Game changers

Game changers

Storie ed eroi olimpici che hanno cambiato il mondo

 

 

Perfezione

 

Ok, pensateci bene. Siete una ragazzina di soli 14 anni. Vivete in Romania durante la dittatura di Ceausescu. Il primo “salto” ufficiale l’avete fatto a 8 anni. Non ne avete una certezza razionale, ma sentite di avere un corpo diverso dalle vostre coetanee, nervi di caucciù e muscoli di un’elasticità fuori dal comune.

Siete carine e lavorate duro, sputando letteralmente sangue e mangiando il minimo indispensabile, con un allenatore che entrerà poi grazie a voi nella leggenda della ginnastica mondiale.

La vostra specialità sono le parallele asimmetriche, due sbarre poste ad altezze differenti distanti tra loro più di un metro. Inutile dire che occorrono grande forza nelle braccia e un talento particolare, per eccellere.

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Avete già vinto dei tornei internazionali e alle Olimpiadi di Montreal del 1976 le aspettative sono elevatissime. Un paese intero – dittatore compreso – vi guarda con il cuore in gola, voi che avete appena iniziato le superiori, battezzandovi come il simbolo della propaganda comunista, qualsiasi cosa questa parola così potente significhi.

L’esito?

La ragazzina di nome Nadia Comaneci, contravvenendo a tutte le leggi terrestri, rispose con la Perfezione elegante ed inimitabile esclusiva degli angeli: primo “10” nella storia delle parallele asimmetriche, computer dei voti in tilt incapace di andare oltre il 9,99 e l’immortalità conquistata nel bel mezzo della pubertà.

Dopo quello arrivarono altri 4 ori, 3 argenti e 1 bronzo tra Montreal e le seguenti Olimpiadi di Mosca, metalli pregiati sufficienti per costruire una gabbia in cui Ceausescu la obbligò, forzandola ad essere l’amante del figlio Nicu. Imprigionata nella Romania che amava fuggì solo molto dopo, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino e a piedi, verso l’Ungheria. Quando le chiesero perchè avesse aspettato così tanto, disse semplicemente “Nessuno voleva aiutarmi”. Perfettamente Nadia.

 

 

Inimitabile

 

Se non avete mai sentito parlare di Jesse Owens, è probabile che non siate esseri umani appartenenti al Pianeta Terra. Altrimenti, le Olimpiadi di Berlino del 1936 dovrebbero ricordarvi un evento, su tutti, che cambiò forse la Storia e sicuramente rivoluzionò la storia personale di un ragazzino dello stato dell’Alabama.

Ovvero quando un atleta di colore, un nero di quelli che in quegli anni venivano ancora impiccati negli stati del Sud degli USA, un nero di quelli che pochi anni dopo sarebbero finiti nei lager nazisti, vinse dominando le Olimpiadi di fronte a Adolf Hitler, a casa sua, battendo il più forte atleta tedesco nel salto in lungo, due concittadini sui 100 e 200 metri, e l’Italia nella 4×100.

Quel suo record di 4 ori nell’atletica leggera in una sola Olimpiade (mai superato) diede vita alla leggenda di Owens che, ancora oggi a 36 anni dalla morte, non ha perso un grammo del suo fascino culturale, sportivo, epico. Dal rivale tedesco Long poi diventato amico che gli indicò dove saltare ponendo un asciugamano poco prima del limite per evitare a Jesse l’ennesimo nullo – poi trasformatosi nell’oro di Owens -, alla foto iconica della premiazione – con l’americano rigido nel saluto militare e dietro a lui il tedesco col saluto nazista verso Hitler -, gli aneddoti sono tanti ma quello più falso di tutti è anche quello che ha più ispirato generazioni di atleti.

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Hitler infatti non negò, come sostennero molti giornalisti dell’epoca, il saluto a Jesse dopo la vittoria, ma gli porse la mano e il gesto fu ricambiato. Per assurdo fu invece il presidente americano Roosevelt che si rifiutò di incontrare Jesse nel ritorno a casa per il timore di perdere il consenso degli stati sudisti, lasciando uno dei più forti sportivi di sempre sullo sfondo di una nazione che si accorse dell’impresa del suo straordinario figlio del vento solo molto tempo dopo.

 

 

Postmodernismo

Molti sport hanno avuto il loro defining moment durante le Olimpiadi. Un momento cioè capace di prendere di peso quello specifico sport e trasportarlo verso un’altra dimensione prima sconosciuta, trascinando con sé movimenti nazionali, regole, tifosi e narrativa, lasciando sulla pelle la sensibile ed eccitante sensazione che nulla sarebbe stato più come prima.

Per la pallacanestro mondiale quel momento arrivò durante le Olimpiadi del 1992 a Barcellona, l’estate del famigerato “Dream Team” della nazionale statunitense.

Per la prima volta nella storia della competizione i cestisti della NBA, la lega professionistica americana di basket, furono autorizzati a partecipare ai Giochi fino al 1988 limitati ad atleti non professionisti: fu l’apoteosi.

La presenza di alcune tra le più grandi stelle della storia, da Michael Jordan e Magic Johnson a Larry Bird, Charles Barkley, Scottie Pippen, Patrick Ewing e tutti gli altri, in un contesto finalmente raggiungibile anche fisicamente da tifosi e media di tutto il mondo come la città catalana, ebbe lo stesso effetto dei Led Zeppelin sulla musica rock mondiale alla fine degli anni Sessanta.

Gli incredibili risultati infatti, tutte partite a senso unico e un enorme gap nel punteggio, uniti allo spettacolo sportivo senza precedenti messo in campo dal Dream Team, generarono la scintilla che improvvisamente balenò nel resto delle nazioni. Una presa di coscienza collettiva su quale fosse il nuovo apice dell’espressione del gioco della pallacanestro, e quanto lavoro si sarebbe dovuto fare per provare a diminuire un divario che a Barcellona ’92 fece rimanere tutti a bocca aperta, giocatori avversari compresi e talmente emozionati dal farsi fotografare con le star americane durante i tempi morti delle partite. “You need coolin’, baby I’m not foolin/I’m gonna send you back to schoolin”

 

 

Icona intramontabile

 

118751-mdNessuno, alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta del 1996, si aspettava una sorpresa così impressionante. Janet Evans, la grande nuotatrice statunitense, salì l’ultima rampa con la torcia in mano verso la miccia che avrebbe portato all’accensione della fiamma olimpica.

Arrivata in cima, come disse il commentatore Jon Champion “il mondo trattenne il proprio respiro”: dal nulla, sorreggendo la propria torcia spenta e pronta a ricevere la fiamma, era apparso Muhammad Alì, uno dei più grandi pugili di sempre e considerato da molti il più importante sportivo della storia.

Ciò che commosse l’intero stadio fu il braccio che sorreggeva la torcia, visibilmente tremante per il Parkinson dilagante che aveva colpito il solo 54enne campione 12 anni prima: Alì accolse la fiamma dalla Evans, si girò, fece pochi, lenti passi verso la miccia e l’accese, decretando l’inizio delle Olimpiadi nel proprio paese.

La folla fino a un attimo prima ammutolita, esplose in una standing ovation indimenticabile al termine del gesto di uno dei suoi simboli più amati di sempre, ovazione che si ripetè qualche giorno dopo quando lo stesso Alì ricevette la medaglia d’oro sostitutiva a quella vinta alle Olimpiadi di Roma nel 1960.

Nel bel mezzo della segregazione razziale, la leggenda racconta che il giovane e vincente Alì, americano di colore tra i più attivi nella lotta per i diritti dei “blacks”, tornato in patria dopo la vittoria aveva gettato la propria medaglia nel fiume Ohio, disgustato dal razzismo strisciante. 36 anni dopo, in uno dei momenti più iconici della storia delle Olimpiadi, Muhammad Alì sarebbe stato ancora una volta il più applaudito.

 

 

Osare

 

Arrivare ultima non è mai stato il desiderio di nessuna in nessun evento della propria vita, ma quando la giovane Samia alle Olimpiadi di Pechino 2008 alzò lo sguardo sul tabellone elettronico per vedere il suo tempo sui 200 metri, 32 secondi e 16 centesimi, si aprì in un sorriso completo.

Nonostante fosse il peggior risultato tra tutte le atlete e significasse la mancata qualificazione alla fase finale, era il suo record personale.

A 17 anni, alla prima Olimpiade e gareggiando per la sua Somalia, Samia pensò con il cuore palpitante di gioia che il futuro sembrava finalmente sorridere a sé e alla sua famiglia, migliorando i tempi e provando ad avvicinare le migliori della classe dai prossimi Giochi di Londra, nel 2012.

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Aveva tutte le ragioni per credere nei propri progressi in pista: a Mogadiscio, la capitale somala, le donne erano limitate e discriminate (se non peggio) nell’attività sportiva, e l’unico impianto d’allenamento lontano da violenza, razzismo, oppressione e guerra civile era lo stadio della città, crivellato dai colpi di mortaio che avevano aperto delle buche nella pista d’atletica che Samia zigzagava sognando ad occhi aperti.

Perfezionare le proprie prestazioni con sistemi d’allenamento perlomeno decenti avrebbe permesso a Samia di rincorrere la prima medaglia somala nella storia delle Olimpiadi, e con questo spirito nella primavera del 2012 partì verso l’Europa, alla ricerca di un allenatore che la preparasse al meglio in vista del grande appuntamento.

Attraversò da sola – con la passione, il coraggio e l’amore per la mamma e la patria come uniche compagne – Etiopia, Sudan ed infine la Libia, da cui s’imbarcò su uno dei barconi della speranza. Ma non arrivò mai in Europa, inghiottita con gli altri fuggitivi dalle acque del Mediterraneo: una storia che commosse il mondo, e che rese quella ragazzina color ebano dal sorriso luminoso un simbolo più immortale di qualsiasi vittoria.

 

 

Rivoluzionari

 

Spesso accade che i gesti più forti e rivoluzionari non siano compresi nel tempo presente in cui nascono. Peggio, capita anzi che siano condannati, repressi, insultati.

Solo il futuro, l’evoluzione del pensiero e dell’uomo portano ad una consapevolezza che prima sembrava irraggiungibile sul significato di quei gesti e del contesto che li aveva generati.

Ma a Tommie Smith e John Carlos, duecentisti della spedizione americana alle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, tutto questo non importava: vinta la medaglia d’oro e di bronzo rispettivamente nella finale dei 200 metri, durante l’ascolto dell’inno nazionale una volta saliti sul podio sollevarono i loro pugni destri – rivestiti con il guanto nero delle “Black Panthers” – verso il cielo.

CpZsSPoWAAAMJhBIl segno di protesta, a favore del “potere nero” e contro la segregazione razziale che ancora serpeggiava negli Stati Uniti venne giudicato fuori luogo in una manifestazione teoricamente imparziale politicamente. Quello che i detrattori non videro fu l’opportunità unica davanti agli occhi di tutti di protestare per i diritti umani che ancora venivano calpestati negli States.

Un gesto eclatante che portò alla squalifica dei due americani, rispediti in patria e minacciati di morte: un momento durissimo per le vite e le carriere di due atleti convinti di aver fatto solo del bene per la loro gente, ma anche l’istantanea che ancora oggi identifica più di qualsiasi altra sentimenti e conflitti di quell’epoca. Come Martin Luther King, assassinato solo sei mesi prima, un sacrificio che avrebbe cambiato la percezione del mondo per sempre.

 

 

Visionarietà

 

La Lituania nel 1992 era una giovanissima nazione sul Mar Baltico, diventata indipendente dalla vecchia madre Russia appena un anno prima, ancora nel bel mezzo di (violenti) assestamenti. Tre anni prima un lituano di nome Sarunas Marciulionis aveva iniziato a stupire il mondo della Nba ed i fan dei Golden State Warriors, poco abituati a bianchi non americani, giocando una pallacanestro frizzante, vitale e dallo stile mancino inconfondibile. Uno show a cui Jerry Garcia, da ormai un ventennio leader e chitarrista della famosa rock band dei “Grateful Dead” nella vicina San Francisco, non era rimasto indifferente, anzi, l’aveva esaltato da morire.

Così, quando la neonata, poverissima e sfavorita nazionale lituana si ritrovò a cercare i soldi necessari per affrontare la trasferta alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, Marciulionis, il giocatore più rappresentativo insieme al monumentale Arvydas Sabonis, chiese ai Grateful se avrebbero potuto dargli una mano.

Il gruppo non si tirò indietro di fronte alla stramba richiesta, finanziando la Lituania che, tra lo stupore generale, a quei Giochi arrivò fino al bronzo, sfoggiando sul podio durante la cerimonia della consegna delle medaglie il risultato dell’accordo stretto con i Grateful Dead.

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Una maglietta con lo scheletro simbolo della band a schiacciare in un canestro con sopra la scritta “Lithuania”, e sullo sfondo i colori nazionali verde, bianco, arancione e rosso sfumati in linee psichedeliche tipiche degli album del gruppo: l’unico esito possibile unendo un’ex nazione comunista e dei rockettari avvezzi ai trip acidi sulla West Coast. Unico, e vincente.