Greta Van Fleet: Breve Storia sui Cloni del Rock ‘n’ Roll

Greta Van Fleet: Breve Storia sui Cloni del Rock ‘n’ Roll

Clone: popolazione di cellule o di organismi geneticamente identici tra loro in quanto derivanti da un unico individuo per riproduzione asessuale o partenogenetica”, si legge su Wikipedia. Quello che sono, senza alcun dubbio, i Greta Van Fleet. Ma andiamo con ordine.

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Nel mondo del rock, come non succedeva da un bel po’ di tempo, è “battaglia aperta” tra fan e detrattori della lisergica formazione statunitense. C’è chi dice che salveranno il rock, chi pensa che siano come una buona ventata d’aria fresca in un clima diventato ormai asfittico, chi invece crede che abbiano pedissequamente riciclato idee vecchie di cinquant’anni.

Prendete John Mellencamp. A me è sempre parso un clone di Springsteen. Sbagliavo, perché è stato il Boss a dire quanto John l’abbia influenzato in alcuni momenti della sua carriera. Mellencamp, Tom Petty o Bob Seger è tutta gente degna di rispetto. Artisti che hanno camminato sulle stesse polverose strade in cui è passato lo stesso Bruce ma che hanno intrapreso un percorso diverso, in certi casi eccellente (Tom Petty), in altri casi più smaccatamente commerciale. Comunque sia, artisti degni di rispetto.

Poi ci sono quelli come i Depeche Mode che personalmente ho sempre odiato e che mi sono sempre sembrati – a torto, mi beccherò un sacco d’insulti – una copia sbiadita e più pomposa degli U2. Gli estimatori, i fedelissimi li hanno, sono pure molto numerosi. Chi sono io per giudicarli? Mettiamo anche loro nella categoria degli artisti degni di rispetto (sebbene con qualche se e qualche ma).

Poi c’è gente come gli Smashing Pumpkins che a metà anni novanta sono saliti sul redditizio carrozzone del grunge che si stava – lentamente – spegnendo divorato dal britpop. Altro che alternative, altro che grunge, loro sono sempre stati basilarmente una prog rock band aggiornata agli anni in cui andavano forte. Il loro ‘reato’ è stato semplicemente quello di essersi appropriati di un modo di essere (e di vestirsi, perché no) che semplicemente non gli apparteneva.

Perché, diciamolo, neppure le band del movimento di Seattle erano originali – tutto si può dire di loro tranne che sono stati degli innovatori del genere – ma la loro peculiarità è stata quella di mischiare le carte in tavola, fino a quel momento ben separate, facendosi ispirare tanto dai Ramones quanto dai Black Sabbath o dai Led Zeppelin, appunto. Un centrifugato che ha portato sul tavolo del rock gente come i Nirvana o i Soundgarden che pur non rinnegando chi è venuto prima di loro hanno creato un sound originale. I Pearl Jam, che sono ancora in giro e riempiono stadi davvero immensi, sono stati pesantemente influenzati da Neil Young quanto dagli Who e dai Ramones ma non sono mai apparsi come dei cloni, nemmeno per un secondo. Piuttosto, scavando a fondo tra i loro gusti musicali, hanno creato un “nuovo” rock classico e sono diventati con gli anni tra i pochi artisti a continuare a portare alta la bandiera del rock con la R maiuscola.

Impossibile in questa analisi – che sarebbe meglio definire una sgangherata e sconclusionata Subterranean Homesick Blues sui cloni del rock ‘n’ roll – non citare i Wolfmother che hanno preso, di peso, la lezione dei Led Zeppelin creando uno stile in bilico tra la band di Page e gli MC5, ispiratori di un’altra band che andava forte circa quindici anni fa. Vi ricordate i White Stripes o i loro amici/nemici Strokes? Anche loro hanno assorbito per bene i propri ascolti, Stooges e MC5 i primi, Television e Lou Reed i secondi, proponendo all’inizio del nuovo millennio un rock che non appariva per nulla stantio, anzi sono riusciti (fortunatamente) a spazzare via l’inutile accozzaglia di band nu metal che andavano per la maggiore alla fine degli anni novanta.

Infine ci sono quelli come i Creed o i Nickelback che hanno, semplicemente, estrapolato le parti più “vendibili” e radiofoniche delle canzoni dei big della scena di Seattle e, frullandole un po’, sono riusciti a vendere una fraccata di dischi. Cloni, nient’altro che cloni. Artisti privi di alcun spessore: alcuni sono diventati delle barzellette viventi tanto da venire sbeffeggiati pure da Mark Zuckerberg, altri sono semplicemente – per fortuna nostra – spariti.

Fanno parte di questa schiera di cloni i Greta Van Fleet, nuova big thing del rock che – andando in giro vestiti da hippy manco stessimo vivendo ai tempi della Summer of Love – sta vendendo un sacco di dischi mandando sold out tutte le venue che li ospiteranno nei prossimi mesi.

Uno degli argomenti più dibattuti tra gli amanti del rock è l’eterna domanda se questo genere sia ancora vivo o meno dato che questo genere a detta di molti, in questo periodo, non gode esattamente di buona salute. Facile quindi vedere, scambiare, questi giovani freakettoni (leggi: poser) come la possibile ancora di salvezza del rock tutto, artisti che però rimangono semplici cloni degli Zeppelin riveduti e corretti per gli anni in cui viviamo. Il disco di debutto si lascia ascoltare, è un album facile facile per chi mastica rock e affini, i testi sono pessimi (non c’è che dire, hanno copiato gli Zeppelin anche in questo… 3, 2, 1, insulti a go-go!) ma se il rock, per salvarsi, deve attaccarsi a un riciclo d’idee come questo non è forse meglio che muoia definitivamente?

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Foto: Carlo Vergani

No, perché in giro c’è gente che fa rock senza clonare gruppi di cinquant’anni fa, provate ad ascoltare gente come Reingwolf e la giovanissima Snail Mail, oppure Jack White, l’artista che forse più di ogni altro porta avanti il rock nell’attuale panorama discografico facendosi sì influenzare dal passato ma con un occhio sempre rivolto al futuro. Perchè “rock and roll can never die”, proprio come cantava Neil Young tanti anni fa.

Luca Villa

P.S. La migliore analisi sui Greta Van Fleet l’ha fatta Giovanni Ansaldo per internazionale.it. Leggetela, ne vale la pena.