Game Changers #5 – The Darwiners

Game Changers #5 – The Darwiners

L’evoluzione della specie secondo la nuova stagione Nba

 

Mutazione

 

Ricordiamo bene quando solo tre anni fa intere legioni di scout Nba partivano da tutt’Europa per fiondarsi nelle palestre della Serie B greca, per farsi un’idea e dare un volto ad un cognome impronunciabile: Antetokounmpo. Da quei giorni non è passato molto, ma Gianni Il Greco -come in un film di Guy Ritchie- ha fregato tutti sul tempo: stiamo parlando -insieme a un altro componente di questa lista- di un nuovo prototipo postmoderno di giocatore di pallacanestro, definito da un corpo mutante in continua evoluzione sempre più a suo agio nel correre sul parquet, nonostante i 2.11m, talmente abile nel trattare la palla da poter giocare da guardia ma altrettanto forte fisicamente e atleticamente per le sfide in area. Ecco, la parola antica sarebbe “versatile”, magari aggiungendoci il prefisso “-iper” davanti, quella contemporanea assomiglia a “multidimensionale” ma non hanno ancora scovato quella giusta. In sostanza, il Greek Freak di Milwaukee è pronto, alla sua quarta stagione in Nba, a giocare e difendere tutti e cinque i ruoli del basket, sempre che di ruoli canonici si possa ancora parlare: lo aiutano una visione di gioco e un’intelligenza impressionanti, una coordinazione tanto rara quanto stupefacente e un tiro in miglioramento. Quest’ultimo fondamentale e i prossimi test mentali a livello-playoff ci sveleranno la sua vera natura: solo “freak” o “the mvp of the freaks”?

 

 

Selezione artificiale

 

Era dai tempi del già citato fenotipo Allen Iverson  (in GC4) che non ci divertivamo così tanto ad ammirare un “piccolo” così dominante sia sul campo che davanti ad un microfono a rappare. Ma Damian Lillard si è già candidato ad essere tra i Top5 dei Nomi da seguire nella prossima stagione che potrebbe proiettare la sua Portland nell’elite delle squadre dell’Ovest, dopo la sorprendente e passata stagione. Damianone, scottato a dir poco dalle mancate convocazioni all’All Star Game 2016 e in Nazionale, vuol proseguire l’ascesa verso l’empireo delle guardie mondiali. Non che prima fosse molto distante, anzi, ma la determinazione sembra ancor maggiore così come l’autoconsapevolezza dei propri mezzi: è forse l’unico insieme a Irving tra le point guards della nuova generazione ad aver talento, testa e faccia tosta a sufficienza per poter ambire allo stesso livello di Curry e Westbrook, attualmente i punti di riferimento. Ha meccanica di tiro e rapidità di rilascio quasi avvicinabile al fenomeno dei Guerrieri, ma è più forte fisicamente e gode nell’andare al ferro e subire i contatti. Inoltre passa la palla, ha carisma e il Commissioner non gli ha bannato l’album rap. Siete tutti avvertiti, “I just want you to know/There is so much more”, voglio solo che sappiate/che c’è molto di più in arrivo. Parola di DAME D.O.L.L.A.

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Scelte storiche

 

Non abbiamo inserito Kevin Durant in questa lista per i motivi tecnici che l’hanno portato ad essere verosimilmente uno dei tre giocatori più immarcabili del globo. O meglio, non solo. La sua scelta estiva di scegliere i Golden State Warriors vicecampioni Nba del triumvirato Curry-Thompston-Green e non restare agli Oklahoma City Thunder è un evento così interessante e di così ampia portata da oltrepassare il mero lato cestistico e sconfinare nella Storia, seppur solo sportiva: è paragonabile alla The Decision” di LBJ, e a poche altre. Sicuramente non a quella di Garnett o Ray Allen, che prima di Boston non avevano mai saputo avvicinarsi alla Vittoria con le rispettive squadre. Durant ha diviso, com’è giusto che sia, le opinioni: da un lato chi lo accusava di essere un codardo, di voler vincere “facile” (ma è tutto da provare che possa essere così, anche se qualche indizio in tal direzione c’è…), dall’altro chi razionalizzava la scelta in termini di maggiori probabilità di vittoria. Quel che importa è che trattasi di mossa che non ha lasciato indifferente nessuno, neppure noi: umilmente pensiamo che Durant avesse talento e mezzi sufficienti per vincere ad OKC (l’anno scorso c’era quasi riuscito) insieme all’amico Westbrook; che la personalità a volte negli anni messa in dubbio sia stata la causa indiretta dell’addio; che l’epica dello Sport non può essere un fattore per la scelta di un giocatore ma lo è per chi osserva e giudica lo spettacolo. A torto o ragione, KD sarà sempre “uno dei” e non “IL” giocatore che ricorderemo, ripensando al three-peat dei prossimi Warriors.

 

2.0

 

Permetteteci la blasfemia, ma è dal primo giorno in cui ci siamo imbattuti in questo ragazzone dalle orecchie a sventola e le pupille sballate che pensiamo di essere di fronte -“solo” tecnicamente e fisicamente per carità- alla versione 2.0 di Tim Duncan. Lo sappiamo, detta così sembra proprio da fulminazione, ma credeteci, Karl Anthony Towns ad oggi è la sola persona al mondo che possa pensare di avvicinarsi all’inarrivabile Big Fundamental: sempre che non gli stia stretto il confronto, perchè qui siam molto vicini alla brevettazione di un nuovo metro di paragone per i lunghi del Futuro. KAT ha prima di tutto mani dolcissime (sì, entrambe…) abbinate ad un corpo strepitoso per il mix di altezza, atletismo e potenza, con un talento speciale ad armonizzare ogni movimento, cosa che gli permette di essere straordinariamente fluido ed efficace sia in un tiro dalla media che in un gancio sinistro appoggiato al tabellone. Cui aggiunge tempismo, intelligenza, letture difensive, stoppate, positività, voglia di apprendere…il tutto a 21 anni ancora da compiere! La nuova stella dei Wolves è dotata della classe sopraffina dei campioni predestinati, quella che ti porta a far sembrare un tiro in controtempo la cosa più bella e semplice di questo mondo: Carlo Antonio ha solo iniziato a stupire, e noi non ce lo perderemo. Vi consigliamo di fare lo stesso.

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DNA magico

 

Ah che bel miracolo che continua ad essere quella piccola frazione di terra balcanica chiamata “Croazia”. Antropologi e ricercatori si sono lambiccati il cervello per decenni nel tentar di capire i motivi dell’inesauribile bacino di incredibili giocatori di pallacanestro sbocciati in uno stato con lo stesso numero di abitanti del Veneto, ma a parte rilevare strani incroci del DNA (l’altezza media è la più elevata DEL MONDO) con la palla a spicchi adorata più delle tre divinità delle religioni monoteiste principali, il mistero rimane. Nel frattempo l’ultimo rappresentante di questa stupenda tradizione si appresta ad esordire nella prossima Nba: il suo nome è Dario Saric, di anni ne ha fatti 22 ad Aprile ma a vederlo giocare o a vederlo e stop non gliene dareste mai meno di 27-28. Il ragazzo gioca con una maturità e una fiducia nei propri mezzi imbarazzanti rispetto ai parietà, reduce dalle battaglie d’Eurolega che l’hanno forgiato insieme alle scuole di leggende come Ivkovic o del Cibona Zagabria. Darione dai suoi quasi 2.10m e dietro ai perenni baffetti adolescenziali a coprire un labbro superiore rovinato domina il campo come un veterano, da dietro l’arco o in area non importa, compiendo semplicemente ogni volta la decisione migliore per la propria squadra: una dote innata e sviluppata, cui ha aggiunto una forza muscolare da roccia dunarica. In Nba le sue letture offensive porteranno a scuola tutti e noi, ancora una volta, saremo lì a domandarci i motivi delle sue origini.

 

 

Barba 2K17

 

Nel popolare videogioco NBA2K17 che simula il campionato Nba della stagione in arrivo James Harden ha solo il quinto “rating” di tutta la Lega, a parimerito con Anthony Davis, Klay Thompson e Draymond Green. Ovvero, riassumendo ed escludendo Davis reduce da un anno di infortuni, alcuni di quei giocatori comunemente definiti “secondi violini”, non di certo le superstar dei relativi team. Ecco, conosciamo addetti ai lavori ben informati che hanno scommesso cifre pesanti su un Barba superiore a chiunque in termini statistici per la prossima stagione e una Houston tra le prime 4 ad Ovest, e per delle valide ragioni: l’inserimento di un attaccante immarcabile palla in mano e calamita per falli e tiri liberi in un sistema che andrà a razzo come quello del nuovo coach Mike D’Antoni; un gioco scientificamente sviluppato secondo il volere del guru della nuova generazione analitica -il GM Morey- sul tiro da tre punti che sembra piacere molto a James (in preseason ha tentato 6 triple a gara, solo due in meno di Curry; Houston è nettamente prima con 38 di media, un numero mai visto prima); un roster differente dai primi dell’Nba privo di talenti allo stesso livello di Harden (e quindi molti più possessi per l’unica vera stella della squadra); tiratori ovunque sparsi sul campo che dovrebbero incrementare il numero di assist di una bestia da 1vs1 arginabile solo con dei raddoppi. Tutto questo potrebbe far esplodere le previsioni degli ancor validi ingegneri di “2k Sports”, ma soprattutto la stagione dei Rockets. Sempre che Fear The Beard si ricordi ogni tanto di usare anche i bottoni del joystick per la parte difensiva.

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Deriva genetica

 

C’è un senso di nuova irriverenza generalizzato che sembra esser sbarcata nell’Nba attuale, ed è quella portata di peso sotto i massimi riflettori cestistici mondiali dalla nuova generazione di OneAndDone o similari adepti dei social network, cuffioni giganti e showcase virtuali. Quelli che i sociologi definirebbero “nativi digitali” e che sembrano avere poche idee su storia e tradizione degli spogliatoi Nba o, probabilmente, semplicemente se ne fregano. L’epitome di questo ricambio generazionale (normale e già visto peraltro) sembra essere uno dal nome decisamente destinato a qualcosa di speciale: D’Angelo Russell.

Il ragazzo, 20enne, è stato scelto dai mitici Los Angeles Lakers per “provare” ad essere il comandante dell’astronave gialloviola che sul lungo periodo dovrebbe condurli fuori dall’enorme buco nero lasciato dal ritiro di Kobe Bryant: mancino raffinato con istinti da playmaker a tratti strabilianti e tiro da stracciaretine D’Angelo, nativo del Kentucky (una delle culle del basket mondiale), alla sua seconda stagione Nba vorrà prendersi in mano questi Lacustri giovani ed inesperti, o perlomeno l’atteggiamento sembra essere quello. Perchè tra il dire e il fare c’è di mezzo una maturità che non si compra ma s’impara con gli errori, e il buon Russell ne ha già commessi parecchi, tra il video di nascosto a Nick Young che generò un putiferio, le faccine da bambino scocciato quando panchinato e le innumerevoli forzature dello scorso anno. I Lakers sperano che siano bastati per compiere il primo salto di qualità. Aspetta e spera, direbbero le nostre nonne a coach Luke Walton…

 

 

L’anno giusto

 

È dal suo secondo anno nell’Nba che sentiamo ripetere sempre più spesso “Questo è l’anno di Anthony Davis”, “l’anno prossimo sarà l’anno di Anthony Davis” e via dicendo, ma sfortunatamente, arrivati ormai alla quinta stagione nella Lega, siamo ancora qui a sentire le stesse identiche considerazioni. Purtroppo per AD, capo mondiale dei nuovi freak applicati alla pallacanestro di cui Tedd Browning sarebbe stato orgoglioso, esistono dei pesi oggettivi che non gli stanno consentendo di spiccare il volo verso il dominio assoluto dell’Nba come molti auspicano dal 2013. Innanzitutto una squadra, i New Orleans Pelicans, che continuano a non dargli la possibilità di essere competitivo nella fase che tradizionalmente definisce lo status storico di un giocatore, ovvero i playoff. Senza quel banco di prova (l’unico, nel 2015, finì con un’eliminazione senza lode da parte dei Warriors), senza un cammino convincente nei momenti più intensi, pressanti ed eccitanti della stagione, Davis per forza di cose continuerà ad essere un incompiuto. Poi gli infortuni, che hanno costretto un giovane come Anthony -23 anni- a saltare già 68 partite in 4 anni, perdendo ritmo e soprattutto, essenziale con un fisico e una tecnica in continuo progresso come i suoi, arrestandone troppo spesso lo sviluppo. E poi infine le stesse perplessità di Gianni il Greco sul tiro: i giocatori multidimensionali sono la nuova frontiera, ma forse entrambi cederebbero volentieri la tripla doppia di media con polpastrelli maggiormente sensibili che gli possano far decidere le partite come i migliori di sempre. Noi li attendiamo, ma anche i freak hanno una data di scadenza. O forse no?

 

 

Michele Pettene