Game Changers #3 – Invincibili

Game Changers #3 – Invincibili

Atleti più forti di qualsiasi limite fisico

 

 

Cuore creativo

 

Una delle storie che più ci hanno emozionato e commosso riguarda uno dei giocatori di maggior culto della storia della pallacanestro. Pete Maravich, “Pistol Pete” per gli amici, era semplicemente la cosa più divertente e creativa che fosse mai apparsa su un parquet nel periodo più divertente e creativo del Novecento, la fine degli anni Sessanta. Atterrato da una dimensione parallela e avanti di un ventennio rispetto al resto del mondo, Maravich sconvolse prima il pianeta-Ncaa stabilendo un record incredibile e destinato a resistere per l’eternità, con 44,2 punti di media segnati nei tre anni a Louisiana State University, trasferendo poi le sue irreplicabili magie nella Nba, con gli Hawks, i Jazz e i Celtics.

In un periodo non fortunatissimo e di transizione del campionato pro americano, “Pistol Pete” fu la stella più luminosa e a misura d’uomo, un bianco di nemmeno due metri dall’aspetto hippie capace di numeri pazzeschi e tiri di una classe ed eleganza incomparabili. Una leggerezza, un sorriso e un modo di interpretare il gioco spezzati a soli 40 anni da un infarto durante una partitella tra amici: il suo cuore, sin dalla nascita, era nato senza l’arteria coronaria destra, disfunzione che l’avrebbe trascinato all’addio precoce. La cosa si seppe solo successivamente, strabiliando tutti: Pete, senza saperlo, aveva giocato tutta la vita meglio di qualunque altro atleta dal cuore sano. E forse anche per questo divertendosi più di tutti. So long Pistol!

 

 

Forza superiore

 

Non riusciamo a concepire razionalmente la fonte della stupefacente forza mentale di Alex Zanardi, per noi un eroe contemporaneo. Pilota alieno prestato alla Terra per indicare una nuova Via Alex era, prima del 2001, un pilota di Formula 1 di tutto rispetto, con quattro stagioni e 44 Gran Premi disputati: un grande professionista al top del suo settore sportivo, ma demotivato dopo l’ultima esperienza nel 1999 con la Williams. Insaziabile amante della competizione, Zanardi scelse di rimettersi in gioco in Champ Car (ex CART), un campionato di auto prettamente americano, ma il 15 Settembre 2001 accadde l’evento che gli cambiò la vita: smarrì il controllo della monoposto in pista e un’altra macchina si schiantò in modo perpendicolare all’abitacolo di Alex, che perse instanteamente entrambe le gambe dal ginocchio in giù.

Portato in emergenza in ospedale e sul punto di morire a causa delle emorragie, dopo aver ricevuto l’estrema unzione dal cappellano del circuito sprofondò in coma. Al risveglio, nonostante fosse ancora vivo, Alex Zanardi scoprì di aver perso gli arti inferiori: se per gran parte del resto degli esseri umani una tragedia simile avrebbe significato la parola “Fine” alla carriera, per Alex fu solo l’inizio di un percorso sportivo ed umano ancor più grandioso. Da quel giorno sono arrivati quattro ori alle Paraolimpiadi nella “handbike”, sei ori ai Mondiali e decine di altri riconoscimenti, sempre col sorriso sulle labbra. Una persona speciale, come pochissime altre, e un’ironia commovente: “Ora non mi buscherò più il raffreddore camminando scalzo!”. Esempio vitale.

 

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L’idolo delle folle

 

Ci vuole del coraggio e un animo speciale per comunicare pubblicamente che non potrai più essere uno dei più forti ed amati giocatori di baseball americani a causa di una semi-sconosciuta malattia degenerativa, la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). Ma quando Lou Gehrig, epico battitore dei New York Yankees, annunciò l’inatteso ritiro dalla MLB nel 1939 a 36 anni, tutta la nazione si strinse attorno ad un uomo, oltre che un atleta profesionista, capace di entrare nei cuori dei tifosi avversari e diventato uno dei volti più riconosciuti del panorama sportivo statunitense.

Il rammarico più grande di Lou fu quello di non poter continuare ad incrementare il suo già sbalorditivo record di 2130 partite giocate consecutivamente, traguardo statistico sopravvissuto fino al 1995: solo due anni dopo la scoperta della malattia Gehrig se ne sarebbe andato, lasciando un ricordo toccante per la dignità e l’orgoglio con cui avrebbe affrontato la SLA. In suo onore e per aver fatto conoscere al mondo quella malattia attraverso la sua esperienza, la SLA venne chiamata “morbo di Lou Gehrig”, nome con cui ancora oggi è comunemente conosciuta. Mentre Gary Cooper, stella di Hollywood colpito dalla storia di Lou, gli avrebbe dedicato un film biografico l’anno dopo la morte dal titolo “The pride of the Yankees”, l’orgoglio degli Yankees, meglio conosciuto da noi come “L’idolo delle folle”. Quel che Gehrig è stato e sempre sarà.

 

 

Being Magic

 

Quando ad Earvin “Magic” Johnson, uno dei dei più grandi di sempre della pallacanestro mondiale, comunicarono nell’Ottobre del 1991 la sua positività al famigerato e pericoloso virus HIV, la stella dei Los Angeles Lakers non ci volle credere. Ma sia il secondo che il terzo esame confermarono la diagnosi iniziale, e il 7 Novembre 1991 Magic fu costretto ad annunciare pubblicamente il suo precoce ritiro dalla Nba, in una conferenza stampa che lasciò senza fiato il mondo sportivo. Erano i primi anni in cui s’iniziava a parlare di HIV e AIDS, ed ancora non era chiara la differenza tra virus e malattia mortale. Nonostante tutto, il talento e il carisma di Magic non furono dimenticati, tutt’altro: pochi mesi dopo, nel Febbraio del 1992 e senza nemmeno una partita ufficiale giocata, Johnson fu votato comunque nel quintetto ideale della Western Conference e invitato a partecipare all’All Star Game di Orlando. In uno dei momenti più iconici di sempre (Magic che segna da tre punti quasi ad una mano in faccia a Jordan) il #32 fu votato miglior giocatore della partita, e pochi mesi dopo sarebbe salito sul podio olimpico di Barcellona come componente fondamentale del Dream Team originario di cui abbiamo già raccontato da queste parti. Magic negli anni successivi tenne sotto controllo il virus HIV e nel 1996 giocò un’ultima partita coi Lakers, ritirandosi poi definitivamente. Ma il suo sorriso durante quell’All Star Game e la sua incredibile prestazione a pochi mesi dalla scoperta dell’HIV furono un qualcosa di fortemente simbolico: quell’impresa avrebbe sensibilizzato l’intera società in un periodo particolarmente delicato per tutti i malati di AIDS.

 

 

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Più forte di prima

 

Se a 26 anni e nel pieno della tua carriera professionistica nel football americano ti diagnosticano un particolare tipo di tumore, il linfoma di Hodgkin, ci sono buone probabilità che tu non possa più scendere su un campo NFL per il resto della tua vita, nonostante il tasso di sopravvivenza sia circa dell’85%.

Eric Berry, fortissimo defensive back dei Kansas City Chiefs, la pensò però diversamente quando si ritrovò d’un tratto ad affrontare più ospedali che avversari da abbattere, a fine 2014.

Senza perdere un grammo della fiducia in se stesso e nella medicina si sottopose a delle cure intensive di chemioterapia, aiutato inoltre dal supporto splendido e totale dei suoi tifosi e dei compagni di squadra: nel giro di nove mesi recuperò completamente, sconfiggendo in tempi da record il linfoma e dichiarando a gran voce nel Luglio del 2015 che sarebbe ritornato, in questo caso veramente più forte di prima (come si sente invece spesso dire a sproposito).

Alle parole fece seguire i fatti: spinto da un’energia inedita e una carica supplementare dopo la convalescenza forzata, Berry disputò un’annata sportivamente memorabile, guadagnandosi la convocazione al suo quarto Pro Bowl e ricevendo nel 2016 il premio di “Ritorno dell’anno”. Probabilmente il più meritato di sempre.

 

 

Senza limiti

 

Alle Olimpiadi di Melbourne in Australia, nel 1956, una giovanissima atleta americana di colore, Wilma Rudolph, vinse insieme alle compagne il bronzo della 4×100. Nulla di particolarmente straordinario, a parte l’età: 16 anni. O forse un’impresa quasi miracolosa considerato il passato recente di Wilma: nata prematura a Clarksville, in Tennessee, il 23 giugno del 1940, ventesima figlia dei ventidue di Ed Rudolph, da piccola la futura campionessa olimpica aveva passato gran parte del suo tempo…a letto. A causa soprattutto di un corpo torturato da polmonite e scarlattina – contratte in contemporanea – e, a 8 anni, dalla temuta poliomelite, rimanendo ammalata fino alla preadolescenza: la sua gamba sinistra rimase paralizzata e Wilma fu costretta ad usare prima un tutore per camminare e poi delle scarpe con delle suole speciali.

Sciocchezze per un ghepardo elegante e velocissimo, dotato di una determinazione feroce che sarebbe stata presa ad esempio solenne dalle future atlete afroamericane: a 13 anni decise di giocare a basket a piedi nudi, a 16 vinse la prima medaglia olimpica e a 20, alle Olimpiadi di Roma 1960, semplicemente sbaragliò la concorrenza del resto del mondo, vincendo i due ori più pregiati nei 100m e 200m e replicando i successi nella 4×100 con il terzo, incredibile oro di quell’edizione. Andatasene troppo presto, a 54 anni per un tumore, dichiarò al NY Times di non poter essere paragonata a nessun’altra atleta. “Sono di un altro pianeta” furono le sue uniche parole: la storia aveva già parlato abbastanza per Lei.

 

Wilma Rudolph

 

Il Mago di Zo

 

Jason Cooper non vedeva suo cugino Alonzo Mourning, centrone dei Miami Heat della Nba, da 25 anni. Ma nell’autunno del 2003, quando il padre di ‘Zo gli confessò che suo figlio – a soli 33 anni – si sarebbe ritirato da lì a poco a causa di un peggioramento delle condizioni del suo rene (glomerulosclerosi la malattia), Jason non ebbe dubbi. “Fammi sapere come posso aiutarlo, sono pronto a qualsiasi cosa.” Poche settimane dopo, il 19 Dicembre, Cooper e Mourning si ritrovarono l’uno di fianco all’altro nella sala operatoria dell’ospedale, per trapiantare il rene sinistro di Jason nel corpo di Alonzo.

L’operazione andò a buon fine e Alonzo Mourning potè gradualmente tornare ad allenarsi, sognando di ritornare all’attività agonistica: nessuno dei due poteva immaginare che solo tre anni dopo, davanti agli occhi commossi e stupiti di Jason sugli spalti, il Mago di ‘Zo – così era stato soprannominato Mourning in Nba – avrebbe sollevato al cielo il suo primo ed ultimo trofeo di campione Nba, vinto nel 2006 con gli amati Heat e per di più da protagonista. Grazie a quel trapianto Mourning potè rimanere nella Nba fino al 2008, chiudendo la carriera come un atleta “normale” a 38 anni: ma nessuno, tranne lui, aveva giocato per cinque anni al più alto livello mondiale con il rene di Jason, il cugino dal grande cuore e da un rene solo cui il Mago di Zo sarebbe stato grato in eterno.

 

 

Michele Pettene