per iniziare davvero ad apprezzarlo ci vorranno tanti ascolti. C’è giusto qualche canzone che potrà conquistare fin da subito (Connected by Love, Over and Over and Over) ma in generale, anche dopo ripetuti ascolti sarà difficile districarsi nell’ingarbugliato, frastornante e irriverente guazzabuglio di suoni che Jack ha fatto confluire in questo disco.

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Come impatto, e con le dovute proporzioni, potrebbe avere la stessa valenza che ha avuto uno Zooropa o un No Code nella carriera, rispettivamente, degli U2 o dei Pearl Jam. Schiacciando ripetutamente il tasto play al termine di ogni ascolto si entra sempre più a fondo di questo disco, ci si accorge di soluzioni musicali inusuali, strampalate, che possono ricordare da vicino alcuni lavori degli anni novanta di Beck o del Tom Waits di Bone Machine e Real Gone. Proprio come questi due artisti, White rinuncia al formato canzone andandolo prima a distruggere per poi ricomporlo, plasmando successioni di note che scaturiscono dagli strumenti più strani e lavorando la sua materia prima, la musica, come farebbe un abile mastro vetraio che crea i vetri soffiati più affascinanti che si siano mai visti. L’esempio più eclatante sono i tre minuti e trentacinque secondi di Hypermisophoniac, il momento più alto e irriverente dell’intero lavoro.

Boarding House Reach non sarà immediato come Lazaretto, ma è da vedersi come un nuovo punto di partenza, dove il rock delle origini si fonde con l’hip hop (Ice Station Zebra) e il soul di James Brown o della Motown, il tutto suonato con l’irruenza tipica del proto punk (vedi alla voce Stooges). Boarding House Reach, al cui confronto Kid A dei Radiohead pare un greatest hits di Simon & Garfunkel, è il punto zero a cui il rock di questi anni deve assolutamente aggrapparsi, per continuare a mantenersi vivo ripartendo proprio da questi – genialmente folli -– quarantaquattro minuti di musica.

Luca Villa

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