Gigaton: intervista con Dario Costa e Luca Villa sul nuovo album dei Pearl Jam

Gigaton: intervista con Dario Costa e Luca Villa sul nuovo album dei Pearl Jam

Tutti e due hanno già detto la loro sul nuovo album dei Pearl Jam. Dario ne ha scritto per il nostro blog, Luca ha curato la video recensione pubblicata su pearljamonline.it.

E’ quindi arrivato il momento di un’intervista doppia con i due autori: si parla delle aspettative sul nuovo disco, del suono di Gigaton, delle sue canzoni migliori e peggiori e di tanto altro. Buona lettura.

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Da 1 a 10, qual è il tuo voto per Gigaton?

Dario: Onestamente non credo possa andare oltre il 6,5.

Luca: 8, secco.

Un termine per descriverlo.

Dario: Necessario, non saprei descriverlo in altro modo. Un po’ per il periodo che stiamo vivendo, un momento in cui c’è più che mai bisogno di appigli e punti di riferimento e i Pearl Jam lo sono per moltissime persone, e un po’ perché, con tutti i suoi limiti e difetti, fotografa bene lo stato della band a oggi, senza ipocrisia o nostalgie posticce.

Luca: Coraggioso. Non è facile che un gruppo nato trent’anni fa decida di rimettersi in discussione come hanno fatto i Pearl Jam con quest’album riuscendo per di più a parlarci del nostro presente. Nessuna parodia di se stessi, nessun’auto plagio. Fortunatamente.

Qual è al momento la tua canzone preferita del nuovo album dei Pearl Jam?

Dario: River Cross è l’esperimento più riuscito nell’opera di ‘attualizzazione’ del suono della band, ha tutti gli elementi tipici dei Pearl Jam senza risultare già sentita o stantia.

Luca: Seven O’Clock. Eddie ricorda Springsteen e il coro è parente stretto dei Pink Floyd, ma penso che questa canzone sia davvero clamorosa. E’ praticamente impossibile rimanere indifferenti davanti a un brano del genere.

Cosa ti aspettavi dal nuovo album del gruppo?

Dario: Questa è una domanda difficilissima! Diciamo che mi aspettavo due cose: sincerità e impegno. Sulla sincerità non avevo grandi dubbi, perché se c’è un aspetto della carriera dei Pearl Jam su cui non si può discutere è proprio quello relativo alla lealtà e alla buona fede verso la musica e verso il loro pubblico. Quanto all’impegno direi che dopo quasi sette anni dall’ultima prova in studio siamo andati bene ma non benissimo. Qualche sforzo in più, dal punto di vista creativo, ce lo si poteva aspettare.

Luca: Mi aspettavo un disco politico, un album che riuscisse a parlarci del mondo nel quale viviamo. Volevo uno scatto in avanti nella loro produzione. Tutte aspettative che sono state pienamente ripagate.

pearljam.com PJ Gigaton (3)

Secondo te, quali sono le cose che funzionano meglio in Gigaton?

Dario: I momenti migliori del disco, a mio avviso, sono quelli in cui la band sembra slegata dai limiti formali o di durata delle singole canzoni. Il che non significa necessariamente indulgere nella sperimentazione: Who Ever Said, per dire, è un brano in tipico stile Pearl Jam ma in altre fasi della loro carriera, diciamo negli ultimi quindici anni, sarebbe durato la metà e non avrebbe avuto tutta la ricchezza melodica e i cambi di ritmo che lo rendono l’altro episodio davvero riuscito in pieno oltre a River Cross.

Luca: L’atmosfera che lega un brano all’altro, il senso di continuità che non viene quasi mai spezzato. Il cambio di produttore, che ha permesso al gruppo di provare idee inconsuete e a tratti sperimentali. La sensazione che il gruppo non si sia seduto sugli allori.

E invece, quali quelle che funzionano peggio?

Dario: I passaggi meno significativi mi sembrano quelli in cui a condurre le danze sono Ament, Gossard e Cameron. Alright, Take The Long Way e Buckle Up non solo non ci dicono niente di nuovo sulla cifra stilistica dei loro autori, sono anche deboli a livello di idee, canzoni forse più adatte al ruolo di b-side.

Luca: Sebbene penso che Evans abbia fatto bene al gruppo, con O’Brien i Pearl Jam non avrebbero mai inciso un disco come Gigaton: penso che certi momenti poco a fuoco siano lampanti. La secondo facciata inizia con due pezzi deboli e prosegue con quattro ballate una dietro l’altra, forse un po’ troppe. Avrebbe giovato un pezzo rock tra Comes Then Goes e Retrograde.

Secondo te, quali sono le differenze più lampanti della produzione di Josh Evans rispetto a quella di Brendan O’Brien?

Dario: L’aspetto della produzione è uno degli elementi di maggior interesse di Gigaton. Ammetto che quando era stata annunciata la scelta di Evans avevo storto il naso, pensando che la band volesse nascondersi dietro al nome di un esordiente per poi di fatto auto-prodursi il disco. E invece il lavoro svolto da Evans è eccellente: il suo tocco è molto misurato, mai invadente ma si fa sentire soprattutto nei pezzi dal suono meno convenzionale per i Pearl Jam, come Seven O’Clock e Dance Of The Clairvoyants, dove il dialogo tra le loro trame classiche chitarra/basso/batteria e la presenza massiccia di tastiere e synth diventa quasi naturale. È un’opera di coesione molto più riuscita rispetto a quanto fatto da O’Brien, soprattutto in Backspacer e Lightning Bolt. E poi Evans merita un plauso per aver posto fine alla dittatura dello ’sfumino’ sul finale dei pezzi che ha inutilmente mutilato buona parte della produzione in studio di Vedder e compagni.

Luca: Per questo disco, penso che Evans possa essere considerato il sesto elemento del gruppo. In Gigaton, Josh Evans, non utilizzando inutili fade out, ci fa finalmente scoprire come finisce una canzone, caratteristica quasi del tutto assente in molte delle tracce prodotte da Brendan O’Brien. Penso sia proprio questa la più grande differenza tra i due produttori.

pearl-jam

Quali sono secondo te le canzoni che funzioneranno meglio dal vivo?

Dario: Quelle dal suono Pearl Jam più classico come Who Ever Said, Superblood Wolfmoon e Quick Escape credo incontreranno il favore del pubblico, ma sono anche molto curioso di vedere l’effetto live di Dance Of The Clairvoyants.

Luca: Come ha detto Dario, quelle dal suono più classico. Credo che Seven O’Clock abbia la statura per diventare un classico dei live del gruppo. Personalmente però non vedo l’ora di sentire dal vivo quelle più sperimentali, a partire proprio da Dance Of The Clairvoyants.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Dario: Quello che accompagna Gigaton è il classico dilemma del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. E’ mezzo vuoto se consideriamo le aspettative generate dalla lunghissima attesa che l’ha preceduto, in buona parte disattese da un disco ben lontano dall’essere trascendentale. Tuttavia, secondo me, per inquadrarlo bene occorre considerare un fatto ineludibile: i Pearl Jam sono dei superstiti, il solo fatto che dopo trent’anni di carriera siano ancora qui a proporre musica senza risultare ridicoli, una parodia di ciò che erano, e senza essersi svenduti è un valore in sé, una vittoria enorme. In quest’ottica, nonostante tutto, il bicchiere è mezzo pieno. Anzi, facciamo che è mezzo pieno di ottimo Barolo, come piacerebbe a Eddie.

Luca: Dopo tutto questo tempo, quasi sette anni, non era facile per i Pearl Jam incidere un album così sentito e vissuto. Un disco che ti entra pian piano sottopelle, non immediato come quelli che l’hanno preceduto. Un album pieno di speranza, proprio quella che ci vuole in questo periodo. We won’t give up.