Game Changers #4 – Nba Apocalypse Now

Game Changers #4 – Nba Apocalypse Now

Giocatori che hanno posto fine al comando del Passato portando il Futuro

 

Ribellione

Ci fu un momento, nella storia dell’Nba, in cui la libertà personale dei giocatori venne sacrificata all’altare dell’apparenza, del marketing, dei soldi e dell’immagine stessa della Lega. Nel 2005 il Commissioner per eccellenza, David Stern, avvocato bianco dalle origini ebree, decretò l’inizio del famigerato “Dress Code”, ovvero quell’insieme di regole obbligatorie sull’abbigliamento consentito durante gli eventi ufficiali legati all’Nba. Se violato, sarebbero partite le sanzioni; se reiterato, le sospensioni.

Il perchè sia successo però va ricercato in un unico nome: Allen Iverson. Dal suo ingresso nella Lega nel 1996 come prima scelta assoluta la piccola grande stella dei Philadelphia 76ers aveva praticamente DA SOLO rivoluzionato l’intero ecosistema della pallacanestro americana, diventando con il suo stile ribelle, provocatorio, eccitante e inarrestabile l’icona della cultura hip-hop nata negli anni Novanta (e segmento di mercato non gradito negli uffici sulla 5th Ave.). La guerra di Stern, mai esplicitata ma evidente, era prima di tutto contro questo “thug” venuto dal ghetto, con treccine e tatuaggi, dotato di una forza talmente sovrumana da trascinare una squadra solo nella media alle finali Nba: nel “codice” vennero vietate bandane, magliette larghe, gioielli in evidenza, scarpe come le Timberland, e sul campo gli shorts sotto il ginocchio. In due parole “Allen Iverson”. Ma l’immedesimazione popolare -bianca e nera- in quel nanetto eroico di 1.75m vinse su tutto, e la canotta con il #3, come un simbolo eversivo, fu per un decennio tra le più vendute in tutto il globo.

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The Revolution

Fossimo degli storici, indentificheremmo la nascita dell’Nba moderna nel biennio 1995-96, con le scelte al draft di tre giocatori: Allen Iverson (citato sopra) e Kobe Bryant nel 1996, e Kevin Garnett nel 1995. Quest’ultimo fu tra i tre il primo in ordine cronologico a sconvolgere la Lega: a distanza di un ventennio da Darryl Dawkins il suo triplo salto carpiato dal liceo (la famigerata Farragaut Academy) all’Nba, seguito l’anno successivo da Kobe, fece strabuzzare gli occhi a tutto il mondo, ma specialmente a scout e franchigie. KG dopo un iniziale periodo di adattamento al gioco più rapido e fisico, salì in cattedra mostrando cose mai viste prima: trattamento di palla da esterno, atletismo marziano, tiro da fuori, coordinazione da ginnasta, tempismo e reattività difensive su tutti e cinque i ruoli avversari…il tutto condito da una ferocia agonistica con pochi eguali che, miscelata ai suoi 2.15m, fece di “The Big Ticket” l’istantaneo uomo-franchigia di Minnesota, prima del titolo a Boston nel 2008. Dall’anno del suo arrivo -con in testa l’immagine indelebile del dominio tout-court di questo high schooler- TUTTE le squadre cercarono il nuovo fenomeno tra i banchi dei licei più che in Europa o al college, con un unico problema: di Kevin Garnett ce n’era solo uno, e l’Nba nel 2006 dovette porre fine a quest’emorragia di giocatori non pronti per quel livello creando una nuova regola. Garnett, anche per questo, fu soprannominato “The Revolution”, la Rivoluzione liceale.

 

 

Chamberlainesco

Senza aggettivi. C’hanno provato in molti, alcuni han dovuto scrivere libri interi, ma ancora nessuno è riuscito a trovare una singola parola adatta a descrivere l’impatto deflagrante che Wilt Chamberlain ha avuto sull’Nba dal 1959 -l’anno del suo approdo- ad oggi (si è ritirato nel 1973, purtroppo è morto nel 1999). Non esiste giocatore passato, presente o futuro che possa anche solo pensare di raggiungere i record statistici accumulati da “The Big Dipper”, l’Orsa Maggiore del basket mondiale: ovviamente nota a tutti è la famosa partita dei 100 punti, segnati contro i malcapitati New York Knicks nel 1962 durante la stagione più irripetibile di sempre, chiusa a 50,4 punti e quasi 26 rimbalzi di media con i Philadelphia Warriors. Dopo quella stagione il gigante nero (fisicamente pazzesco, con gambe e braccia lunghissime e portentose, tanto dall’aver valutato la partecipazione alle Olimpiadi per gareggiare nell’atletica leggera), accusato di essere un perdente e troppo egoista, dimostrò la sua onnipotenza andando a vincere anche la classifica degli assist, nel 1968. Scambiato ai Lakers alla fine degli anni Sessanta, compose con Jerry West ed Elgin Baylor uno dei primi veri “Super Team” nella storia dell’Nba ma l’altra grande leggenda dell’epoca, Bill Russell, gli tolse più volte la gioia della Vittoria prima di arrendersi finalmente nel 1972. Soprannominato “The Stilt”, il grande Palo per le sue doti non solo cestistiche (affermò di aver avuto rapporti con più di 20mila donne), Wilt fu un personaggio “larger than life”: assoldato da Schwarzenegger per il film “Conan il Distruttore”, cestista-clown con gli Harlem Globetrotters, ad un passo dal salire sul ring contro Muhammad Alì, solo la sua vita fuori dall’Nba meriterebbe un libro a se stante. Il titolo? “Chamberlainesco”.

 

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Messia

Esiste un giocatore più importante nella storia dell’Nba di Michael Jordan? La risposta è NO. Parliamo infatti dell’unica persona al mondo capace di segnare così tanto il proprio settore di riferimento, quello cestistico, dall’essere considerato una sorta di Messia, il Gesù della pallacanestro: esiste un’Era “A.MJ”, prima di Michael Jordan, e una “D.MJ”, dopo la sua venuta. Jordan, in ogni sua materializzazione terreste -dal 1984 suo primo anno in Nba al suo ultimo assoluto, il 2003- è riuscito a compiere gesta di un’unicità epica, diventando anche grazie alla parternship a vita con Nike un’immagine pop sacra e riconosciuta in tutta la Terra, con il suo #23 ad annunciarlo da Chicago a Tokyo.

In principio fu una luce folgorante che ridefinì il concetto di “miracolo atletico”, grazie a doti fisiche da alieno (uno dei suoi tanti soprannomi) spesso riassunte nell’immaginario collettivo dall’incredibile sequenza di schiacciate che lo portarono a vincere la relativa gara in due All Star Game consecutivi (’87 & ’88). Talento puro e raffinato condito da una forza mentale superiore ed una determinazione cannibalesca, MJ nel 1991 finalmente cancellò la fama di “perdente di lusso” con il primo anello, vinto contro Portland. Da lì la leggenda prese il volo, trascinando l’intero movimento cestistico verso Marte, dove non era mai stato: dal “Dream Team” del 1992 al nausea-game del 1997, passando da The Shot del 1998 contro Utah ai 20 punti di media da quarantenne nel 2003, MJ -come le divinità greche- fu l’unico giocatore di sempre a non sbagliare mai una mossa, assurgendo a semidio dopo il discorso finale nell’introduzione alla Hall of Fame. “I limiti, come le paure, sono solo illusioni.” D’altronde Larry Bird l’aveva detto -al solito- prima di tutti gli altri: quel ragazzo era veramente “Dio travestito da Michael Jordan.”

 

 

Ambizioni (im)possibili

“L’ambizione non si accorda con la bontà, ma, al contrario, con l’orgoglio, con l’astuzia, con la crudeltà”. Quando Lev Tolstoj scrisse questo passaggio nel 1893 deve essere stato per forza di cose durante una sorte di premonizione futura dalle sembianze a noi ben note: non esiste persona nella Storia cui questa frase calzi meglio che a Kobe Bryant. L’ormai ex stella dei Lakers, sin dal suo sbarco nella Lega, ha affrontato ogni singola partita con un solo ed unico obiettivo in testa: imitare meglio di chiunque altro e se possibile superare il suo idolo, la sua ossessione, la sua nemesi…Michael Jordan.

Ora, a vent’anni esatti dalla sua scelta al draft (la #13, scambiata da Charlotte a L.A. grazie alla “visione” del grande Jerry West) e a carriera terminata, Kobe è l’unico essere umano al mondo che possa affermare con ferrata certezza di aver (quasi) raggiunto MJ, un traguardo impossibile che solo un demone con un’ambizione smisurata e una risolutezza degna del miglior spirito samurai avrebbe potuto immaginare. Basti guardare uno dei tanti video che accostano le movenze delle due guardie più dominanti nella storia del Gioco: dai tiri in fade away alle espressioni del volto, passando per i canestri acrobatici e i tiri vincenti e finendo con i titoli vinti (Jordan 6, Kobe 5) e i punti segnati in carriera (32292 Sua Ariezza; 33643 il Mamba) le similitudini sono infinite, così come l’attitudine vincente di entrambi. Orgoglio, astuzia, crudeltà (verso gli avversari): mancava solo “talento” e poi Tolstoj avrebbe definito perfettamente Kobe Bryant, l’uomo che venne chiamato come una bistecca e volle toccare Dio.

 

 

Invasori teteschi

Essere tedeschi a Dallas, città del Texas, non sarà mai più così “cool” come nel 2011. Tutto merito di un crucco biondo di 2.13m arrivato nel 1998 direttamente da Wurzburg, città del nord della Baviera: Dirk Nowitzki era solo un ventenne quando venne convinto da Don Nelson, visionario allenatore dei Mavericks di quegli anni, a mollare il campionato in Germania per cimentarsi con l’Nba. Magro, altissimo, dotato di un movimento di tiro dall’eleganza innata per un lungagnone bianco, Dirk avrebbe rivoluzionato l’Nba più di qualsiasi altro europeo nella storia, a nostro sindacabile giudizio: presa dimestichezza con l’intensità e l’atletismo superiore della Lega Nowitzki, seguendo fedelmente gli insegnamenti del suo primo maestro spostatosi con lui a Dallas, Holger Geschwindner, iniziò a mostrare agli avversari di che pasta fosse fatto. Insieme a Steve Nash e Don Nelson prima e con Jason Kidd e coach Rick Carslile poi Dirk Nowitzki dimostrò al mondo che anche i bianchi sopra i 2.10m potevano muoversi come delle guardie, giocare fuori dall’arco dei tre punti e condizionare un’intera difesa grazie a coordinazione, intelligenza, talento e piedi veloci. Tanto da condurre i Dallas Mavs del vulcanico proprietario Mark Cuban al primo titolo Nba della loro storia nel 2011, sublimando quindi una rivoluzione cultural-cestistica che ancora oggi porta le squadre Nba ad innamorarsi di un qualsiasi lungo bianco non americano dotato di buon tiro, nella speranza di trovare “il nuovo Dirk Nowitzki”. Auguri.

 

 

From Downtown

Quando il mitico maestro di tutti Aldo Giordani definiva “Kukkozia” l’abuso del tiro da tre nei primi anni successivi all’introduzione dell’arco sui parquet di tutto il mondo, non s’immaginava di certo che trent’anni più tardi sarebbe nato il curioso fenomeno di costume più in voga nel 2016 altrimenti conosciuto come “Stephen Curry”.

Il figlio di uno dei più grandi tiratori degli anni Novanta, Dell Curry, non poteva non nascere con la sinistra inclinazione ad imitare il padre nel fondamentale più amato in famiglia, il tiro da fuori appunto. Nessuno però avrebbe pensato che un giocatore fisicamente solo nella media e proveniente da un college di seconda fascia, Davidson, avrebbe costretto tutti a guardare a quello spazio dietro la campana delle triple in un modo completamente nuovo e diverso da quanto si era fatto fino alla sua esplosione. Ma il titolo Nba del 2015, il record di 73 vittorie raggiunto nel 2016 e i due MVP in fila hanno definitivamente fatto svoltare il modo di giocare dell’intera Lega: ora il tiro da tre punti è considerata l’arma principale di più della metà degli attacchi delle squadre Nba, con la conseguente ricerca di spaziature e giocatori più adatti ad esaltare questo tipo di approccio. Ma i Golden State Warriors di Curry rimangono attualmente un caso irraggiungibile: la sola mera presenza del #30 in campo costringe le difese ad allargare le proprie maglie come mai prima avevamo visto fare, considerato il range di tiro letteralmente illimitato di un giocatore che sembra tirare sempre senza la minima fatica e ad una velocità supersonica. Mettendo infine in crisi anche i termini di paragone dei telecronisti: “from downtown”, da qualche anno, non è più sinonimo generico di un canestro segnato da molto distante, ma è diventato un altro modo per identificare i tiri scientificamente presi e segnati da Steph. From downtown, da casa sua.

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Larry&Magic

Devi essere proprio nata sotto una buona stella se ti chiami Nba, stai toccando il fondo più cupo a livello d’immagine e di appeal verso fan e tifosi mentre gli scandali di droga e scommesse affiorano regolarmente…e dal nulla ti giungono dal cielo e pure nello stesso anno due angeli salvifici ad illuminare la Via e purgare le anime. Non è esagerato dire che Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird nel 1980 abbiano salvato la Lega, proiettandola verso un nuovo universo e ripulendone gradualmente (o perlomeno superficialmente, che è quel che conta per il marketing no?) il look, grazie alla loro mera presenza (dici poco…) nelle due squadre più storiche e vincenti, i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers.

Reduci dalla storica finale NCAA del 1979 vinta dalla Michigan State di Magic contro l’Indiana State di Larry, i due amici-rivali avevano tutto per poter risollevare le sorti dell’Nba: talento rarissimo, con Magic erede del grande Oscar Robertson capace di giocare tutti e cinque i ruoli e motore inesauribile dello “Showtime” di Pat Riley, e Larry ala dal tiro immarcabile e dalla visione di gioco avanguardista; carisma, con entrambi diventati leader istantanei delle rispettive squadre grazie a mentalità vincente e gioco rivoluzionario; estetica, con Magic atleta di colore dal sorriso hollywoodiano finito nel posto più adatto per lui di tutti gli USA e l’opposto, Larry, bianchissimo e dai baffetti contadini delle campagne dell’Indiana a guidare i fan più devoti all’hard work dell’intera nazione; amicizia, con un nero e un bianco nemici sul campo diventati poi fratelli fuori a superare qualsiasi tipo di stereotipo razziale; e squadre competitive, con i Celtics e i Lakers a giocarsi dall’80 in poi la maggior parte delle finali Nba targate 80s. L’Nba non poteva credere ai propri occhi, e non potè far altro che assecondare i due nuovi eroi sportivi che insieme riscrissero la Storia: Larry&Magic, grazie di tutto.

 

Michele Pettene